Mondo occidentale ed Islam: prendere atto dei dati di fatto e prevedere il futuro

Conferenza a Trieste del sociologo Tellia: “Dovremo essere intransigenti nell’applicazione delle nostre regole: finché ci sono, dovrebbero valere per tutti coloro che risiedono in Europa”.

LA SFIDA DELL’ISLAM

Il tema delle migrazioni è la questione centrale su cui i cittadini chiedono risposte alla politica. Un’ analisi sociologica della questione migranti è più che mai necessarie ma non si fa. Spiace riconoscerlo, ma ognuno ha le sue buone ragioni, a destra e a manca, per trarne vantaggi economici ed elettorali. Prima o poi scoppierà in maniera deflagrante, e né la destra né la sinistra avranno la soluzione se non concordano su alcune questioni oggettive. La prima è che i muri ormai ci sono e se ne costruiranno degli altri semplicemente perché, ad oggi, lo chiedono tanto  i cittadini degli Stati Uniti d’America quanto quelli di  Monfalcone, a Milano ed a Roma quanto a Budapest ed a Belgrado.  Per costruire ponti ci vogliono almeno due e pilastri. Il nostro, da solo, non regge né “passerelle” né dialoghi. Il 15 novembre scorso il Prof. B. Tellia ha tenuto una Conferenza sul tema Islam su invito di Autonomia Responsabile. Riportiamo, riassumendo, l’articolazione dei punti trattati.

I dati di fatto

  1. Geopolitici.

A livello globale:

–         è dilagante il fenomeno del risveglio islamico;

–         riemerge prepotentemente il fondamentalismo;

–         fallisce il processo di modernizzazione nella maggior parte delle società islamiche.

Negli stati islamici  si chiede (e si attua) una più rigida applicazione della Shari’a e si riduce, fino a farle scomparire, la presenza di minoranze di altra religione. Negli stati dove i musulmani sono minoranze: se concentrati in una determinata area, si chiede l’autonomia per essa; se dispersi, si chiede di potere praticare la propria religione in tutte le sue manifestazioni.

Di fatto, è in atto una strategia aggressiva dei paesi islamici attraverso  la OIC – Organization of Islamic Cooperation (56 stati islamici o a maggioranza islamica, compresa l’Albania).

Gli obiettivi che perseguono sono così riassumibili:

1) unificare la Ummah (comunità islamica mondiale) attraverso il suo radicamento nel Corano, nella Sunna e nell’ortodossia canonica della Shari’a, nonché la difesa solidale delle cause e degli interessi musulmani nel pianeta;

2) contrastare come islamofobica e diffamatoria qualsiasi osservazione e pratica critica della “nobile immagine dell’Islam”;

3) assistere le minoranze musulmane per conservare la loro identità religiosa e culturale;

4) inculcare i valori islamici nei bambini e nei giovani.

Vi è, inoltre, una inarrestabile strategia di penetrazione nei paesi non musulmani attraverso la finanza e l’economia.

I conflitti fra stati musulmani non devono distogliere dal dato principale: tutti condividono la stessa strategia sopra riassunta.

 

A livello europeo:

Cresce la popolazione musulmana, sia in valori assoluti che percentuali a causa dell’andamento demografico (tassi diversi di fertilità fra immigrate musulmane e popolazione femminile locale, ricongiungimenti, nuovi ed incontrollati flussi migratori).

Il fenomeno in atto è quello di un’Europa musulmana o di un Islam europeo?

Al momento, si stanno realizzando aree musulmane in tutti gli stati europei laici che preferiscono il multiculturalismo (sommatoria di religioni/culture) all’assimilazionismo (accettazione e rispetto delle leggi dei paesi ospitanti).

L’Europa, non può (per totale cecità politica e incapacità di analisi), non vuole (per timore di perdere contratti commerciali, investimenti, finanziamenti), non deve (la dimensione religiosa è bandita dall’agenda europea) affrontare il nodo centrale dell’Islam e della presenza dell’Islam. Sostiene, però, le richieste dei musulmani: proprie scuole, corti islamiche, riproduzione di tratti culturali incompatibili con la cultura europea.

La presenza e la diffusione dell’Islam sono sostenute da numerosi stati islamici attraverso la costruzione di moschee, il finanziamento di centri culturali islamici, il finanziamento di dipartimenti e centri universitari (all’università di Cambridge viene finanziato dalla solita fondazione araba il HRH Prince Alwaleed Bin Talal Centre of Islamic Studies, che nel suo sito, inserito nel sito dell’università, ha sezioni come: Narrative of conversion (all’islam), area maschile e area femminile, e Anti-Muslim Hate Crime.) La Cambridge University Press ha a catalogo oltre 500 titoli dedicati all’Islam.

