Maria donna, madre e Regina

Negli ultimi decenni si è andata affermando in ambito religioso una tendenza all’astrazione e all’impersonalità. Questa visione spoglia le grandi figure della fede della loro concretezza e identità, trasponendole dal piano storico a quello mitico. Verso la fine di giugno si è tenuto il convegno su “I volti di Maria” e “La Via” – Arte […]

Negli ultimi decenni si è andata affermando in ambito religioso una tendenza all’astrazione e all’impersonalità. Questa visione spoglia le grandi figure della fede della loro concretezza e identità, trasponendole dal piano storico a quello mitico. Verso la fine di giugno si è tenuto il convegno su “I volti di Maria” e “La Via” – Arte nell’Abbazia di Santa Maria in Follina, centrato sul concetto di femminilità nel regno del sacro e dell’arte. Poiché questa notizia mi è stata trasmessa da un animatore culturale triestino che ha partecipato e ha portato il suo contributo al convegno sopra menzionato, e che da anni studia il “sacro” nelle più diverse forme, e spesso anche con ottimi risultati, ho ritenuto opportuno fare una mia riflessione sul tema.

Simili esplorazioni dei valori universali legati alla categoria dell’eterno femminino, che attraversa la storia della cultura e le credenze religiose e spirituali di ogni luogo, hanno oggettivamente una loro fecondità e un loro rilievo degno di considerazione. Tuttavia questa sonda indagatrice rischia di ridurre la fede ad una pura conoscenza intellettuale di principi astratti che si sono incarnati e continuano ad incarnarsi nella cultura e nella religione in icone simboliche. Nella cornice di un discorso così impostato anche le grandi figure della nostra fede vengono spesso private della loro concretezza e storicità.

Se è indubbio che nella lunga tradizione della nostra fede si siano poco a poco sviluppate delle letture non solo letterali delle Scritture, ma anche simboliche, allegoriche e morali, comunque questa esegesi multiforme si è sempre esercitata a partire dal fondamento storico degli eventi e dei loro protagonisti. I molteplici livelli di interpretazione vanno così a formare un grande albero le cui radici affondano nella concretezza della terra e il cui tronco, con i suoi rami, le foglie e le gemme sono come braccia tese verso il cielo, ad indicare gli astri fiammeggianti delle eterne verità spirituali che guidano la navigazione terrena dell’uomo.

Ad esempio, la figura di Maria si profila nelle Scritture come una donna reale, concreta, nata e vissuta in Palestina, madre nella carne di Gesù uomo e insieme madre di Dio, creatura umana e insieme “alta più che creatura”.

Da questa duplicità di orizzonti e significati è fiorita l’esegesi storica ma anche allegorica e spirituale che ha sondato, oltre ai concreti fatti della vita di Maria umile fanciulla di Nazaret e poi cuore vivace e pulsante della prima comunità apostolica, anche i valori mistici, simbolici e morali legati alla Madre di Dio. L’errore nasce dalla scissione dei piani di interpretazione, ovvero dall’eclissi oggi imperante della concretezza e della storicità della nostra fede in favore di un’impersonale astrazione, di una distillazione asettica e livellante della sostanza volatile e incolore dagli elementi concreti e palpabili.

Nascono così i florilegi sui mille volti di Maria, ridotta a simbolo della fecondità e della solarità dell’eterno femminino incarnatosi indistintamente nella dea egizia Iside, che ricompone e ridona la vita allo sposo Osiride smembrato dal malvagio fratello Seth, nella divinità greca, dal triplice volto, di Artemide — cacciatrice casta e sdegnosa dell’umana compagnia —, Selene — divinità lunare signora della notte, ed Ecate regina dell’Ade. Accanto a queste divinità, sfilano poi Afrodite, dea greca dell’amore, Demetra la signora della terra e delle spighe venerata in Grecia, fino alla latina Lucina protettrice delle partorienti. L’indagine si dilata, come il cerchio formato da un sasso nello stagno, fino alle propaggini dell’estremo Oriente con la dea giapponese del Sole Amaterasu e la divinità buddista della compassione Tara nella duplice forma di Tara bianca e Tara verde . Il cerchio si espande anche nel Sud del mondo, con la mitica Maria Lionza, la grande madre feconda di prodigi e figlia delle forze segrete della terra e delle foreste, molto cara alle popolazioni del Venezuela.

