Migranti, si parla di tutto, ma non di evangelizzazione

Negli ultimi giorni due voci autorevoli della Chiesa hanno approfittato della platea del Meeting di Rimini per riequilibrare l’approccio alla questione immigrati, dopo mesi e anni di inni all’«accoglienza per tutti senza se e senza ma» – e soprattutto senza regole – che è alla radice anche dei gravi fatti di Roma di questi giorni. […]

Negli ultimi giorni due voci autorevoli della Chiesa hanno approfittato della platea del Meeting di Rimini per riequilibrare l’approccio alla questione immigrati, dopo mesi e anni di inni all’«accoglienza per tutti senza se e senza ma» – e soprattutto senza regole – che è alla radice anche dei gravi fatti di Roma di questi giorni.
Ieri è stato il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin a parlarne nel suo intervento che ha concluso il Meeting. Ha giustamente invitato a superare la logica del “noi” e “loro” e a non dimenticare che «queste donne, questi uomini, questi bambini sono in questo istante nostri fratelli». E ha anche valorizzato «il tema della diversità, della sua ricchezza, in un quadro di conoscenza e di rispetto reciproci». Ma ha anche richiamato il dovere per il potere politico di «mettere a punto schemi alternativi a una migrazione massiccia e incontrollata, stabilire un progetto che eviti disordini e infiltrazioni di violenti, disagi tra coloro che accolgono; giusto coinvolgere l’Europa e non solo essa; lungimirante affrontare il problema strutturale dello sviluppo dei popoli di provenienza dei migranti che, qualora si avvii, richiederà comunque decenni prima di dare frutto». Pur con un linguaggio tipico di chi è maestro di diplomazia, il cardinale Parolin dunque mette dei paletti all’immigrazione, compresa la necessità di agire sulle cause delle migrazioni.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche monsignor Silvano M. Tomasi, attualmente segretario pro tempore del neonato Dicastero per lo Sviluppo Umano dopo essere stato per molti anni osservatore della Santa Sede presso la sede ginevrina dell’Onu. Monsignor Tomasi in materia di migrazioni è sicuramente il rappresentante vaticano più esperto e in una intervista pubblicata sul Quotidiano Meeting ha ricordato che compito della Chiesa non è quello di dare ricette politiche o entrare in decisioni tecniche che spettano solo alle autorità civili e politiche dei singoli Paesi, ma la «solidarietà verso chi si trova ai margini della società e deve divenirne parte attiva e responsabile per rispetto alla sua dignità di figlio di Dio».
Al centro c’è dunque la persona e per questo è necessario uno sforzo per garantire lo «sviluppo integrale dei paesi di provenienza»: perché il primo diritto è quello di poter vivere dignitosamente nel proprio paese. Citando il Papa nella forma (riferimento al Messaggio per la Giornata dei migranti) ma correggendolo nella sostanza, monsignor Tomasi afferma con chiarezza che «le politiche d’immigrazione sono gelosamente riservate ai parlamenti nazionali» e che «la Chiesa parla a tutti senza dettare soluzioni immediate operative». Una chiara stoccata agli ultras dello ius soli (cittadinanza a figli di stranieri concessa alla nascita), provvedimento che peraltro monsignor Tomasi mostra di non condividere.
Sarà interessante vedere se queste voci, che si aggiungono a quella espressa poche settimane fa dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), prenderanno il sopravvento sull’asse ideologico Galantino (segretario generale della Cei) – Perego (ex direttore della Fondazione Migrantes) – Caritas e Comunità di sant’Egidio.
Per ora registriamo positivamente questi pronunciamenti, in linea con la tradizione della Dottrina sociale della Chiesa, ma restiamo sempre in attesa di qualche autorità ecclesiale che ricordi che, qualsiasi siano le scelte della politica, primo compito dei cattolici nei confronti degli immigrati è comunicare la cosa più importante, cioè Gesù Cristo. La testimonianza non si esaurisce nell’offrire una casa, dei pasti e i vestiti, pena ridurre la Chiesa a una organizzazione non governativa. La cosa più importante che possiamo offrire è il motivo per cui la vita vale la pena essere vissuta, anche nella fatica e nella sofferenza. La presenza di tanti immigrati che provengono da terre non cristiane o appena sfiorate dal cristianesimo è anche un’opportunità di evangelizzazione.
di Riccardo Cascioli
Fonte: http://www.lanuovabq.it



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *