Ma Joyce è stato veramente grande?

Come ogni anno, anche il 2013 ha avuto in città il suo Festival dedicato a James Joyce, precisamente nei giorni di sabato 15 e domenica 16 giugno, con un nutrito calendario di appuntamenti. Ma Joyce lo merita veramente?

Come ogni anno, anche il 2013 ha avuto in città il suo Festival dedicato a James Joyce, precisamente nei giorni di sabato 15 e domenica 16 giugno, con un nutrito calendario di letture, musica, spettacoli, mostre e conferenze. Il “Bloomsday” quest’anno ha anche proposto una lettura di tutto l’“Ulisse” di Joyce su Radio Fragola.

Io credo, per quanto l’alta cultura lo reputi uno dei più grandi geni della letteratura del XX secolo, che Joyce abbia fatto più male che bene al genere “romanzo”, specie con gli sperimentalismi acrobatici del suo stile e dei suoi registri linguistici. Non so quanti di coloro che amano visceralmente Joyce abbiano letto per intero il suo libro. Io ci ho provato, con tanto di sussidio, o meglio di testo a fronte perché il libro sembra scritto in un’altra lingua e non si capisce né cosa voglia dire né dove vada a parare. Ci fosse almeno qualche contenuto meritevole in grado di legittimare l’immane fatica di decifrare l’oscuro libro. Le peripezie mentali ed emotive dell’errante Leopold Bloom e della pigra e sensuale moglie Molly non possono proprio assurgere a tematiche di valore universale. Ma anche ammesso che il lettore sia interessato ad auscultare filo per segno tutte i più intimi vaneggiamenti di queste due anime naufraganti nel nulla assoluto, che cosa ci guadagna alla fine se non ha la più pallida idea di cosa volesse raccontare l’autore? Io credo che neanche Joyce in persona sapesse il contenuto delle sue narrazioni, a mio avviso molto simili ad esperimenti di scrittura automatica. Se non capiva lui il senso di quello che andava scrivendo, figuriamoci il lettore!

Quello che il mondo intellettuale omaggia come la straordinaria novità joyciana, è a mio avviso uno dei maggiori guasti dell’arte moderna e contemporanea: l’incomunicabilità, l’assenza totale di referenzialità, la desolante solitudine in cui il lettore sprofonda assieme all’autore. Oltre alla gioia e al gusto di leggere, questo genere di scrittura – pensiamo anche agli indecifrabili e algidi romanzi dell’école du regard — ha distrutto il senso più profondo della creatività: rimodellare il mondo della realtà in un mondo parallelo in cui tutti i significati del primo vengano alla luce e siano comprensibili e conoscibili. La realtà ha un logos, la vita ha un logos e anche l’arte che la imita, la penetra e la denuda, deve avere un “suo” logos. Se non possiede questa intima connessione e ragionevolezza, anche l’arte si riduce allo sproloquio dissennato di un individuo dirottato verso il niente, frantumato in mille frammenti non più ricomponibili in un’unità di senso che affini e dilati la conoscenza del fruitore.

Anche la grande poesia simbolica elaborò una nuova lingua poetica  dissolvendo le forme paludate di quella classica, ma il risultato non fu quello di distruggere il linguaggio e di sprofondare tutto nel caos – cifra di ogni sperimentalismo fine a se stesso -, ma di ampliare le dimensioni e la profondità stessa della parola, i suoi universi sommersi di bellezza e verità, le sue potenzialità espressive e comunicative prima sopite.

Non abbiamo bisogno di aggiungere con la letteratura ulteriore caos e insensatezza alla realtà, abbiamo semmai bisogno di senso, di comunicazione, di conoscenza . Diversamente non si va in nessun luogo. Questo arenarsi su sponde senza nome è il grande male della modernità. Perché privarci anche del gusto di leggere, ragionare e capire? Perché rinunciare alla compagnia di un buon amico che scrive pensando a noi?



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