Peppone il teologo

Nei 50 anni dalla morte di Giovannino Guareschi, avvenuta il 22 luglio 1968, proponiamo uno scritto del cardinale Giacomo Biffi, tratto da “don Camillo – Il Vangelo dei semplici”, Àncora Editrice, Milano, 2000. Recuperato da GiovanninoGuareschi.com

L’epopea di Mondo piccolo – un piccolo mondo che ci viene offerto primariamente come cifra e quasi miniatura del più grande conflitto di idee, di mentalità, di interessi che ha segnato e dominato gran parte del secolo XX, ma poi diventa anche raffigurazione sorridente dell’intera commedia esistenziale – trova qui uno dei suoi più affascinanti capitoli.
Ma a lettura finita c’è spazio, voglia e, si direbbe, necessità di qualche considerazione approfondita. Lo consente e quasi lo esige lo spessore di questa prosa; uno spessore che la levità della narrazione non riesce a celare, se non forse ai fruitori più disattenti. In questo racconto viene affrontato esplicitamente il problema – serio e rilevante per Guareschi – del rapporto tra il servizio alla verità e la tirannia delle esigenze letterarie.
Peppone l’avverte come qualcosa di intrigante e addirittura di angoscioso.
«La letteratura [egli dice] è una porca faccenda che serve soltanto per imbrogliare le idee, perché va a finire che uno, invece di dire quello che vorrebbe lui, dice quello che vuole la grammatica e l’analisi logica».
«Adesso parli giusto» osservò don Camillo [che qui è senza dubbio portavoce dell’autore].
«Ha bisogno di molte parole [dice più avanti don Camillo] chi deve mascherare la sua mancanza di idee o chi deve mascherare le sue intenzioni».
La proposta di Peppone è di cancellare dal vocabolario tutte le parole che sono in più: ce ne sono troppe rispetto al numero delle cose da dire. Al momento egli non ci pensa, ma in fondo il suo è lo stesso parere di Gesù Cristo che ha detto: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37).
Bisogna riconoscere che dal tempo di Guareschi nell’uso del linguaggio c’è stato perfino un peggioramento. Sicché oggi l’inizio obbligato della nostra redenzione sociale sarebbe quello di cominciare a chiamare le cose soltanto con il loro nome, senza camuffamenti e senza quelle inutili prolissità che spesso finiscono coll’essere messe a servizio dell’ambiguità e della confusione.
E per esempio strano (ma non tanto) che la famosa legge 194 – con la quale si è legalizzato e pubblicamente finanziato l’aborto – si intitoli con bella ipocrisia Legge per la tutela della maternità o che ci si dimentichi che, per indicare la convivenza more uxorio di due persone non sposate, la lingua italiana abbia già la parola “concubinato”, senza che ci sia bisogno di perifrasi come “unioni di fatto” o “unioni affettive”.
«Se io parlo come mi ha fatto mia madre capisco tutto quello che dico» esclama nostalgicamente lo schietto capopopolo emiliano, che si vede invece costretto a misurarsi e a compromettersi con termini che gli sono estranei e incomprensibili, per nobilitare letterariamente il suo dire. E deve essere per lui un disagio non piccolo il dover ascoltare e ripetere nell’indottrinamento di partito vocaboli come “alienazione”, “plusvalore”, “materialismo dialettico”, in omaggio a Carlo Marx.
«Credi tu che Gesù Cristo adoperasse più parole di quante ne puoi adoperare tu?» gli fa notare l’implacabile curato. Peppone tenta di schermirsi: «Altri tempi, altro tipo di propaganda»; ma in realtà sa anche lui che qui don Camillo ci ha preso. Perché la lamentela gli viene proprio dal ricordo dello stile usato dal Figlio di Dio, il quale sapeva introdurre nel suo dire le cose più semplici e comuni, e così gli riusciva di far capire le grandi e ineffabili verità del Padre che ci ama e del Regno che ci aspetta anche al suo pubblico di pescatori, di pastori, di contadini.
