“Maravee Therapy”: lo sport del bellessere

Se un tempo l’arte si accontentava di imitare la realtà, oggi ha iniziato a battere inusitate strade che tendono a sostituire la realtà con l’artificio. I risultati ci richiamano alla mente, a parte certe varianti decorative e fantasiose, la spaventosa vicenda raccontata nel romanzo “Frankenstein”, il celebre romanzo gotico di Mary Shelley (1797-1851). La manipolazione […]

Se un tempo l’arte si accontentava di imitare la realtà, oggi ha iniziato a battere inusitate strade che tendono a sostituire la realtà con l’artificio. I risultati ci richiamano alla mente, a parte certe varianti decorative e fantasiose, la spaventosa vicenda raccontata nel romanzo “Frankenstein”, il celebre romanzo gotico di Mary Shelley (1797-1851). La manipolazione del corpo e la possibilità di modificarne, oltre all’apparenza, anche i meccanismi di funzionamento sono stati al centro della kermesse “Maravee Therapy”. Mostre, interviste, conferenze, simposi, tavole rotonde, tutti centrati sul corpo, sulle sue potenzialità e risorse ancora inesplorate e sulle sue declinazioni nei diversi versanti culturali, artistici e scientifici.

Credo che l’apice di questa nuova tendenza a fare del corpo un oggetto liberamente manipolabile e trasformabile, fino ad una ricostruzione integrale delle sue parti, sia stato toccato con la “Terapia dell’ibrido”, mostra fotografica della perfomer francese Orlan presentata al Castello di Susans (Udine). La Orlan ha scelto come fine della sua “arte” la trasformazione continua del proprio corpo attraverso gli strumenti più sofisticati della moderna chirurgia estetica e ricostruttiva. Per questo si è sottoposta ad un fuoco di fila di interventi chirurgici che nel corso degli anni l’hanno smontata, ricostruita, disfatta e di nuovo ricostruita — e il suo curriculum non si fermerà certo all’ultima inquietante forma da lei assunta. Ogni fase di questa sua metamorfosi è stata immortalata dalla macchina fotografica. Praticamente una scelta di non-esistenza, di cancellazione dell’identità e del sé, sorretta dalla volontà di tenersi costantemente in una sorta di stato fluido, come la cera accanto alla fiamma, così da diventare di volta in volta una persona diversa.

Quale inquietudine profonda può sorreggere un esperimento simile che si è tinto di un autocompiacimento crudele le volte in cui la Orlan ha voluto farsi fotografare immediatamente dopo un intervento chirurgico, con il volto gonfio e devastato, ancora avvolto da bende insanguinate, come un cadavere riposto in un   sudario a brandelli nell’attesa di essere rianimato da un novello e allucinato dott. Frankenstein? Insofferenza verso i confini di un corpo già dato, verso un’identità imposta a cui ribellarsi per affermare la propria sovrana libertà da ciò che, per sua intima natura, sovrasta inevitabilmente ogni persona? Un titanismo selvaggio e masochista che mira a sganciarsi dalla comune condizione umana partendo proprio da ciò che più in ciascuno di noi è determinato, migliorabile forse, ma mai ricreabile da un livello zero di pura infinita possibilità? Il corpo, con i continui progressi della chirurgia estetica, sta diventando infatti un luogo neutro, indeterminato, sganciato dalle leggi naturali e in quanto tale illimitatamente ricreabile. È come se l’uomo, congedando Dio e il suo progetto, ormai si ritenga, con il supporto della scienza e della tecnologia, il solo artefice di se stesso e del proprio destino, a partire proprio dal corpo, che è la parte di noi più soggetta a leggi già date e non modificabili.

A ricrearci da questi scenari piuttosto espressionistici, che hanno il sapore dei dipinti tedeschi del primo Novecento che esasperavano i tratti fisici delle figure umane così da creare un clima di delirio e allucinazione angosciosa, ci sono stati all’interno di “Maravee Therapy” anche appuntamenti piacevoli ed esteticamente gradevoli, come l’ultima mostra di Carol Freumann, dal titolo “Sport del bellessere”. Corpi tonici, lisci e brillanti, di bagnanti appena uscite dall’acqua, con i loro eleganti costumi interi e l’espressione quieta e rilassata di chi si è appena risvegliato da un lungo sonno ristoratore. Bellissime e aggraziate nuotatrici, ritratte a grandezza naturale, che appoggiano il capo su dei grandi palloni colorati, gli occhi chiusi, la pelle cosparsa di luccicanti goccioline d’acqua, la superficie del corpo liscia come un frutto dalla buccia tenera, brillante e color dell’ambra. Tutto ispira pace, armonia, equilibrio, bellezza: un esempio di cura del corpo che invita a custodire e onorare con amorevoli attenzioni anche la nostra parte fisica, pur sempre dono di Dio e quindi ricchezza da non dilapidare e calpestare. Lo stesso titolo della mostra, “Sport del bellessere”, con le sue sculture di giovani bagnanti eseguite in materiali speciali che riproducono alla perfezione un corpo reale ben coltivato, con i morbidi volumi dei suoi muscoli levigati e scolpiti, la sua vellutata consistenza, il suo colore dorato, le sue nervature e le sue linee di equilibrio e di forza, coniuga significativamente due parole: “bellezza” ed “essere”, legate entrambe alla parola “sport”. Attraverso questo incrocio di aree semantiche, lo sport — spesso considerato in senso tecnico e meramente fisico come un’attività volta a renderci più seducenti e affascinanti o a realizzare prestazioni sportive a mo’ di prova delle proprie brillanti capacità fisiche —, si eleva ad arte interessata a coniugare la bellezza e l’essere.

