Misericordia a basso prezzo. Non si può condurre vita cristiana senza confessione

Lo Stato consente divorzio e nuovo matrimonio? La Chiesa deve stabilire che questo atto non è peccato. Lo Stato fa gli aborti? La Chiesa deve comprendere il concetto di “salute riproduttiva” e derubricare il peccato a “diritto”. Di fronte a questa forma di attacco, urge un ripasso dello schema dottrinale minimo.

Lo chiamavano “al sler”, il sellaio, perché un tempo faceva finimenti per cavalli. Aveva il laboratorio da tappezziere in centro, con ingresso sulla strada. Riusciva a parlare e lavorare in contemporanea, per cui la bottega diventava il naturale ritrovo degli amici.  La bottega del sellaio e l’ingresso della canonica distavano 5 metri. Poiché il parroco amava le discussioni (e a volte le stuzzicava), ogni tanto varcava la soglia di quel piccolo ritrovo di atei e/o agnostici e/o anticlericali, dove i temi di discussione non mancavano. Una volta venne fuori la frase che ci fa ridere anche oggi: «Me n’so mia c’ma fev (v)uêter prét a pasêr tóta la veta a cunter dal bali!» («Non so come facciate voi preti a passare tutta la vita a raccontar balle»). L’amico del sellaio non era un esempio di finezza, ma aveva una dote molto più importante: la logica. «Non credo in Gesù Cristo, incarnato crocifisso e risorto. Ne consegue che tutto ciò che esce dalla bocca di un prete è certamente una balla». Oggi invece la logica è morta. Continuano a esserci atei e/o agnostici e/o anticlericali che non credono in Gesù Cristo, incarnato crocifisso e risorto; ma, dimenticando ogni logica, si mettono a discettare di retta coscienza, misericordia divina, ammissione ai sacramenti, eccetera.  Quale può essere lo scopo? Cosa può interessare a chi non crede in Dio fare considerazioni sulla misericordia divina? Lo scopo di fondo è quello di inquinare le idee ai cattolici, fino a confondere la legge civile e la legge divina: il reo e il peccatore devono arrivare a coincidere, così che la religione cattolica diventi solo l’insipida ancella della democrazia in decomposizione. I laicisti lavorano quindi perché la Chiesa allarghi le maglie della misericordia, affinché chi è a posto con la legge sia a posto anche con la religione. Lo Stato consente divorzio e nuovo matrimonio? La Chiesa deve stabilire che questo atto non è peccato. Lo Stato fa gli aborti? La Chiesa deve comprendere il concetto di “salute riproduttiva” e derubricare il peccato a “diritto”. Di fronte a questa forma di attacco, urge un ripasso dello schema dottrinale minimo.

