Obbligo del gender a scuola, il Miur getta la maschera

Tutte le perplessità e timori legati alla messa a punto delle linee guida del comma 16 della legge sulla ‘Buona Scuola’, che introducono l’educazione alla parità tra i sessi e la lotta alla violenza di genere in tutti gli istituti di ogni ordine e grado, hanno avuto conferma lo scorso 5 luglio, quando era prevista […]

Tutte le perplessità e timori legati alla messa a punto delle linee guida del comma 16 della legge sulla ‘Buona Scuola’, che introducono l’educazione alla parità tra i sessi e la lotta alla violenza di genere in tutti gli istituti di ogni ordine e grado, hanno avuto conferma lo scorso 5 luglio, quando era prevista la presentazione dell’anteprima dell’ultima versione del testo al Fongas, il Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola. L’incontro tra i delegati del Ministero dell’Istruzione e i rappresentati delle associazioni si è dimostrato invece una farsa che ha visto i dirigenti del Miur comunicare il rinvio della consegna del documento a data da destinarsi previa l’approvazione da parte del Ministro Giannini.

La misura è risultata colma anche a quelle realtà più inclini al dialogo con i vertici del ministero in viale Trastevere e nelle ultime ore è iniziata a circolare la versione completa di una delle ultime bozze delle linee guida, stilata dalla commissione di pedagogisti e di esperti di diverse discipline.

Come avevamo preannunciato sulla base di alcune indiscrezioni (clicca qui) si tratta di una ventina di pagine piene di una retorica politicamente corretta tesa a decostruire ogni forma di identità che, secondo il filo rosso che lega tutto il lavoro della commissione, viene spacciata come naturale da un ambiente retrogrado e maschilista.

Basta leggere alcune premesse per rendersi conto dell’impostazione ideologica che muove tutto il documento. Si parte in fatti dall’assunto che “nascere uomini o donne crea appartenenze forti” (e fin qui siamo d’accordo tutti) e da questo si ricevono “opportunità e risorse ma anche impedimenti e vincoli”. “Questo fondamento oggettivo – si legge ancora nel testo – dovuto ad una storia arcaica di dominio legata probabilmente, alle origini, alla maggiore forza fisica dei maschi della specie e alla preponderanza dell’impegno nella funzione riproduttiva per le femmine. Sono le basi del patriarcato: gli uomini hanno assunto il potere sulle donne per il controllo della prole e attraverso l’alibi della maggiore vulnerabilità della donna hanno organizzato le società e costruito le norme”.

“Secondo questa millenaria tradizione – prosegue ancora il testo redatto dagli esperti – le donne sarebbero soggetti deboli, incapaci di pensiero astratto, dominate da una realtà corporea invadente, emotive piuttosto che razionali. Questa ideologia ha caratterizzato  i rapporti tra i sessi e l’organizzazione familiare ma anche la struttura sociale del mondo occidentale, dove fino alla fine dell’800”

Insomma, mancando anche di un po’ di originalità, si torna a colpevolizzare il maschio e la società naturale pre-industriale con il lessico da sessantottini fuori tempo massimo e si riduce la complessità della maternità, della filiazione e della relazione uomo-donna ad una questione di dominio e sopraffazione (strategia tra l’atro molto deleteria in un periodo di record storico della denatalità in cui giovani italiani tendono a scappare da ogni impegno emotivo stabile). Millenni di storia del mondo Occidentale – in cui si è avuto anche un significativo contributo da parte di regine, imperatrici, sante, mistiche, scrittrici,  filosofe e pensatrici – sono descritti come un lunghissimo periodo di sonno della ragione, dove il dato naturale era figlio di un mero pregiudizio culturale.

Nei passaggi successivi la situazione non migliora; la descrizione della donna nel conteso sociale è talmente stereotipata sui canoni di un vetero-femminismo che sorgono seri interrogativi sull’infanzia vissuta dagli autori del testo: “Simbolicamente ciò ha comportato nel tempo la riduzione delle donne a corpo, dominato dall’uomo e destinato alla cura esclusiva della vita, cui è sottratta una dimensione compiutamente umana, con conseguente esclusione dallo spazio pubblico, dall’esercizio della cittadinanza, dall’autodeterminazione e dalla libera scelta. Per tutti questi motivi la prima differenza che sperimentiamo nella nostra vita è stata di solito trasmessa come gerarchica e tale diventa il modello che profondamente interiorizziamo: differenza come disuguaglianza”.

Secondo questo consesso di menti illuminate impegnate a cercare una strategia per liberare i nostri ragazzi da ogni pregiudizio, “molto spesso dalle bambine e dalle ragazze si aspettano comportamenti e inclinazioni che corrispondono a idee e immagini molto normative”. Tuttavia, si afferma nelle linee guida, “la differenza sessuale può al contrario essere vissuta secondo in uno spettro ampio di inclinazioni, affinità, scelte. Si può essere uomini e donne in modo libero e rispettoso di sé e degli altri senza costringere nessuno/a dentro un modello rigido di comportamenti e di atteggiamenti”.

In questa strategia non poteva poi mancare la questione del “genere grammaticale”, che prevede l’invito ad usare “il genere grammaticale maschile per gli esseri umani di sesso maschile e il genere grammaticale femminile per quelli di sesso femminile e a conoscere le diverse strategie linguistiche che permettono un uso della lingua rispettoso delle differenze di genere, pur mantenendo i testi pienamente leggibili”.

Un altro passaggio molto critico, destinato ad aprire un duro confronto tra il Miur e le associazioni che chiedono la garanzia del consenso informato per i genitori, si trova nel paragrafo 4.1, in cui si afferma che “l’educazione alla parità e alla non discriminazione , intesa in tutte le sue accezioni è interconnessa ai contenuti di tutte le discipline. Di conseguenza, coinvolge tutti i docenti”. Concetto rafforzato da una frase successiva: “Si individuano alcune linee di intervento sulle quali incentrare la progettazione educativa e didattica sia curricolare sia extracurricolare”, di conseguenza per la parte curriculare non sarebbe possibile richiedere consenso informato per esonero.

Tutti gli interventi hanno l’obbiettivo della “decostruzione dei pregiudizi e degli stereotipi”. Per centrare questo scopo i presidi potranno avvalersi della “collaborazione con l’ UNAR nelle azioni di prevenzione, contrasto e rimozione delle discriminazioni”.  D’altra parte le intenzioni dell’Unar sono chiarissime, basta aprire il portale ‘noisiamopari.it’ dove lo stesso Unar propone l’Accreditamento delle associazioni LGBT presso il MIUR in qualità di enti di formazione.

Infine viene chiaramente indicato che la formazione del personale scolastico dovrà “contenere specifici percorsi di formazione / aggiornamento incentrati in particolare sui seguenti temi; discriminazione di genere; violenza di genere; discriminazione omofobica e discriminazione etnico/razziale”.

Forse questo testo fuga ogni dubbio sulle reali intensioni del comma 16 sulla ‘Buona Scuola’, spacciato come strumento per la lotta al bullismo. Ora però si gioca a carte scoperte e le famiglie sono chiamate a scendere di nuovo in campo.

di Marco Guerra

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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