Papi ed economia, i conti non tornano

Il Magistero sociale dei Papi è spesso piegato a letture ideologiche fonte di gravi equivoci e deformazioni. Ciò è dovuto a una errata visione di cosa sia la Dottrina sociale della Chiesa.

Anche per Papa Francesco avviene quanto già accaduto per i precedenti Pontefici. C’è chi dice che sul piano economico è di sinistra, ossia contro il mercato, chi invece che è di destra, perché vorrebbe moralizzare il mercato, cioè lubrificarlo meglio. C’è anche chi dice che di economia non ne capisce niente e che sarebbe meglio si astenesse. Quando uscì la Centesimus annus, nell’ormai lontano 1991, Giovanni Paolo II fu accusato di neocapitalismo in quanto aveva elogiato l’impresa e l’imprenditore e affermato la bontà del profitto. Dopo la pubblicazione della Caritas in veritate, nel 2009, numerosi circoli di politica economica statunitensi criticarono Benedetto XVI per i motivi opposti: retorica del dono e scarsa attenzione alle istituzioni economiche. Come ha recentemente documentato Sandro Magister nel suo blog, qualcosa del genere sta avvenendo anche per Papa Francesco.

Da un certo di punto di vista la cosa è persino ovvia. Questi approcci assumono un punto di vista particolare e lo proiettano sull’enciclica di volta in volta in questione. La vedono quindi in modo parziale. Più spesso, però, il motivo è più profondo: non si sa bene cosa sia la Dottrina sociale della Chiesa e quindi la si distorce, non prendendola per quello che è. Questo, però, non è colpa solo di affrettati e tendenziosi interpreti.

La Dottrina sociale della Chiesa è prima di tutto l’annuncio della dimensione pubblica della fede cattolica, della salvezza di Cristo che riguarda anche l’ordine temporale – quindi la giustizia e la pace – dato che Cristo è venuto per la salvezza di tutto l’uomo. La Dottrina sociale pretende che nella fede apostolica sia contenuto qualcosa di fondamentale che riguarda anche l’organizzazione della vita umana su questa terra, dato che la vocazione alla salvezza è unica e in questa vita sono in gioco valori assoluti che splenderanno in quella eterna.

La Dottrina sociale della Chiesa è appunto “della Chiesa” ed è quindi connessa – non come pura appendice – con la dottrina della fede, la vita sacramentale e liturgica e con l’intera tradizione apostolica. Poiché essa riguarda l’agire dei cristiani nel mondo, sia come singoli che come comunità ecclesiale, appartiene alla teologia morale, ma non è proprietà dei teologi moralisti. È “della Chiesa” e come tale è anche una categoria a sé.

Non bisogna mai dimenticare questo orizzonte quando si esaminano le indicazioni politiche, economiche o sociali dei documenti del magistero sociale. È, appunto, quando lo si dimentica che poi si finisce per sostenere che il tale Papa è neocapitalista o neosocialista. La Dottrina sociale della Chiesa contiene anche elementi di pura ragione e principi e orientamenti di legge naturale che possono essere condivisi da tutti, anche dai non credenti. Ma ciò non significa che questi elementi non dogmatici né dottrinali non ricevano la loro piena luce dal complesso della fede cattolica. Da qui i possibili equivoci da parte di chi prescinde da questo più ampio contesto. In altre parole, anche il non credente non dovrebbe accostarsi alla Dottrina sociale della Chiesa come se non fosse “della Chiesa” e non implicasse tutta la fede cattolica. Cosa difficile, ma non impossibile.

Del resto accade spesso così anche quando ad interpretarla sono i fedeli cattolici. Il motivo strutturale è presto detto. I testi del magistero sociale hanno bisogno di essere accompagnati e adeguatamente mediati in una paziente opera educativa. Non basta organizzare la serata sull’ultima enciclica. Serve un percorso coerente che parta dai documenti del Magistero – anzi anche da ben prima – ed arrivi a indicazioni generali di impegno con sani criteri formativi. Ora, da un lato questo non è mai avvenuto perché non è mai partita una vera pastorale sociale degna di questo nome, dall’altro quando avviene, avviene tramite visioni teologiche e filosofiche disturbanti e devianti. In questo caso fa più male che bene.

I punti nevralgici di una simile (assente ma necessaria) formazione sono soprattutto due. Il primo era stato evidenziato dalla Nota su alcuni aspetti dell’evangelizzazione della Congregazione per la Dottrina della Fede del 3 dicembre 2007: la Dottrina sociale della Chiesa ha per scopo l’evangelizzazione e non la partecipazione, la piena occupazione e l’equità fiscale, che verranno semmai di conseguenza. Il secondo è la questione della collaborazione dei cattolici con correnti filosofiche e politiche altre. Questa non deve essere ingenua. Non c’è dubbio che anche il Centro sociale Leoncavallo troverà qualcosa di buono in qualche frase della Evangelii Gaudium, però la contestualizza poi in un universo deformante. I cattolici non possono andare a braccetto con tutti.

Ricordo infine un altro aspetto. Proprio per prevenire le deformazioni di cui stiamo parlando è bene che i testi magisteriali siano chiari e non si avventurino con troppa facilità in terreni scivolosi che non sono loro propri. Ricordo che Giovanni Paolo nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1990 scrisse contro «la distruzione progressiva dello strato di ozono e l’effetto serra  … a seguito dello sviluppo costante … del consumo di energia». Una presa di posizione forse troppo dipendente dallo sviluppo scientifico del momento che infatti non fu poi più ripresa in questi termini dettagliati. Nei documenti magisteriali non è bene prendere a prestito concetti e valutazioni dalla sociologia o dalla scienza contemporanea che non sono certi. E non è da escludere che anche oggi, nell’ansia di comunicare, alcune espressioni prese troppo facilmente dalla cronaca economica o politica inducano poi a interpretazioni inopportune.



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