Nel 50° della morte di Bobi Bazlen

Bobi Bazlen, il “bracco letterario”, come lo definì tra il serio e il faceto l’amico Stuparich. Ne abbiamo parlato sulla versione cartacea di Vita Nuova. Ma la figura sfaccettata di Bobi rivela profili, primi piani e profondità di volti simili alle quinte di un teatro racchiuse le une nelle altre — con disegni, decorazioni e […]

Bobi Bazlen, il “bracco letterario”, come lo definì tra il serio e il faceto l’amico Stuparich. Ne abbiamo parlato sulla versione cartacea di Vita Nuova. Ma la figura sfaccettata di Bobi rivela profili, primi piani e profondità di volti simili alle quinte di un teatro racchiuse le une nelle altre — con disegni, decorazioni e architetture vertiginose: un articolo non basta certo ad esaurirne il valore umano, letterario e culturale.

Abbiamo detto che Bazlen è stato anche scrittore e che la sua unica opera – frammentaria, rapsodica e potenzialmente infinita – è il romanzo “Il capitano di lungo corso”. L’opera si pone sulla scia della moderna letteratura di “viaggio” nelle sue inquietanti declinazioni del tema universale della partenza e del ritorno di omerica memoria — l’“Odissea” è l’archetipo occidentale di ogni viaggio letterario.

La distanza tra antico e moderno si misura all’interno di questo genere in tutta la sua vastità problematica: al quadro unitario e limpido della navigazione di Odisseo, con un punto di partenza, uno svolgimento e un approdo finale risolutivo, si contrappone nella letteratura moderna un viaggio più interiore che esteriore e di carattere iniziatico. La mappa del viaggio, anche nei suoi luoghi fisici, è la traduzione di un paesaggio dell’anima, con le sue angosce, i suoi incubi e i suoi interrogativi senza risposta. L’Ulisse omerico ha un luogo ove tornare, il viaggiatore moderno dell’“Ulisse” di Joyce e del romanzo di Bazlen al contrario si mettono in viaggio per scoprire di non avere più una patria ove riparare. Così il viaggio e l’eroe o anti-eroe che lo compie si fanno metafora della condizione moderna dell’uomo, figura della disperazione, della mancanza e del caos. Pensiamo a Dante e al suo viaggio ultraterreno narrato nella “Divina Commedia”. Come già evidenziato in Omero, anche qui il percorso ha un inizio, uno svolgimento e una meta che coincidono con la rivelazione di un destino e di un senso: Dante ritrova se stesso al vertice del viaggio, nella visione paradisiaca della rosa mistica e della Trinità. Il cristianesimo è il grande quadro di riferimento del poeta che ha ancora la capacità logica e l’ispirazione per comprendere se stesso e il significato del proprio essere ed esistere.

Nei cantori moderni dell’uomo disperso e senza più riferimenti, questo quadro unitario di riferimento non esiste più. È stato l’uomo stesso a distruggerlo, o meglio, a nasconderlo dietro il velo dei propri dubbi e della propria falsa idea di libertà. Il viaggiatore moderno di Joyce e di Bazlen al termine del proprio percorso scopre che non c’è nulla da scoprire e che la vita è solo naufragio, casualità, assenza di senso. Odisseo ritrova la propria terra, il proprio regno e la propria regalità; Leopold Bloom, protagonista del romanzo di Joyce invece approda in una terra ignota che non ha nulla da dargli. Come un mostro divoratore la visione di Bloom dilania e disperde anche l’ultimo ancoraggio del naufrago moderno: la propria coscienza. Quest’ultima si sfrangia, si sgretola e si disperde in un magma di forze oscure senza nome. Se la realtà oggettiva non esiste più, neanche l’Io oggettivo, l’identità umana non esistono più. Mondo esterno ed interno si fanno colata lavica di materia informe che brucia e dilaga ovunque, seminando un incendio senza fine che fa deflagrare il cosmo in caos. Cosa è accaduto? Perché il viaggiatore di Joyce e di Bazlen subisce questa iniziazione rovesciata e distruttiva? Di chi è la colpa o la responsabilità? E che senso ha accettare come una conquista quella che è solo una perdita di ragione, di valore e di essere?

Quando l’uomo cancella Dio dalla propria vita, cancella anche se stesso. La cultura greca aveva un suo quadro di valori, una sua visione del mondo e della vita. Tra il bene e il male correva una linea di separazione chiara e ben delineata. Il cristianesimo portò alla sua perfezione la sete umana di verità, di bene e di bellezza, rivelando all’uomo se stesso, il suo destino, la meta del suo viaggio terreno. Una volta sganciata la propria libertà dall’universale disegno divino del logos cristiano, l’uomo si è ritrovato a vestire i panni grigi e tristi di uno dei tanti Leopold Bloom, Zeno Cosini e “capitani” di lungo corso posseduti dal capriccio delle maree che attraversano la cultura moderna.

Eppure Bazlen ci ha aperto numerosi scorci di luce e canali di ricerca. Ha volto la prua della propria nave alla volta dei grandi saperi universali, delle filosofie tra Oriente e Occidente, privilegiando nell’arte le prime venature di realismo magico o fantastico. Non è stato capito. O meglio non si è voluta capire la sua voce, in un’epoca, tuttora in corso, che ha fatto della consapevole eclissi del senso e della verità il proprio unico senso e la propria sola verità. Forse Bazlen è uno di quei rari personaggi ancora tutti da riscoprire e capire e che nella loro vita e nella loro opera hanno rivelato, più in enigma che in forma aperta, il male di vivere e insieme il farmaco per curarlo.

 



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