Ordinazione diaconale di Devid Giovannini e Stefano Vattovani

Domenica 22 febbraio, la Diocesi di Trieste si è raccolta in cattedrale attorno al Vescovo per la solenne celebrazione durante la quale sono stati ordinati Diaconi due giovani seminaristi del Seminario di Castellerio. Ecco le parole del Vescovo

DIOCESI DI TRIESTE

ORDINAZIONE DIACONALE DI DEVID GIOVANNINI E DI STEFANO VATTOVANI

+Giampaolo Crepaldi

Cattedrale di San Giusto, 22 febbraio 2015

 

Eccellenza, cari fratelli nel sacerdozio, carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

  1.         Vi ringrazio di cuore che siete venuti numerosi oggi in questa Cattedrale, uniti dal sentimento della gioia e accumunati dalla preghiera al Signore. In qualche modo, siete immagine e somiglianza della Chiesa di Trieste: a suo nome innalzate, con la presente solenne liturgia, il canto di riconoscenza per il grande dono di grazia di due nuovi diaconi – Devid Giovannini e Stefano Vattovani – che stiamo per ricevere dal Signore. E’ una grazia che il Signore ha fatto maturare con il concorso dei loro famigliari, delle comunità parrocchiali di origine e di appartenenza, di tanti sacerdoti, amici e conoscenti e del Seminario, qui rappresentato dai suoi Superiori: a tutti va la riconoscenza della nostra Chiesa.
  2.         Carissimi Devid e Stefano, nell’avvicinarsi della mia ordinazione diaconale mi chiedevo spesso che cosa significa essere diaconi, desideroso com’ero di possedere un’adeguata comprensione della realtà che questo provvidenziale ministero comporta. La risposta a questa mia domanda – risposta che oggi ripropongo anche a voi – la trovai nella seconda lettera ai Corinti. San Paolo scriveva: “Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù” (2 Cor 4,5). Questo versetto riassume, in maniera semplice e suggestiva, la definizione del diaconato: il diaconato è un servizio alla Chiesa per la causa di Cristo. Essere diacono vuol dire dedicare tutto il proprio essere a Cristo crocifisso e risorto, unico e necessario Salvatore del mondo; e questo dedicare tutto il proprio essere a Cristo si concretizza poi nel lavoro apostolico a vantaggio della Chiesa, sul modello di Cristo stesso, “come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (cf Mt 20,28). Nella salutare e impegnativa prospettiva delineata dal Signore, servire, cioè essere diaconi, è sinonimo di dare la vita, di sacrificare se stessi – le proprie forze, le proprie idee, il proprio tempo – fino a rendersi interiormente disponibili alla testimonianza suprema. Si tratta di un impegno serio, molto serio, che solo con l’aiuto di Dio e la sua benevolenza può essere assolto in modo adeguato.
  3.        Carissimi Devid e Stefano, tra poco, vi rivolgerò le seguenti domande: “Volete essere consacrati al ministero della Chiesa? Volete esercitare questo ministero con umiltà e carità? Volete annunciare il Vangelo con le parole e con la vita? Volete custodire per sempre l’impegno del celibato, come segno di totale dedizione a Cristo? Volete impegnarvi nella preghiera della Liturgia delle Ore? Volete conformare la vostra vita a quella di Cristo Signore?”. Alle mie domande ognuno di voi risponderà: sì, lo voglio. Con il vostro confermerete, in maniera pubblica e solenne, la vostra volontà di essere servitori della Chiesa per la causa di Cristo. Non diventate diaconi per coltivare altre cause, anche se legittime e degne, come quelle sociali o politiche o di altro genere… La nostra causa – dico nostra perché riguarda anche me come vescovo e tutti i presbiteri, oltre che i diaconi – è il Signore Gesù, che va annunciato con la parola e con l’esempio, che va comunicato con la grazia dell’orazione e dei sacramenti, che va testimoniato con le opere di giustizia e la vita di carità. Ed è nella logica spirituale del dedicare tutto il proprio essere alla causa di Cristo, che farete il grande passo del celibato: la consacrazione a Dio nel celibato è il segno eloquente della vostra totale donazione alla causa del Signore Gesù.
  4.         Carissimi Devid e Stefano, siete giunti a questo momento attraverso il contributo di tanti fattori; penso al sostegno delle vostre famiglie, alle belle esperienze nel movimento di Comunione e Liberazione per Devid e dell’Azione Cattolica per Stefano; penso all’accertamento delle vostre doti personali fatto dai Superiori: come ho già detto, a tutti va la nostra gratitudine. Tuttavia è bene che, in questa solenne circostanza, ricordiate che a insignirvi della sacra dignità diaconale e a caricarvi di questo santo fardello è il vescovo, immagine viva e vicario visibile del Principe dei pastori (cf 1Pt 5,4). Vi ricordo questo per sottolineare il valore essenziale e vitale del rapporto fecondo che, adesso come diaconi e domani come presbiteri, dovete avere con il vescovo. Come diaconi siete mandati alla comunità; non siete mandati dalla comunità, ma siete mandati dal vescovo, cui solo spetta il delicato compito di dirvi, con decisione libera e ponderata: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20,21). Se, lungo gli anni, saprete coltivare la consapevolezza e la memoria viva della primaria responsabilità di colui che ha la pienezza del sacerdozio ed è garante della volontà del Signore, sappiate che il vostro diaconato oggi e il vostro presbiterato domani sapranno conservare, anche nelle ore di turbamento e di difficoltà, la pace interiore e la fedeltà alla chiamata che Dio stesso vi ha rivolto. Perché? Perché la vostra vocazione, tramite il vescovo, è stata autenticata dalla Chiesa. In questa salutare prospettiva, il diaconato è un riverbero e quasi una iniziale condivisione dell’autorità ministeriale del successore degli apostoli, che va esercitato sempre nella totale comunione con lui e nell’ossequio cordiale alle sue decisioni e alle sue direttive. Quando vengono meno la comunione con il vescovo e l’ossequio al vescovo significa che qualcosa non funziona più nel diacono e cominciano i guai per la Chiesa.
  5.         Carissimi Devid e Stefano, essere diaconi è un compito arduo ed esaltante, che a partire da oggi segnerà irrevocabilmente tutti i giorni della vostra esistenza. Amici di Cristo, di una amicizia che deve ogni giorno rinnovarsi ed approfondirsi, sarete servi della Chiesa con una piena dedizione agli altri, soprattutto ai poveri e ai sofferenti, nell’anima e nel corpo. È, in definitiva, la missione del servo di Dio, preannunciata dal profeta e compiuta in Gesù, che deve continuare in voi: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19). Dove troverete la forza e le energie necessarie per l’esercizio del ministero apostolico che sia davvero fecondo? Prima di tutto, nella parola di Dio, quotidianamente ascoltata, meditata, incarnata nella vostra condotta. In secondo luogo, nell’Eucaristia, in una comunione reale con il corpo dato e il sangue sparso di Cristo per la salvezza e il rinnovamento dell’intera famiglia umana. Poi, nell’amore alla Vergine Maria, la serva del Signore (cf Lc 1,38), e quindi modello, amato e venerato, della vostra diaconia. Ed è proprio alla materna protezione di Maria che affido il vostro diaconato: Santa Maria, serva del Signore e dell’intera umanità, prega per Devid e Stefano e per tutti noi. Amen!


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