Nei salotti buoni il biotestamento è già eutanasia

Capita a volte che, parlando un po’ a vanvera, si dica effettivamente una inconsapevole verità. E’ quel che è successo a Ilaria Borletti Buitoni: sottosegretario ai Beni Culturali in questa legislatura – nominata da Letta e confermata da Renzi e Gentiloni – eletta nelle liste di Scelta Civica e prontamente passata al Pd una volta […]

Capita a volte che, parlando un po’ a vanvera, si dica effettivamente una inconsapevole verità. E’ quel che è successo a Ilaria Borletti Buitoni: sottosegretario ai Beni Culturali in questa legislatura – nominata da Letta e confermata da Renzi e Gentiloni – eletta nelle liste di Scelta Civica e prontamente passata al Pd una volta annusata l’aria; una che già dal doppio cognome trasuda appartenenza giusta per salotti giusti. E infatti, siccome fra frequentatori di salotti buoni ci si intende, ha subito raccolto e rilanciato su twitter il messaggio del Corriere della Sera di qualche giorno fa, sull’ennesimo “nuovo diritto”: il dj Fabo, paraplegico e cieco per via di un terribile incidente stradale, vuole morire, e ha chiesto per sé l’eutanasia con un messaggio al Presidente della Repubblica.

La lettera a Mattarella vorrebbe replicare il caso di Piergiorgio Welby, che iniziò proprio così la sua battaglia per l’eutanasia, chiedendola in una lettera all’allora Presidente Napolitano. La missiva allora fu resa immediatamente pubblica e riportatata con grande slancio dai media, tanto da trovarla fra le prime notizie dei tiggì. Sappiamo come finì: Welby ottenne di morire a casa sua, facendosi sedare dopo aver staccato il respiratore che lo teneva in vita, in nome del diritto a interrompere un trattamento sanitario, cioè la respirazione artificiale.

Lui e i radicali che lo accompagnarono in quella battaglia, fecero sì che la rinuncia a un trattamento sanitario (diritto riconosciuto dalle nostre norme, ed esercitato purtroppo ogni giorno da pazienti che abbandonano le terapie) somigliasse il più possibile a un atto eutanasico, un suicidio assistito. Questo perché la battaglia di Welby e dei radicali mirava esplicitamente a ottenere l’eutanasia, e non aveva niente a che fare con la richiesta di esercitare il proprio diritto alla libertà di cura e quindi anche all’eventuale rinuncia.

Ma il caso di Welby è totalmente diverso da quello di Fabo: il primo era malato di distrofia muscolare, una patologia neuromuscolare degenerativa, cioè che peggiora nel tempo fino a portare alla morte, mentre il secondo è diventato paraplegico e cieco dopo un incidente, e quindi è in una condizione permanente di grave disabilità, ma non è malato. Dire sì a Febo equivale ad ammettere l’eutanasia per chi ha qualche forma di disabilità, e abbiamo detto tutto, senza bisogno di riferimenti storici ben noti.

La sottosegretaria dal doppio cognome non ha colto la differenza: volendo esprimere tutta la sua empatia con il fronte dei “nuovi diritti”, ha mostrato però di avere idee a dir poco confuse su quello di cui vuole tanto parlare. “caso #fabolibero indica l’urgenza di una legge su #biotestamento: essere #LiberiFinoAllaFine per un Paese più moderno e civile”, ha bellamente cinguettato la Borletti Buitoni, ignara di aver dimostrato sul tema una notevole inconsistenza culturale, lei che di beni culturali dovrebbe occuparsi. Il cosiddetto biotestamento è infatti un “consenso anticipato”, viene scritto quando si è completamente capaci di intendere e di volere, pensando all’eventualità di non poter più esprimere, in futuro, la propria volontà riguardo i trattamenti sanitari. In altre parole, serve quando una persona non è più in grado di dare il proprio consenso esplicito a una terapia, e non è questo il caso di Fabo, pienamente lucido e vigile, e perfettamente in grado di esprimersi.

Se anche fosse approvata l’attuale proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, o qualunque legge sul biotestamento, non cambierebbe proprio niente per Fabo, che è lucido e non ha parlato di interruzione di trattamenti sanitari. A Fabo, per autorizzarlo a morire, serve una legge sull’eutanasia o sul suicidio assistito, non il testamento biologico. Il tweet della sottosegretaria, insomma, “non c’azzecca niente”, come dicono a Roma, forse anche nei salotti buoni.

Ma l’incauto cinguettìo rivela anche un’altra, profonda verità: il “biotestamento” , per chi lo propugna, equivale nei fatti al “diritto a morire”, cioè all’eutanasia. La battaglia per il testamento biologico, infatti, non ha a che fare in genere con la libertà di cura, ma ruota sempre intorno alla richiesta di rifiuto o interruzione di alimentazione e idratazione artificiale, richiesta che si vorrebbe vincolante per il medico, e che inevitabilmente porta alla morte per denutrizione o disidratazione a prescindere da qualsiasi patologia: senza mangiare e bere muoiono tutti, e non per malattia, ma per fame e per sete.

La verità è che il testamento biologico è il modo per introdurre l’eutanasia, esattamente come le unioni civili per le coppie omosessuali servono per arrivare al matrimonio vero e proprio, e soprattutto alla filiazione (incluso l’utero in affitto) per i gay.

di Assuntina Morresi

Fonte: https://www.loccidentale.it



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