L’unica porta del cielo di Biagio Antonacci

“Certe volte guardo il mare, questo eterno movimento, ma due occhi sono pochi per questo immenso…”   Fattosi notare alla sezione “Nuove proposte” a Sanremo nel 1988 con il brano: “Voglio vivere un attimo”, Biagio Antonacci ha proseguito l’anno successivo con il primo album: “Sono cose che capitano” in quel filone di canzoni d’amore, spesso […]

“Certe volte guardo il mare, questo eterno movimento, ma due occhi sono pochi per questo immenso…”

 

Fattosi notare alla sezione “Nuove proposte” a Sanremo nel 1988 con il brano: “Voglio vivere un attimo”, Biagio Antonacci ha proseguito l’anno successivo con il primo album: “Sono cose che capitano” in quel filone di canzoni d’amore, spesso passionali, che lo hanno caratterizzato: «Sono cose che succedono anche a te, a te che insegui quel treno che non si ferma mai e ti innamori sempre di qualcuno e quando ti innamori sono guai». Il cantante e chitarrista milanese ha presentato successivamente al Festivalbar, riscuotendo un buon successo commerciale, un singolo e un LP emblematico del suo desiderio di indipendenza: “Liberatemi”. Con questa canzone Antonacci esprimeva aneliti libertari e vagamente denunciava gli oppressori e tutti coloro che, seppur indistintamente, conculcavano la libertà: «Signor Capitano mi liberi le mani, non ho fatto mai del male a nessuno; sono piegato di fronte a questa vita, io sono solo un prigioniero (…). Mi hanno rubato la libertà, è a pochi metri la libertà, sono innocente, è un equivoco, fatemi uscire da qui».

Nel 1993 presentava al Festival di Sanremo un altro brano: “Non so più a chi credere”, con il quale ancora una volta denunciava coloro che avevano macchiato la vita e il desiderio di felicità: «Non puoi vivere una vita così mentre loro sparano al sole, mentre loro sporcano il cielo (…) i bambini giocano col sole, nei loro disegni c’è il cielo e devono continuare». Viene in mente un po’ umoristicamente, ascoltando le sue canzoni di questo periodo, quanto i politici esprimevano un tempo con il detto: “Abbiamo le mani legate”, proprio per affermare l’impossibilità dell’operare liberamente. Nello stesso tempo Antonacci condivideva un umore generale della gente che non sapeva più, come si è soliti dire, a che santo votarsi: «Tutti dicono le stesse bugie, tutti parlano, non sanno ascoltare, non puoi vivere una vita così. Non so a chi credere, non so se credere, confuso e schiavo di chi non sa decidere…». Nel 1996 con la canzone: “Se è vero che ci sei”, Antonacci chiedeva insistentemente all’amata di “battere un colpo” per attestare la sua essenziale presenza, per poter condividere il senso di solitudine nel mondo e per poter sondare il mistero dell’universo: «Capisco di essere solo e passeggio dentro il mondo ma mi accorgo che due gambe non bastano (…). Certe volte guardo il cielo, i suoi misteri e le sue stelle e, se è vero che ci sei, con i tuoi occhi e le tue gambe, io riuscirei a girare il mondo e a guardare quell’immenso».

Nel 1996 Antonacci approdava con il pezzo: “Iris” al definitivo successo: «Quanta vita c’è, quanta vita insieme a te, tu che ami e tu che non lo rinfacci mai e non smetti mai di mostrarti come sei». Il cantante milanese confermava quanto coinvolgimento emotivo fosse presente nei suoi brani: «Sono un uomo che continua a cercare emozioni, non ho pace, ho sempre bisogno di una donna che mi stimoli a mille».

Cantando si impara con Antonacci a camminare e a sporcarsi tra la polvere del mondo, come egli attestava nel brano: “Se fosse per sempre” del 2010: «Tra la polvere del mondo mi son trovato e ho camminato. Nelle mani avevo fiori e tante scuse per non morire». Cantando si impara con Antonacci a considerare il proprio corpo piuttosto che astrarre da esso, come nella considerazione: “Meglio aver male che essere un fantasma”. In una videoclip del 2012 (“Ti dedico tutto”) il cantante milanese compariva mentre camminava nel deserto in compagnia di animali esotici, manifestando il pensiero di vitalizzare quella sabbia arida: «Ogni volta ti guardo e capisco il regalo. L’abitudine spesso sbiadisce i colori, anche se non ci fai più caso», sino all’attestazione finale lucida e solitaria di un naufragio oltre il deserto: «Il mestiere si impara, il coraggio ti viene, il dolore guarisce, la tempesta ha una fine ma diverso è sapere la cosa più giusta: siamo naufraghi vivi in un mare d’amore».

Nel 2014 Biagio Antonacci improvvisava una serenata con banjo e chitarra all’amata (“Tu sei bella”), pur nella consapevolezza della fragilità e dell’inanità delle parole, anche d’amore: «Le parole sono solo come vino, più le bevi più ti rendi conto che non hai mai vinto. Le parole quando poi le hai dette hanno già perso il senso. Le parole fanno anche passare il tempo, rompono il silenzio e fanno un eco immenso. Se non fermi il tempo, le parole possono far male». Un’ultima considerazione: con queste meste parole di rassegnazione (anziché affidarsi alla preghiera di intercessione) non si può accedere all’unica vera porta del cielo, Maria Janua Coeli. Non ci può essere altra persona che possa schiuderla o che possa spingerti ad aprirla  come nella canzone: “Il cielo ha una porta sola”.



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