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Quando si parla di misericordia divina, si parla di peccato. Quando si parla di peccato, si parla di legge divina. Le violazioni della legge divina sono di due tipi, veniali e mortali. Un solo peccato mortale toglie dalla Grazia di Dio.  Il peccato mortale ha tre componenti: materia grave, deliberato consenso, piena avvertenza. La materia grave è l’oggetto del peccato, che tutti possono conoscere. Il deliberato consenso può essere verificato con modalità che possono assomigliare a un procedimento giudiziario umano. La piena avvertenza, legata all’ignoranza, ignoranza che a sua volta può essere colpevole o incolpevole, rimette ogni peccato al giudizio di Dio e impedisce di formulare giudizi sugli atti altrui. Nel mare del peccato giunge la misericordia divina. Dio non è un ragioniere. Tiene, sì, la lista delle colpe, ma solo per la gioia di strapparla quando arriva il fatidico «Gesù, abbi pietà di me peccatore». In genere si fa confusione tra la misericordia di Dio e la nostra misericordia. Dio non ha debiti con nessuno. Noi abbiamo debiti verso Dio. A volte abbiamo crediti nei confronti dei fratelli. «Io ho ragione e Tizio ha torto. Scelgo però di comportarmi come se io avessi torto e Tizio avesse ragione. Così quando sarò nel giudizio di Dio, dove Lui ha certamente ragione e io ho certamente torto, Dio si comporti con me come se io avessi ragione. Mi darà una Gloria che non merito, se avrò dato a Tizio il perdono che non merita.» La nostra misericordia riguarda quindi solo i rapporti tra noi uomini; la misericordia divina è altro. Spesso, invece di indicare a un fratello i comandamenti di Dio e la materia grave con cui sta peccando (opere di misericordia spirituale: “ammonire i peccatori”, “insegnare agli ignoranti”), gli diamo una sorta di certificato di assoluzione preventiva, come se Dio ci avesse fatto amministratori della sua misericordia. Gli unici amministratori della misericordia divina sono i sacerdoti in confessionale. E in confessionale c’è il percorso: esame di coscienza, dolore dei peccati, proponimento di non commetterli più, confessione sacramentale, penitenza.
L’esame di coscienza è il momento del discernimento: il nostro atto è colpa o non è colpa? E’ grave o non è grave? Qui si concentra l’intervento laicista, in alleanza con le teologie deviate interne alla Chiesa.  Perché proprio qui? Perché il divorziato che vuol continuare ad avere rapporti sessuali con la donna che ha risposato civilmente non ha il dolore dei peccati, né il proponimento di non commetterli più: quindi non potrà avere l’assoluzione.  Quindi si riporta tutto sul piano del discernimento, visto che non c’è il pentimento. Col discernimento si può legittimare «l’accesso ai sacramenti da parte di persone che vivono in condizioni oggettivamente non evangeliche a condizione che tale loro situazione non sia attualmente frutto di una scelta soggettivamente peccaminosa. Tale condizione deve essere accertata da un discernimento articolato, nel quale il protagonista è il diretto interessato: è lui, infatti, a dover indagare la sua coscienza morale e a esplicitare le motivazioni profonde delle sue decisioni al fine di consentire al ministro della Chiesa di valutare la sua responsabilità morale» (sintesi da Massimo Nardello). Ecco che il confessore si trasforma, da ministro della misericordia divina che assolve, a ufficiale anagrafico che rilascia una sorta di lasciapassare. Ma il discernimento umano è un’attività libera e priva di confini? Beh, almeno un confine c’è. «La cooperazione formale a un aborto costituisce colpa grave. Chi procura l’aborto incorre nella scomunica latae sententiae per il fatto stesso d’aver commesso il delitto. La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all’innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società». Come mai, nel caso dell’aborto, la Chiesa nega ogni discernimento? Perché i casi sono due: o sei consapevole di aver ucciso un bimbo innocente, e quindi sei in colpa grave; oppure la tua coscienza è talmente inquinata da non saper riconoscere un bimbo innocente, e quindi sei in colpa grave. L’aborto non è l’unico caso. Ogni “assoluto morale” è un limite al discernimento: uccisione dell’innocente, furto, menzogna, adulterio, fornicazione. Se non sono in grado di riconoscere questi atti, significa che la mia coscienza è colpevolmente inquinata. La peccatrice trova l’assoluzione di Gesù bagnando i suoi piedi con le lacrime. Non l’avrebbe mai trovata se qualcuno le avesse detto «usa il discernimento, perbacco! In fondo la tua condotta non è poi così grave». Di fronte alle correnti teologiche che vogliono introdurre i lasciapassare nella vita della Chiesa, suona semplice e limpida la frase di don Milani: «La religione consiste nell’osservare i dieci comandamenti e confessarsi presto quando non si sono osservati. Tutto il resto o sono balle o appartiene a un livello che non è per me e che certo non serve ai poveri». Questa frase individua il nocciolo duro del cattolicesimo: si può condurre una perfetta vita cristiana con la sola confessione (vedi il buon ladrone sulla croce), non la si può condurre senza la confessione. Men che meno con la brodaglia dei lasciapassare.

(Da “Prima Pagina Reggio”)



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