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Un’attenzione a parte merita la “teologia di Peppone”. Essa suscita le ovvie critiche del suo antagonista, che in seminario aveva studiato sui testi classici e approvati; eppure io vorrei te ntare di difenderla. Certo, dire che «Dio fa autocritica, riconosce le sue deviazioni [ …] e diventa veramente democratico» a prima vista scandalizza e fa gridare alla bestemmia. Ma questo linguaggio racchiude qualche valore, che cercherò di mettere in luce facendo ricorso a una “autorità” di tutto rispetto.
Il cardinal Newman distingue – ed è uno dei più originali dei suoi non sempre facili pensieri – l’“assenso nozionale” dall’“assenso reale”: il primo termina ai concetti e non li oltrepassa, il secondo arriva alla realtà (e qualifica il vero atto di fede). Se io mi limito ad asserire che Dio è l’essere perfettissimo, l’eterno, il santo, l’onnisciente, eccetera, mi esprimo in maniera ineccepibile; ma il mio rischia di essere solo un “assenso nozionale”, e non è detto che sia salvifico. Peppone invece, a ben guardare, parla di Dio come parla dei compagni coi quali ha quotidianamente a che fare; vale a dire, prende sul serio Dio come una persona viva e concreta.
Il suo è un “assenso reale”, e può essere l’avvio di una relazione religiosa trasformante. E si capisce allora come egli possa chiedere a questo Dio – proprio come lo chiederebbe a un suo conoscente o a un suo amico di favorire l’incontro delle parti, collocandosi tra loro (topograficamente, senza compromettere nessuna verità) a mezza strada.
Così rileva il teologo Peppone «gli uomini si muovono e il Padreterno sta fermo». Non bisogna dimenticare che si tratta soltanto di una bega tra la parrocchia e la sezione del partito. Però vi è sottintesa una questione annosa e addirittura secolare, che affligge molti italiani: la questione di mettere d’accordo il loro antico cuore cattolico (che sa di aver bisogno non solo della predicazione del Vangelo, ma anche dei sacramenti e degli altri riti) e il loro antico animo anticlericale (per il quale sono convinti che ai preti non bisogna mai darla vinta del tutto). Perciò si può sperare che in questo caso Dio non si rifiuti equanimemente di dare una mano. «Se il Padreterno non è fazioso» pensa Peppone utilizzando ancora una volta l’“assenso reale” «deve capire che queste storie non le facciamo per lui».
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Vorrei aggiungere un’ultima riflessione sul “dialogo”: un tema vivissimo in questi decenni, tanto che sembra essere percepito dall’odierna cristianità quasi come un dogma di fede. Ma non è un dogma di fede. Piuttosto è una ovvietà: è evidente che bisogna dialogare sempre con tutti, se si vuole evangelizzare efficacemente. Quelli di Guareschi sono senza dubbio personaggi “preconciliari”, ma nessuno potrebbe affermare che non ci sia dialogo fra don Camillo e Peppone. Il dialogo è anzi la sostanza stessa della loro leggendaria vicenda. Ogni giorno essi si incontrano, si confrontano, misurano con straordinaria libertà di spirito le loro rispettive convinzioni.
Ma don Camillo – che non solo è un irriducibile annunciatore del Vangelo ma anche un leale e appassionato rappresentante della Chiesa – non si sogna neppure di pensare che per dialogare efficacemente bisogna, come oggi si sente dire, «guardare a ciò che ci unisce e non a ciò che ci divide». Egli sembra ben persuaso che sia vero il contrario, almeno quando quello che ci differenzia e ci contrappone non è motivato e connotato dal capriccio e dal puntiglio, ma dall’amore per la verità e la giustizia. Diversamente, non ci sarebbe più nemmeno dialogo a utentico e pastoralmente proficuo; ci sarebbe solo una cortese chiacchiera da salotto.
Appunto per questo il dialogo come è tratteggiato da Guareschi appare evangelicamente giusto e fruttuoso. La salvezza dei fratelli non verrà dalla capacità degli uomini di Chiesa di schivare con mondana eleganza ciò che può inquietare e pungere una pace delle coscienze obiettivamente infondata e non generata dalla verità; potrà venire solo da una limpida e coraggiosa testimonianza resa, per amore del prossimo, alla luce di Dio.
di Giacomo card. Biffi
Fonte: http://www.campariedemaistre.com



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