In questo modo la bellezza esce da una ristretta identificazione con l’avvenenza fisica e, legandosi alla sfera più spirituale e interiore, si trasforma nello specchio visibile di un’armonia dell’anima e della mente, di uno stato dell’essere che è beltà e bontà ad un tempo. Ma “bellessere” è anche un’assonanza di “benessere” concepito non come lo intende la vulgata comune, ovvero come ricchezza materiale e abbondanza di beni, ma come uno stato pacifico di pienezza di tutta la persona, che parte dall’interno, dall’anima, e si irradia anche al nostro corpo, avvolgendolo di quella luce rarefatta e dolce che si scorge spesso sui volti degli illuminati, dei santi, dei mistici e sul viso delle persone morenti nell’abbraccio della grazia di Dio.

In occasione del finissage della mostra “Sport del bellessere”, sabato 20 febbraio, presso il Museo civico di palazzo Eti a Gemona del Friuli, il dott. Sergio Pascolo ha parlato sul tema: “Il bellessere dell’arte nella medicina funzionale”. Come invecchiare bene? Come prevenire tutte quelle patologie con cui l’avanzare degli anni aggredisce e indebolisce la vita di ogni uomo, presto o tardi? La medicina può aiutare, soprattutto con le sue nuove tecniche di intervento sul corpo, mirate al recupero delle funzionalità perdute e alla prevenzione di futuri malanni anche invalidanti. Un obiettivo certamente buono e utile, ma che spesso viene enfatizzato e spinto oltre il confine di non aggirabili leggi di natura.

È bene occuparsi di sé e cercare di vivere i propri giorni nel miglior modo possibile. In fondo lo stare bene nel corpo è spesso il basamento dell’equilibrio interiore, anche se lo spirito è comunque e sempre più forte e generatore di un ineffabile benessere fondato su una retta centratura di sé. La prova di questa superiorità ci è data dal fatto che quando una delle due parti è colpita da un male, lo spirito prevale sul corpo. Infatti se interiormente stiamo bene, anche un dolore fisico molto opprimente riesce più sopportabile, mentre anche se fisicamente siamo in perfetta salute le afflizioni dello spirito, nelle fasi più acute ed estenuanti, non diminuiscono ma rimangono immutate.

Che cosa intendiamo per retta centratura? San Paolo definisce il vero cristiano un “atleta” di Cristo, che vive l’infaticabile corsa della vita come progressivo anche se impervio avvicinamento all’ultimo confine ove il fiume dell’esistenza sfocia nell’infinito e placa così tutti gli ardori della sua corsa. Se le nostre attività, fatiche e “agonismi” quotidiani non sono misurati sull’incommensurabile misura dell’eterno e ad essa orientati, ogni agire e progettare non è che vano agitarsi nei gorghi del nulla. L’uomo lo sa bene ed è per questo che, al di là di un effimero istante di rilassatezza dovuto secondo la medicina alle endorfine prodotte dal movimento fisico, mai approda ad una quiete stabile, ma deve rimettersi continuamente in moto e con fatica per riguadagnare quei pochi attimi di tregua. Perché di una tregua si tratta, una sosta alle lotte della vita e agli affanni che sempre ci stanno alle spalle e ci sospingono come segugi. Ed è così per tutti i piaceri, soddisfazioni, conquiste, progressi: un attimo di esultanza e poi di nuovo giù, per quanto sano, agile, scattante e tonico sia il nostro corpo.

Purtroppo l’uomo trova difficile equilibrare il proprio essere e modellarlo — questo impasto di argilla animata dal soffio vitale di Dio e chiamato dagli ebrei nefesh (essere vivente) — armonizzando la parte fisica e la parte spirituale. Manca un baricentro e per questo la costruzione di sé a cui ogni uomo è chiamato è spesso pericolante, sghemba, pendente ora su un versante ora sull’altro. Se non si trova questo baricentro, il nostro corpo e la nostra mente assomigliano a delle palestre deserte e corredate da una ricca e smagliante attrezzatura che nessuno sa più adoperare.

