Assoluta, in che senso?

Alcuni punti della lettera del Papa ad Eugenio Scalfari sono stati distorti dalla stampa. E’ il rischio della comunicazione sui media. Per questo è utile precisare.

È necessario spendere qualche parola su un grosso equivoco che sta nascendo per interpretazioni scorrette della recente lettera di Papa Francesco al giornalista Eugenio Scalfari, che lo interpellava su alcune questioni attorno alla fede.

Il titolo scelto dal quotidiano La Repubblica, al testo del Pontefice, è fuorviante e non corrisponde a quanto scritto realmente dal Santo Padre. Non è vero, cioè, che egli avrebbe affermato: «La verità non è mai assoluta», di cui appunto al titolo. È stato invece scritto: «io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione».

In altre parole, non è auspicabile, per il credente, utilizzare il termine «verità assoluta», dove però l’aggettivo «assoluto» sia un derivato del verbo latino «absolvere» – sciogliere, liberare, rendere indipendente. Difatti – osserva il papa – «la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione»! Se, dunque, l’espressione «verità assoluta» fosse un pretesto per dire che la verità è un concetto «slegato» e «privo di ogni relazione» con Dio e con il prossimo, sarebbe meglio non utilizzarla.

Viceversa, è del tutto incongruo riassumere il pensiero del Papa nella frase «la verità non è mai assoluta», perché si presta all’equivoco – per chi legge – di concludere che il Santo Padre affermi il relativismo della verità. Si potrebbe, in tal modo, essere portati a credere che, per la Chiesa, la verità sia relativa.

Non è così. Però è lecito chiedersi: in che senso allora la verità è «assoluta»?

Lo spiega lo stesso Magistero. Ad esempio Giovanni Paolo II, nell’Enciclica “Fides et ratio” (14/9/1998, n. 27), insegna: «[ci si chiede] se sia possibile o meno raggiungere una verità universale e assoluta. Di per sé, ogni verità anche parziale, se è realmente verità, si presenta come universale. Ciò che è vero, deve essere vero per tutti e per sempre. Oltre a questa universalità, tuttavia, l’uomo cerca un assoluto che sia capace di dare risposta e senso a tutta la sua ricerca: qualcosa di ultimo, che si ponga come fondamento di ogni cosa. In altre parole, egli cerca una spiegazione definitiva, un valore supremo, oltre il quale non vi siano né vi possano essere interrogativi o rimandi ulteriori. Le ipotesi possono affascinare, ma non soddisfano. Viene per tutti il momento in cui, lo si ammetta o no, si ha bisogno di ancorare la propria esistenza ad una verità riconosciuta come definitiva, che dia certezza non più sottoposta al dubbio».

Giovanni Paolo II spiega che l’espressione «verità assoluta» non può che essere un sinonimo di verità «universale», «definitiva». Ovvero, un “assoluto” che si pone «come fondamento di ogni cosa», che fornisca «una spiegazione definitiva», «che dia certezza non più sottoposta al dubbio», al di là del quale «non vi possano essere interrogativi o rimandi ulteriori». La verità, insomma, come qualcosa che si contrappone al “relativo”, al “dubbio”. In questo senso – come contrapposta a “relativa” – senz’altro la verità è “assoluta”. Ma in quanto contrapposta a “relazionale” – afferma Papa Francesco – la verità non può essere “assoluta”, slegata, priva di vincoli con le altre persone.

Da qua si comprendono altri interventi magisteriali, che trattano della «verità assoluta» e che di seguito riporto:

«Qua e là non è raro che essi [gli scettici, ndr] levino la voce contro quelli che consapevolmente, come cristiani, s’interessano con pieno diritto dei problemi politici e in generale della vita pubblica. Talora essi denigrano altresì la sicurezza e la forza che il cristiano attinge dal possesso della verità assoluta, e diffondono, al contrario, la persuasione che torni ad onore dell’uomo moderno e sia pregio della sua educazione non aver idee o tendenze determinate, né essere legato ad alcun mondo spirituale».

Pio XII, “Radiomessaggio di Natale”, 24/12/1954

«Molti, oltrepassando indebitamente i confini delle scienze positive, o pretendono di spiegare tutto solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta».

Concilio Vaticano II, “Gaudium et spes”, 7/12/1965, n. 19

«Nella profondità del suo cuore permane sempre la nostalgia della verità assoluta e la sete di giungere alla pienezza della sua conoscenza».

Giovanni Paolo II, “Veritatis splendor”, 6/8/1993, n. 1

«L’amore – «caritas» – è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta».

Benedetto XVI, “Caritas in veritate”, 29/6/2009, n. 1



6 commenti su “Assoluta, in che senso?

  1. Clementina ha detto:

    Se si ha bisogno di un commentatore che spieghi meglio vuol dire che non ci si è spiegati bene. Che serva di insegnamento a tutti.

    1. Silvio Brachetta ha detto:

      Il fatto è che la Chiesa si spiega bene, ma in essa «ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3, 16).

      1. Clementina ha detto:

        Si trova sempre un versetto in appoggio a qualunque opinione. Ma non sarà con un versetto che lei potrà rispondere a tutte le persone oneste, anche tra i giornalisti qualche volta ci sono, che non sanno cosa pensare,come interpretare e verificare le contraddizioni,le giravolte, i dubbi che ci vengono proposti. La chiesa si spiega bene? Sarà. Può darsi che siano i fedeli a vedere ambiguità e contraddittorio, chiediamo venia.

        1. Silvio Brachetta ha detto:

          Infatti non rispondo a versetti, ma con articoli, corredati da molte, ma molte fonti. Le spiegazioni ci sono in abbondanza. Però alcuni lettori preferiscono soprassedere sui contenuti dell’articolo e pontificare pro domo sua.

          1. Cesare ha detto:

            Gentile Brachetta,ma lei così chiude il cerchio e si torna alla partenza,non si rende conto? Si era partiti dalla constatazione che discorsi ambigui che suscitano opinioni contrarie agli scopi per cui erano stati fatti e che hanno bisogno di commenti ed esegesi “in abbondanza” corredate da “molte,molte fonti” andrebbero come minimo curati meglio nella forma. Non si può fare gli zelanti a tutti i costi e ripetere che tout va bien,madame la marquise!

          2. Silvio Brachetta ha detto:

            Caro cesare, le risponderei, se avessi capito qualcosa di ciò che ha scritto. Nel suo coacervo l’unica cosa che non si può curare è la forma, essendo inesistente.
            Eppoi, non possiam fare i don Abbondio per partito preso, s’il vous plaît.

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