Misericordia, conversione e matrimonio Appunti del cardinale Caffarra per il Sinodo

In questi giorni è in uscita nelle librerie Matrimonio e famiglia. Prospettive pastorali di undici cardinali, il libro edito da Cantagalli. Per gentile concessione dell’editore siamo in grado di offrire ai lettori della Nuova Bussola quotidiana un significativo estratto del contributo del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna e teologo esperto dei temi in questione. […]

In questi giorni è in uscita nelle librerie Matrimonio e famiglia. Prospettive pastorali di undici cardinali, il libro edito da Cantagalli. Per gentile concessione dell’editore siamo in grado di offrire ai lettori della Nuova Bussola quotidiana un significativo estratto del contributo del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna e teologo esperto dei temi in questione. Il suo intervento ha un titolo molto interessante, non solo per l’ormai prossimo Sinodo, ma anche in vista del Giubileo della Misericordia. Il cardinale Caffarra è uno dei relatori al Convegno internazionale “Permanere nella verità di Cristo”, co-organizzato da La Nuova BQ, che si tiene domani 30 settembre a Roma presso l’Angelicum.

È proprio della persona umana essere in possesso di se stessa (sui juris)mediante la sua volontà libera. È principio delle proprie azioni in forza della sua libertà e del dominio che ha su di esse. Se il perdono non muta la direzione della libertà, non converte, non possiamo dire con verità che l’uomo è stato perdonato. È la natura stessa del rapporto che Dio vuole ri-stabilire in Cristo che esige la co-operazione della libertà finita. È un rapporto di Alleanza; è Sposalizio; è Amicizia: nessuna di queste relazioni può costituirsi senza la libertà di ambedue i partner. L’Amore che perdona è apparso e si è fermato alla porta di ogni cuore umano, attendendo che gli si dica: «Sì, vieni; entra». È da questo invito che dipende la più alta rivelazione del Mistero di Dio: il perdono del peccatore.

Quali atti umani pongono in essere la co-operazione della persona? Due, fondamentalmente. Riconoscere la propria condizione di miseria morale, il proprio peccato: «non è giusto ciò che ho fatto». È il pentimento che si esprime nella confessione. La conseguenza – secondo atto – è la decisione di non compiere in futuro ciò che riconosco essere non giusto: il proposito. Ma se questi sono i due atti che segnano la svolta, l’inversione di rotta, il percorso della nuova rotta esige un’attitudine permanente; in termini etici, il continuo esercizio della virtù della penitenza. «La seconda ragione per cui la penitenza deve essere perpetua è che ogni peccato è come una ferita; e per quanto una ferita si rimargini, la cicatrice, il segno, l’impronta del peccato persiste» (I. Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo (Pd) 2013, p. 36). La conversione è un evento e un’attitudine permanente. È un evento costituito dall’atto del pentimento-confessione-proposito; è un’attitudine, una condizione permanente, poiché la giustizia donata dalla Misericordia chiede di entrare in ogni fibra della persona. E ciò non può che accadere progressivamente.  Il frutto dell’incontro della Misericordia colla miseria, del perdono colla conversione è la recuperata capacità di produrre frutti di giustizia, di compiere azioni buone. (…)

È questa l’opera mirabile della Misericordia che incontra la miseria; la santità di Dio il peccato dell’uomo. L’incontro ha un nome divino: perdono dei peccati; ha un nome umano: la conversione della libertà umana. Ci sono narrazioni sbagliate di questo incontro; recitazioni false di questo dramma divino-umano. Sbagliate, false perché non le raccontano come in realtà avvengono. E ciò può accadere in due modi fondamentali: misericordia senza conversione; conversione senza misericordia.