Solo una volta trovato il centro verso il quale convergono tutte le cose per trovarvi il proprio compimento e il proprio naturale “bellessere”, solo allora inizia la vera avventura dell’uomo convocato sullo scenario del mondo per coordinare tutto se stesso, corpo, mente e spirito, pensiero e azione, in rapporto al proprio fine che è eterno. E non è certo una gradevole e pacifica passeggiata questa avventura delle avventure. Tutt’altro! Perché per ogni uomo, a prescindere da sport, sane abitudini e supporti medici sempre più rassicuranti e sofisticati, arrivano i giorni del declino, dell’impoverimento e della fine. In quei giorni allora ci sembra che tutta la nostra vita non sia stata che un affannarsi senza pause a costruire qualcosa solo perché venisse prima o poi distrutto, raso al suolo, ridotto in cenere. Amara è senza Dio l’ora del congedo e della spogliazione da ogni bene, l’ora in cui la morte si presenta inesorabile a confiscarci il corpo, l’intelletto, la memoria e le forze, per farne un grande falò senza riguardo alcuno alle nostre angosce e alle nostre lacrime, alle nostre nostalgie e al nostro amore per la vita. La morte è l’unica a non conoscere ripensamento o compassione. Viene, a volte solo sfiora, come una brezza gentile che in un alito lieve disperde gli avvizziti petali di un fiore sfiorito; più spesso scuote con violenza, come un vento aggressivo che denuda e spezza l’albero un tempo vigoroso e lussureggiante di fronde.

Al suo tocco tutto il tessuto dell’essere che siamo stati, — quella persona con quel nome, con quel corpo, con quella mente e con quella storia — si allenta e si sfalda e poco a poco i fili dell’ordito si sfilacciano e diventano polvere.

Per l’uomo dotato di ragione, la morte è quanto di più irragionevole esista. Tanta fatica perché una creatura venga alla luce, all’essere e alla pienezza dei suoi giorni, per poi distruggerla azzerando tutto di lei! Dio ci ha concepiti nella sua mente prima che venissimo all’esistenza, ci ha pensati e voluti dall’eternità, ci ha ricamati e intessuti nel grembo materno con amorevole e paziente cura nell’esecuzione di ogni singolo punto dell’ordito, solo perché ritornassimo al nulla da cui siamo usciti e venissimo disfatti nelle nostre componenti? Perché un nuovo gomitolo, ricavato dai fili un tempo intrecciati nei multiformi arazzi che furono gli uomini vivi, servisse infine, come pensano tanti profeti del dolore e del nulla, a intessere all’infinito un universo senza direzione e senso? E che cos’è una vita così intesa? Una fiera crudele che sminuzza con la sua chiostra micidiale di zanne affilate ogni realtà vivente.

Ma proprio perché la morte sembra tanto irragionevole se guardata in questo modo, vuol dire che i conti non tornano, che manca qualcosa, che vi è una falla nella rete della nostra comprensione delle cose. Un logos ben chiaro e strettamente intessuto tiene unite e connesse tutte le creature e tutto l’universo, altrimenti nulla sarebbe. Anche la morte ha un suo logos. Cristo, centro della storia e dell’uomo, ci ha raggiunti proprio nel luogo scandaloso della morte e della sconfitta, nel luogo per eccellenza dello scacco senza possibilità di rivincita. Nessun altro, uomo o Dio, nel corso della storia dell’umanità, ha mai fatto ritorno dalla terra delle ombre, se non Lui, vivo e sfolgorante in un corpo di gloria.

Lui ci ha afferrati e trascinati in alto e ogni giorno continua a farlo attraverso le tante morti che sperimentiamo ancora in vita fino alla morte ultima e definitiva. Un passaggio, una trasformazione, la nuova creatura di luce e gloria che segue le atroci doglie del parto. Se una cultura e una civiltà non trovano un logos alla morte, l’umanità è condannata al naufragio, ad uno scialo immotivato e incessante della sua esistenza, dalle più piccole azioni quotidiane alle grandi imprese che coinvolgono il corpo e l’anima, con tutto il loro corteo di sport, di arti e di saperi, all’inseguimento del “bellessere”. Un logos autentico, che sempre ci precede e che troviamo già iscritto nel libro dell’universo, in filigrana dorata, un logos non plasmato e modellato da mani d’uomo, ma insufflato nel cosmo dallo Spirito. È questo soffio a rendere ragione di noi, anche quando tutto sprofonda nella notte e viene l’ora in cui, come scriveva “Qohèlet”, perfino la luce è tenebra.



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