Morte del Cristianesimo in tempi non troppo lunghi? Vincent Morch contro Michel Onfray

La debolezza del Cristianesimo è la sua forza.

L’ateo «Michel Onfray non si offenda» – scrive il filosofo francese Vincent Morch su Figaro Vox – «ma il cristianesimo sopravviverà». Onfray sostiene in Décadence (Flammarion, 2017) l’estinzione della civiltà giudaico-cristiana e, in effetti, molte potrebbero essere le avvisaglie di una morte del cristianesimo in tempi non troppo lunghi, per omicidio o per eutanasia.
Gli risponde Morch che, sì, la malattia della nostra civiltà è reale e grave, ma la gravità dell’infezione è commisurata agli anticorpi che possiede. Quali sono questi anticorpi?

Soprattutto e paradossalmente la «debolezza», dimostrata fin da subito: il cristianesimo – afferma – «è nato sulla soglia di una tomba». Il debolissimo Cristo morì e fu sepolto. E su quella soglia «ci resterà per sempre», poiché da duemila anni «oscilla tra il Regno dei morti e il Regno dei cieli». Inoltre, Onfray arriva per ultimo. Molti, prima di lui, hanno creduto di poter stilare l’atto di morte del cristianesimo. Del resto i soliti noti – Robespierre, Hugo, Comte, Marx, Nietzsche – si sono soltanto limitati a dire che non potrà mai esistere un «cristianesimo trionfante»: la qual cosa è, in un certo senso, vera.

L’«intrinseca fragilità» del cristianesimo si è posta, fin dai primi secoli, in antitesi con il culto del successo e del potere, per cui la conversione ha sempre significato, primariamente, un cambiamento di mentalità. Il Crocifisso, che viene a castigare la ragione del mondo, intronizza un’altra ragione, un altro Logos, per cui anche la libertà è raggiungibile solo cambiando strada. Ma sulla strada di Gesù Cristo «assisteremo agli ultimi spasimi di un cadavere o all’inizio di una risurrezione»?

Il mondo e il mondano non può risorgere, anche perché privo di un altro degli anticorpi del cristiano, che attiene proprio alla libertà. Tra l’altro, il mondo è paganamente superstizioso. Non sa risolvere il mistero del compiersi del tempo. Non trova uno sbocco tra l’eterno ritorno delle cose e la fine di tutto. Per questo, in fondo, è disperato. Il mondo è, insomma, «fatalista» – osserva Morch – nel più classico degli schemi del «tutto è già stato scritto».

La vera «filosofia della libertà», quindi, non è rintracciabile nelle inesattezze dei nuovi filosofi, ma in una civiltà autenticamente cristiana. Dice il mondo: «la globalizzazione è inevitabile, il capitalismo è destinato al fallimento, la Gran Bretagna resterà nell’Unione europea». Tutto è meccanico, tutto determinato, tutto già risolto, tutto è soggetto a una sorta di volontà extraumana implacabile. Il mondo, che con le nuove filosofie sembrava fare della volontà umana un assoluto, l’ha invece distrutta e, con essa, la libertà, ingabbiando l’uomo tra le sbarre del fatalismo cieco e insensato.

Non così il Crocifisso, qua ritratto da Morch, il quale «proclama che l’essere umano è fondamentalmente libero», come il Cristo fu libero davanti a Pilato. Il Figlio di Dio rivelò tutta la sua gloria, non piegandosi a ciò che Pilato cercava, ma lasciandolo allontanare con il dubbio irrisolto: «Quid est veritas – Che cos’è la verità»?



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