Mitteleuropa e modernità

Che cosa accade quando una generazione perde completamente il contatto con la propria storia passata? O, addirittura, se ne mostra indifferente? La domanda ci è tornata alla mente in questi giorni riflettendo sull’aria che tira tra i nostri ragazzi mitteleuropei. Immagino già che direte: ‘perché, che cos’hanno di speciale, non sono come quelli occidentali?’. Eh, […]

Che cosa accade quando una generazione perde completamente il contatto con la propria storia passata? O, addirittura, se ne mostra indifferente? La domanda ci è tornata alla mente in questi giorni riflettendo sull’aria che tira tra i nostri ragazzi mitteleuropei. Immagino già che direte: ‘perché, che cos’hanno di speciale, non sono come quelli occidentali?’. Eh, proprio qui sta il punto. Giacché in generale non c’è nulla di male nel riconoscersi uguali agli altri, anzi è proprio un’idea squisitamente evangelica, se vogliamo dirla tutta. Qui però non ci riferiamo alla comune dignità degli esseri umani sotto il Cielo in quanto persone create a immagine e somiglianza di Dio. No, per carità, quello lo diamo per acclarato da un bel pezzo, ci mancherebbe. Ci riferiamo a molto di meno, ovvero all’omologazione corrente dei gusti, delle tendenze e dei comportamenti giovanili anche laddove non te l’aspetteresti mai. Una volta qualcuno diceva che la varietà è il succo della vita. Ora gli si potrebbe rispondere: beato chi la trova! Veniamo al dunque. Un tempo la Mitteleuropa era una cultura a sé, non un’espressione geografica, per citare l’immancabile Metternich, ma uno sterminato e altrettanto variegato territorio culturale polifonico in cui i suoni dei singoli dialetti rimandavano a una memoria antica e originale, coltivata con fervore e anche con un certo orgoglio campanilistico, a seconda dei casi. Ora invece, così almeno ci pare, questa originalità va rapidamente perdendosi e in alcuni contesti, a sentire i discorsi pubblici delle nuove classi dirigenti, sembrerebbe già persa. Accade sempre più spesso in effetti che i nuovi ragazzi – intendendo quelli che oggi hanno dai 20 ai 30 anni – nati cioè tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, al sentire solo i nomi della loro storia recente inarchino le spalle o rispondano con un’espressione annoiata come se (per dirne due) i nomi di Dubcek, Havel o – ancora prima – Palach facessero parte di un’altra storia, di un altro mondo. Oggi poi, con l’avvento della rete ovunque, i passi si fanno ancora più rapidi. Dieci anni fa Facebook non esisteva e internet aveva un ruolo socioculturale molto più limitato, non parliamo di Twitter o Youtube. Ora la loro presenza è talmente pervasiva che in una manciata di anni si avrà difficoltà a pensare che sia mai esistito un mondo che ha vissuto senza. Beninteso, non stiamo sognando ritorni utopici mondi mai esistiti ma segnaliamo ugualmente un problema che ci pare di una qualche importanza. Un linguista poderoso e una mente enciclopedica insospettabile di bigottismo come George Steiner l’ha scritto a chiare lettere: quella a cui stiamo assistendo coi nostri occhi è la rivoluzione culturale più estesa nella storia dell’umanità (altro che Gutenberg) e cambierà per sempre il suo corso. Di più, per Steiner cambierà radicalmente non solo il rapporto con la memoria come disciplina esigente dell’identità personale e collettiva (che, fatalmente, non sarà più coltivato essendo a costo zero) ma persino la capacità di pensare organicamente la realtà che ci circonda. Si dirà: ‘ellalà, che esagerato!’.

Ma il discorso non fa una grinza: se chi è vissuto appena trenta o quarant’anni viene già ora percepito dai nativi digitali come una sorta di ‘uomo di Neanderthal’, che cosa accadrà a quelli della prima metà del Novecento, dell’Ottocento e più indietro ancora? I riflessi sulla filosofia come l’abbiamo pensata tradizionalmente, poi, se tanto mi da tanto, saranno semplicemente epocali. Sappiamo di facoltà fino a ieri legate al sapere classico dove la neocibernetica oggi la fa da padrone e l’ontologia ha lasciato il posto al primato incontrastato delle teorie dell’informazione digitale e al loro rapporto con le neuroscienze. Se qualcuno conosce qualcosa dello Human Brain Project sa già di che cosa stiamo parlando. I professori interessati, con una certa disinvoltura, dicono che le nuove piste di ricerca ormai sono tutte in quell’area e anche la ricerca accademica dopotutto ha le sue leggi e i suoi mercati. E’ il futuro, bellezza! Da questo punto di vista si comprende bene l’affermazione di Steiner secondo cui uno che quando lui è nato era quasi un suo contemporaneo anagraficamente (Franz Kafka) non dopodomani ma già domattina sarà considerato meno di un ‘primitivo’. Un tempo c’era una parola simbolica e qualificante per ricomprendere tutto questo: si chiamava modernità, la ‘sfida’ della modernità. Poi venne la post-modernità e, secondo gli ultimi beninformati, con il compimento della rivoluzione digitale 2.0 a livello globale ormai siamo pure nella post-post-modernità.

Che cosa c’entrano la Chiesa e il Cristianesimo in tutto questo? Secondo noi c’entrano parecchio, anche se a prima vista non sembrerebbe. Perché la Chiesa venera la memoria, vive nella storia ed edifica la civiltà con il pensiero che genera dalla meditazione della Rivelazione, per dirlo in tre-parole-tre. Ma, come accennato, oggi come oggi c’entra ancor di più la civiltà mitteleuropea che abbiamo conosciuto ed è stata forse l’ultima rappresentazione recente dell’importanza diremmo quasi codificata di un culto della memoria. Le nuove generazioni sono di fronte a un bivio: possono rompere con il passato e guardare a chi li ha preceduti con un certo malcelato distacco per dire che loro sono finalmente uomini nuovi e con ‘quella gente’ – estremamente povera di beni ma ricca di spirito – non hanno nulla a che fare, anche se vengono dalle stesse terre e hanno respirato la stessa aria. Oppure possono affermare se stessi come figli di un percorso, e quindi riconoscersi a loro volta in dei Padri, attualizzando il passato senza adorare follemente il futuro. Quel profeta di Giovanni Paolo II a suo modo l’aveva già capito. Forse è stata quella uno delle sue ultime preghiere. Chiedere al Signore che i figli dell’epoca che sarebbe venuta sarebbero stati figli dei loro padri e anzitutto del Padre per eccellenza più che figli senz’anima dei loro tempi. Non è una richiesta da poco, e nemmeno un gioco di parole. Dalla risposta a questa domanda dipenderà concretamente gran parte della costruzione del nostro domani a Est del Danubio.



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