L’ OIC ha istituito un Ministerial Contact Group for Muslims in Europe che “mira a garantire la cooperazione efficace tra le parti interessate, al fine di tracciare le strategie per eliminare le espressioni di odio, le aggressioni fisiche, le pratiche di intolleranza, il pregiudizio, la discriminazione razziale e l’islamofobia. Inoltre, il Gruppo può essere una piattaforma attraverso la quale i musulmani provenienti da vari paesi possono scambiare esperienze, definire le migliori pratiche, al fine di aumentare la partecipazione musulmana nella vita politica e sociale in Europa”.

 

A livello italiano:

Si oscilla fra buonismo e rifiuto, con il primo esaltato come Politicamente corretto e il secondo disprezzato come espressione di razzismo, ecc..

Manca una politica chiara (come del resto per tutta l’immigrazione) e si commettono ingenuità (?) o errori macroscopici, come il considerare da parte del Ministero dell’interno e di molte giunte comunali l’UCOII (Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia) come interlocutore privilegiato. L’UCOII gestisce numerosi centri e moschee i cui dirigenti, in vario modo, si ispirano all’ideologia dei Fratelli Musulmani.

La letteratura (ormai numerosa) sul tema raccoglie consensi se rappresenta l’islam come lo si vorrebbe (autori di successo, ad esempio, Franco Cardini e Paolo Branca), messa all’indice se racconta verità sgradevoli (a parte la vituperata Oriana Fallaci, Cristiano Magdi Allam e Carlo Panella).

  1. Evoluzione dell’islam

Si spera o si è certi, per rimuovere la paura o per giustificare alcune scelte ed azioni suicide, che è possibile una evoluzione “moderata” dell’Islam.

Bisogna intendersi su che cosa è “moderato”.

I dati oggettivi sono questi:

  1. Nell’Islam le dimensioni politica-religiosa-culturale sono strettamente legate (il Califfato rappresenta, in tal senso, la forma perfetta);
  2. Il Corano contiene molte contraddizioni, però è la rivelazione ultima e definitiva di Dio: quale uomo può interpretarlo o, peggio, modificare anche una sola parola? E il Corano contiene anche indicazioni non proprio “moderate”;
  3. Il primato della ragione non è possibile, perché contraria alla “sottomissione” (islam);
  4. Forse si potrebbe cercare, da parte nostra, di dare maggior spazio ad un Islam mistico e non violento come il sufismo o l’ Islam pietista, ma queste tradizioni non piacciono affatto ai fondamentalisti.

 

La negazione dei dati di fatto

Perché non si vuole vedere la realtà?

Ignoranza? Interesse? Strumentalità? Sudditanza e paura?

Nella sinistra,  la vicinanza della critica islamista alle politiche economiche neoliberali, alla globalizzazione culturale occidentale, alla lotta al capitalismo, trova una nostalgica corrispondenza emotiva . Privata del marxismo, dell’Unione Sovietica, della Cina, del Terzomondismo, si cerca di curare la malattia infantile della sinistra (bisogno di un riferimento, di un sostegno, di un leader) con l’ideologia islamista.

Nel mondo cattolico (mantra dell’Islam religione di pace, in quanto religione e in quanto religione del Libro, populismo islamico, e via discorrendo) prevale uno masochistico senso di colpa che scoraggia qualsiasi confronto franco e prospettico.

Nel mondo dell’economia e della finanza il potere monetario censura tutto ciò (e tutti coloro) che non sono disposti ad assecondarlo .

 

Che fare?

Sarebbe necessario approfondire la conoscenza dei fatti, dei contenuti, della storia dell’islam e della sua diffusione e, soprattutto, del Cristianesimo  e della nostra storia (a cominciare dalle crociate).

Dovremo essere intransigenti nell’applicazione delle nostre regole: finché ci sono, dovrebbero valere per tutti coloro che risiedono in Europa.

Si dovrebbe investire sulla scuola e sull’istruzione, sviluppare una strategia di comunicazione che bandisca la litigiosità fine a sé stessa del tifo e apra spazi all’interazione ed alla conoscenza reciproca. Facebook e whatsapp non sono sufficienti per promuovere l’integrazione, che non può essere data per scontata in anticipo ed a qualsiasi costo.

Più produttivo ed utile sarebbe applicare tecniche negoziali quando si tratta con soggetti collettivi e se, ciò che davvero ci interessa, è il consolidamento di rapporti interpersonali.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *