Meno teatro nei teatri

La vera ricchezza, in senso culturale, intellettuale e spirituale è qualcosa di molto diverso dall’opulenza. Mentre la prima è espressione esteriore di una pienezza interiore, la seconda è una proliferazione incontrollata di oggetti per lo più inutili e sempre in eccesso. Così se la ricchezza lascia intuire dietro di sé un deposito di valori e […]

La vera ricchezza, in senso culturale, intellettuale e spirituale è qualcosa di molto diverso dall’opulenza. Mentre la prima è espressione esteriore di una pienezza interiore, la seconda è una proliferazione incontrollata di oggetti per lo più inutili e sempre in eccesso. Così se la ricchezza lascia intuire dietro di sé un deposito di valori e di idee preziose, l’opulenza è come un tessuto sfarzoso gonfiato dal vento e sotto al quale è nascosta una voragine senza fondo. L’horror vacui, l’orrore del vuoto, è il terreno su cui ha attecchito nelle epoche di decadenza e attecchisce ancora oggi una produzione febbrile e irrazionale di cose, siano esse prodotti culturali, pseudo-spirituali o materiali.
Per rimanere sul piano della cultura, possiamo osservare questo fenomeno, oltre che sulle scansie delle librerie traboccanti di volumi di ogni argomento e stile, anche nei nostri teatri che di anno in anno offrono stagioni sempre più debordanti di titoli e di nuove proposte. Alcuni decenni addietro, uno spettacolo rimaneva in cartellone molto più a lungo e non doveva subire la paradossale concorrenza di altri spettacoli, rappresentati contemporaneamente in altre sale dello stesso Stabile. Conseguenza: ci si concentrava di più sull’opera rappresentata, sulle qualità degli attori, sui temi trattati, e si aveva più tempo per riflettere e apprezzare i diversi livelli della pièce allestita.
Oggi, se guardiamo i cartelloni dei teatri della nostra città, ci scontriamo con un vortice di titoli, di adattamenti, di registi, di attori venuti non si sa da dove (spesso dalla tv che non è oggi una buona maestra nell’arte del recitare), di generi che mescolano prosa, balletto, musica, acrobazie circensi e altre mirabilia scoppiettanti. Leggendo i programmi, si ha l’impressione che gli spettatori debbano correre da una sala all’altra per seguire integralmente il cartellone. Questa opulenza, generata dall’orrore del vuoto che sottende minacciosamente l’esistenza dell’uomo moderno, non avendo più dietro o alla base una riserva autentica di temi e di riflessioni da trattare e proporre, si esprime per frammenti elargiti a profusione sul confuso spettatore che ne rimane stordito. Questo eccesso disordinato ricorda lo spirito del barocco che, nell’ambito della cultura e dell’arte, rispose al vuoto interiore lasciato dalla fine dei grandi ideali del Rinascimento — con il suo equilibrio, la sua armonia e la sua pienezza di senso —, con un’estetica dell’esagerazione, della sorpresa, della sovrabbondanza di motivi, di strutture, di parole, di scenografie e di intenti. Sentendo il vuoto sotto di sé, quella generazione per sfuggire l’orrore del baratro iniziò ad agitarsi e a danzare in modo sfrenato, illudendosi di restare a galla nuotando con furia e disperazione. Di qui il suo stile sontuoso e opulento, con pitture gonfie e roboanti, architetture come sospinte dall’interno da un respiro angosciato e affannoso, poesie e prose intessute su concetti astratti e privi di vita che cascate di frasi e parole rare portavano al parossismo di un dettato quasi folle.
Anche il tramonto della grande cultura classica greca con l’ellenismo fu seguito dalla decadenza delle arti e del sapere: assunsero valore il frammento, il sincretismo, la commistione affrettata, il colpo di scena, lo stupore, l’esagerazione a tutti i costi, la pennellata effimera di stati d’animo provvisori e labili, il gusto ossessivo dell’intarsio prezioso, dell’oro e degli smalti lucenti usati con una prodigalità chiassosa e monumentale, segno della fine della sublime naturalezza dell’età precedente.
Oggi, il vuoto di idee e di valori, di visioni profonde e vaste della vita e dell’universo, l’assenza di finalità e il gusto per tutto ciò che è frammentario, irrazionale, momentaneo, soggettivo e parziale, si riverbera in tutte le arti, nei diversi rami del sapere e della cultura. Anche nel teatro. Senza una cultura che si interroghi seriamente sull’uomo, sulla sua vita e sui fondamenti di ciò che lo circonda, anche l’arte perde la sua ragione. Sfoghi personali, riscritture di cose passate dettate da capricci e bizze emotive del momento, desiderio di affermazione dell’Io involuto e incatenato all’impulso e all’immediato. Sarebbe un bene ritornare alla vera ricchezza, magari con meno proposte ma più sostanza, meno spettacoli ma più opere che ci diano magari pochi cibi ma buoni, piuttosto che miriadi di briciole di mille cibi diversi che rischiano di farci languire ogni giorno di più nell’inedia.



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