a) Misericordia senza conversione. È l’annuncio di una – supposta– misericordia di Dio fatto senza la denuncia del peccato dell’uomo e del mondo. Non senza ragione la catechesi apostolica ha depositato per sempre nella memoria della Chiesa la predicazione di Giovanni il Battista. Come voce che non deve mai cessare di risuonare. La verità è tenuta prigioniera nell’ingiustizia16 e deve essere liberata. Cioè: va detto che l’uomo deve convertirsi, e da quali azioni ed attitudini, cioè vizi, lo deve fare.  La Santità di Dio è misericordiosa; la Misericordia di Dio è santa e santificante. «Noi dobbiamo attribuire a Dio qualità positive, come la giustizia, la misericordia. Queste sono per noi due qualità differenti. Un uomo può possedere una delle due senza possedere l’altra. In Dio non esiste nessuna pluralità di qualità. Il suo essere è semplice. Solo noi vediamo la luce rifratta nell’arcobaleno. Questo significa: giustizia e misericordia in Dio non sono qualità differenti. Noi però non possiamo rappresentarci l’identità delle due qualità» (Giovanni Paolo II, Conversazione privata col prof. R. Spaemann, riferita in R. Spaemann, Dio e il mondo, Cantagalli, Siena 2015, p. 261) Una misericordia senza (esigenza della) conversione non è misericordia divina. È pietà sbagliata di un medico incompetente e/o debole che si accontenta di fasciare le ferite anziché curarle.

b) Conversione senza misericordia. È il veleno pelagiano che fa morire la proposta cristiana riducendola a un codice o esortazione morale. Alla necessità della conversione al bene, infatti, era giunta anche la sapienza pagana nei suoi momenti più alti. Ma hanno visto la meta, non la strada che vi conduceva; non hanno scoperto la fonte che dona la forza per percorrerla. Agostino è stato il grande maestro al riguardo. (Cfr. per es. Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus 2,16). Ma oggi, in Occidente, ci troviamo in una situazione spirituale, dentro uno “spirito del tempo” che ha reso vano, ha svuotato del suo senso proprio il dramma dell’incontro Misericordia-mi-seria, perdono-conversione. Ha trasformato il dramma in una farsa. Se si ignora questo fatto culturale, l’annuncio del Vangelo della misericordia e della conversione diventa una semina sul marmo. Può piacere a chi ascolta, ma non cambia il cuore. Può attirare consenso e plauso, ma lascia la persona come la trova. (…)

Vorrei ora esemplificare tutta la riflessione precedente applicandola alla questione dell’ammissione, sia pure a certe condizioni, di divorziati risposati all’Eucarestia. Non perché sia il problema centrale del prossimo Sinodo: almeno così spero. L’annuncio della Misericordia?conversione a queste persone è l’annuncio dell’offerta del perdono di Dio, e quindi dell’esigenza della conversione. Conversione da che cosa? Dalla condizione che contraddice obiettivamente il bene dell’indissolubilità donato da Gesù. Contraddizione che sul piano dell’agire è adulterio.  Come ho già detto, conversione significa alla sua origine un giudizio di valore: «ho peccato; mi trovo in uno stato di adulterio»; significa una decisione: «lascio questa condizione» (giudizio + decisione = pentimento).

“Lascio” ha un significato di separazione fisica dal supposto coniuge, poiché solo così si rompe la consuetudine adulterina. (Cfr. le proposizioni condannate dal beato Innocenzo XI, Propositiones LXV damnatae in Decr. S. Officii 2 Mart. 1679, nn. 61. 62. 63). Ci possono essere certamente circostanze che oggettivamente e moralmente impediscono la separazione fisica, quali per esempio: diritto all’educazione di figli eventualmente nati; gravi condizioni di salute dell’altro/a; rischio dell’altro/a di cadere in situazione di grave povertà. L’ipotesi è presente in tutta la tradizione etico-pastorale della Chiesa (Cfr. per es. Sant’Alfonso, Theologia Moralis, Lib.VI, Tract. IV, Cap.I, n. 455.), e la risposta è unanime: abbandonare il modo di vivere la propria sessualità che è contrario alla parola di Gesù, mediante l’uso dei mezzi della prudenza naturale e soprannaturale. Su che cosa si fonda questa risposta comune, ripeto, presso tutti i Dottori della Chiesa e Teologi? Sulla potenza della Misericordia di Dio che perdona ogni peccato; che, cioè, muove la libertà verso il bene, qualunque sia la situazione della persona. «Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37).

Che cosa implica la risposta di chi nega la verità della risposta precedente? O si afferma che la condizione di adulterio non permane, e allora non si vede che cosa significhi indissolubilità del sacramento del Matrimonio. O si afferma l’impossibilità, per l’uomo che si converte, di vivere in castità, ed allora “si abbrevia la Misericordia di Dio”.  La domanda di fondo è: quale delle due è a «maggiore gloria di Dio», ricco di misericordia?

di Carlo card. Caffarra – Arcivescovo di Bologna

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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