Meno leggi, più educazione alla giustizia

Intervento di Pier Emilio Salvadé sulla giustizia. Di leggi ce ne sono forse troppe. Manca piuttosto la voglia “civica” di essere giusti. Per questo, più che di un “anno giudiziario” ci sarebbe bisogno di un “anno civico”.

Articolo di Mons. Pier Emilio Salvadé

In tutte le città in questi giorni si sta inaugurando l’Anno giudiziario con discorsi ufficiali e cerimonie anche molto suggestive.

 

Al di là dei riti di questi giorni, la sensazione è che parliamo molto di giustizia, ma questa parola sembra sfuggirci sempre di più. Viviamo in uno Stato pieno di leggi, ma l’odore acre dell’illegalità non è mai stato così forte.

 

Come mai questo? Forse stiamo capendo che non è la legge che può cambiare il cuore dell’uomo. Lo diceva già S. Paolo che la legge non salva l’uomo, ben duemila anni fa. Ce ne stiamo accorgendo ora, soprattutto quando vediamo che la giustizia nello Stato spesso diventa la manifestazione di un potere che si contrappone a quello politico.

 

Forse ci siamo illusi che bastasse scrivere le leggi per migliorare la società. E invece no: se non si educano i cuori e le coscienze alla ricerca del vero bene e al rispetto dell’uomo non basteranno mai le leggi, fossero anche le leggi più perfette mai scritte dall’umanità.

 

Mi viene in mente la festa di un Santo che celebriamo in questa settimana: San Giovanni Bosco, il patrono dei giovani. Nel suo Oratorio, Giovanni Bosco prendeva ragazzi di strada, senza cultura e senza radici e con il suo “metodo preventivo” aiutava questi ragazzi, che altrimenti avrebbero preso strade sbagliate, a costruirsi un’identità e quindi un futuro.

 

Siamo in emergenza educativa, lo dicono da più parti. Anche le commissioni del nostro Sinodo Diocesano studiano il fenomeno e propongono qualche soluzione! Forse più che inaugurare l’anno giudiziario dovremmo inaugurare l’anno “civico”. Tornare a sentirci parte di una “polis”, di una città di cui condividiamo il destino. Comprendere che l’etica passa dalle piccole scelte di ogni giorno come quella di fare la raccolta differenziata e non superare i limiti di velocità. Scelte fatte perché so che dietro queste decisioni ci sta un modello di uomo e di difesa della sua libertà e del suo futuro.

 

Occorre tornare a ridare significato alla dignità dell’uomo. Aiutare i nostri ragazzi sin da piccoli a comprendere che più di un conto in banca o di soldi facili conta mettere al centro la persona. Mostrare loro che il modo per risolvere i conflitti non è impugnare un’arma e neppure fare del male a chi è più debole. Essere maschi non significa picchiare una donna per mostrare la tua mascolinità: ti mostri solo uno stupido.

 

Questo e molto altro occorrerebbe fare. Servono educatori, uomini e donne coraggiosi capaci di ridare senso e significato non con le parole ma con la vita allo stare insieme nella convivenza umana.

 

E occorre ripartire proprio dal carcere, il luogo dove vive gente che ha sbagliato. Il tempo della pena deve essere un tempo per riparare a quanto si è commesso, ma deve essere anche un’occasione perché ogni detenuto possa dimostrare a se stesso che c’è la possibilità di cambiare, di voltare pagina, di imparare a scrivere una vita diversa. Il nostro padre Silvio, cappellano della casa circondariale potrebbe veramente aggiungere altre esperienze e testimonianza su questo argomento.

 

Nessun buonismo, ma ricerca della vera giustizia: giustizia è anche dare un’altra possibilità ad ognuno perché si rimbocchi le maniche e costruisca una sua identità nuova.

 

Forse viene un momento in cui perdere meno tempo a seguire i processi degli altri e riscoprire invece la necessità di “mettere a processo” la nostra coscienza. Lì non ci sono cavilli e codicilli per scappare dalle nostre responsabilità.

 

Chiediamoci che vogliamo farne di questo nuovo anno “civico” che è iniziato: se saremo capaci di diventare uomini e donne un po’ più umani e più veri nei nostri rapporti e nelle nostre relazioni sociali. Nessuna legge può obbligarci a vivere una vita in cui con la nostra volontà consapevole esercitiamo le virtù: ci ricordiamo almeno quante sono le “vecchie” virtù cardinali e teologali? Proviamo a ripassarle e facciamoci qualche proposito per i mesi che vengono…

 

In questo modo avremo contribuito a rendere la parola “giustizia” un po’ meno astratta e certamente più “legalità” comparirà tra le nostre comunità e nei nostri quartieri.

 

 

 

 

 



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