Lottate, gareggiate, combattete

Tremendo, come la santità di Dio, il Vangelo della scorsa Domenica (25 agosto) trattava di salvezza e dannazione. Alludeva decisamente ai maledetti – «cacciati fuori» dal Paradiso, per trovare «pianto e stridore di denti» – e ai benedetti, ai giustificati, i quali verranno dalle quattro parti del mondo e «siederanno a mensa nel Regno di […]

Tremendo, come la santità di Dio, il Vangelo della scorsa Domenica (25 agosto) trattava di salvezza e dannazione. Alludeva decisamente ai maledetti – «cacciati fuori» dal Paradiso, per trovare «pianto e stridore di denti» – e ai benedetti, ai giustificati, i quali verranno dalle quattro parti del mondo e «siederanno a mensa nel Regno di Dio». San Luca, in questo brano (Lc 13, 22-30), cita direttamente le parole di Gesù, che dunque prospetta la perdizione dei reprobi e la salute eterna dei fedeli penitenti.

In che modo salvarsi? Lo dichiara il Cristo ai discepoli, nel medesimo brano: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta» – che si contrae in un comando misterioso e perentorio: «sforzatevi». L’originale greco riporta «agonízesthe» che, provvidenzialmente, ha una forte assonanza con l’italiano. È, infatti, immediatamente percepibile il significato delle parole “agonismo” o “agonista”, che richiamano l’attività del lottatore, dell’atleta, del combattente.

Altre possibili traduzioni di «agonízesthe» – oltre che «sforzatevi» – sono dunque «lottate», «gareggiate», «combattete» – se non altro, in relazione all’infinito «agonízomai», che significa appunto “lottare”, “contendere”, “gareggiare”. Dice allora Gesù: «lottate, gareggiate, combattete, contendete per entrare dalla porta stretta», che è la via del sacrificio e della penitenza.

Sembra strana la richiesta di Gesù. Non ci salviamo per i suoi santi meriti, per il suo sangue, per la sua adorabile passione e morte cruenta? Non siamo salvi per via della Croce e del Crocifisso? Perché viene richiesta palesemente da Dio una nostra partecipazione attiva – e più che attiva – alla salvezza? Piuttosto esplicita, nell’esposizione e nel contenuto, la spiegazione espressa dal Dottore della Chiesa sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787) che, nell’opera “Trionfo della Chiesa. Storia dell’eresie colle loro confutazioni”, tratta ampiamente della giustificazione, della grazia e del merito. Le citazioni qua riportate sono tratte dall’edizione napoletana del 1838 – tomo IV, confutazione XI, Paragrafo 3: “L’opere buone son necessarie alla salute, né basta la sola Fede”, pp. 14-26.

Confutando luterani e calvinisti, sant’Alfonso espone il Magistero della Chiesa, secondo cui alla salvezza eterna è necessaria la fede in Dio e le opere buone dell’uomo. È sufficiente – chiede il Dottore – la «sola fede», per la salvezza? Non «bastano a salvarci i soli meriti di Gesù Cristo»? «No signore, non bastano» – risponde – «ma vi bisognano anche le nostre opere», poiché Cristo ci ha favoriti con l’«applicarci i meriti suoi colle opere nostre» (p. 23). In particolare, egli afferma che le opere buone «non sono peccati [come invece sostenevano luterani e calvinisti, ndr], ma sono care a Dio, son necessarie a noi per ottener la salute» (p. 15).

In altre parole e per quanto possa sembrare un enigma, la salvezza eterna non si limita ad essere un «dono» da parte di Dio, ma è anche una «retribuzione» non dovuta, però voluta e realizzata gratuitamente da Dio. Cioè – come insegna sant’Alfonso – «Dio ha disposto per sua bontà, che colle opere buone da noi fatte per virtù della grazia possiamo meritar la vita eterna, per ragion della promessa gratuita da lui fatta a chi opera bene» (p. 18). Quale promessa? Ad esempio: «se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19, 17), ovvero entrerai nella vita se opererai bene. Quindi, «la stessa eredità» del Padre «è dono insieme, ed è retribuzione» per i meriti dei figli adottivi (i battezzati).

Eppure in nulla noi possiamo gloriarci, poiché «se Dio ci dà la gloria in mercede de’ nostri meriti, non la dà perché era tenuto a darla, ma perché […] ha voluto Egli per sua mera bontà gratuitamente obbligarsi colla promessa di dar la vita eterna a chi lo serve» (p. 19). Per se stesse, infatti, «le opere nostre, senza la grazia, niente meritano» (p. 21). E poiché – continua il santo Dottore – «tutta la virtù che abbiam di meritare il Cielo, l’abbiamo per li meriti di Cristo, onde tutta la gloria è sua» (p. 23).

Ritroviamo questa stessa verità nelle parole del nostro Papa Francesco che, prima dell’Angelus della scorsa Domenica, si è pure espresso sul brano evangelico della «porta stretta». La «porta stretta» – ha detto il Pontefice – è tale «non perché sia una sala di tortura», ma «perché ci chiede di aprire il nostro cuore a Lui, di riconoscerci peccatori, bisognosi della sua salvezza, del suo perdono, del suo amore, di avere l’umiltà di accogliere la sua misericordia e farci rinnovare da Lui». Gesù è la porta «per la quale dobbiamo entrare». Ma che significa varcare la porta e unirsi a Gesù? Significa forse una strada di sola fede?

No, servono anche le opere, come subito aggiunge il Santo Padre: «Essere cristiani è vivere e testimoniare la fede nella preghiera, nelle opere di carità, nel promuovere la giustizia, nel compiere il bene». Quindi la carità materiale è un’opera buona, la spirituale anche, la preghiera pure – e così il compiere ogni sorta di bene, la testimonianza schietta della fede, il ricercare la giustizia.

Senza le opere, saremmo solo «cristiani di etichetta». Ma non è questa la volontà di Dio: «Non cristiani, mai cristiani di etichetta»! – esclama Papa Francesco. Dobbiamo, invece, essere «cristiani di verità, di cuore», fedeli e operanti.



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