Le letture simboliche di queste figure mitiche hanno sicuramente un notevole interesse antropologico e culturale e sono state affinate e applicate concretamente, tra i molti altri, dallo psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung che sulla scia di queste icone del “sacro” ha elaborato la sua teoria degli archetipi. Secondo questa visione anche Maria sarebbe un’efflorescenza dell’archetipo femminile, senza che la sua effettiva storicità e concretezza conti qualcosa. Che sia esistita o meno, secondo queste letture, non ha poi importanza. Conta solo che la sua essenza, e non esistenza, sia un faro di grande luce sul cammino dell’uomo nei labirinti dell’esistenza e della psiche. Lo stesso processo viene applicato alla figura di Gesù, la cui mitizzazione e astrazione è entrata anche nella teologia con l’interpretazione demitizzante della storia sacra che risale al teologo protestante tedesco Rudolf Karl Bultmann.

In molti casi, specie nelle degenerazioni di tanto dissennato sincretismo new age, si parla di Cristo cosmico, figura di luce puramente spirituale e impersonale che si è espressa in innumerevoli altre divinità, come l’indiano Siva, i greci Dioniso e Prometeo, l’egizio Osiride e il persiano Ahura Mazda. Nel caso poi in cui si voglia conservare la storicità di Gesù, quando proprio guardando e negando le prove concrete con l’occhio freddo della ragione scettica si rischia di essere completamente ciechi rispetto alla verità e si deve infine per forza riconoscere che i fatti sono accaduti, allora si parla di Gesù uomo, simile a Socrate, a Budda e a tanti altri avatar solamente umani apparsi nella storia per cambiarne concretamente l’evoluzione. Così Gesù viene schierato in questo pasticciato pantheon moderno al fianco, ad esempio, di Alessandro Magno e nel peggiore dei casi, nelle frange culturali più infime e scriteriate, a Napoleone.

Qualsiasi prospettiva si scelga, sia che si vada verso la totale astrazione sia che si procede verso il totale abbassamento alla pura e concreta realtà storica e umana, il senso profondo della fede cristiana va perduta. Maria e Gesù sono storicamente esistiti, sono vissuti concretamente e hanno sofferto con un cuore fatto anche di carne e sangue, ma allo stesso tempo appartengono al Cielo dove regnano sovrani e gloriosi. Nessuna altra religione si fonda su un uomo reale, concretamente esistito, che ha sofferto ed è morto, ma che è al contempo Dio, Signore dell’universo, vincitore della morte, eterno, glorioso, per sempre vivente e latore di vita infinita, pienezza e luce ad ogni creatura che abbia ben vissuto e creduto.

Tutto le altre credenze sono come tanti raggi che convergono verso il centro che è Cristo, destinate ad essere superate e appagate solo da Gesù uomo e Dio. Sono i cosiddetti semina Verbi, che denunciano i bisogni e i desideri più profondi dell’umanità nell’attesa del Cristo. Gli stessi desideri e bisogni che hanno alimentato nel corso dei millenni, nelle altre culture e credenze, il mito dell’eterno femminino e delle sue icone simboliche, trovano compimento nelle loro espressioni più alte e più pure in Maria, donna, madre e Regina del cielo. Perché tutta la storia umana e universale converge verso un solo centro di gravità che attira a sé tutte le cose e al di fuori del quale, già qui in questa vita, non vi è salvezza, perché senza Cristo non vi è che buio, paura e infelicità.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *