Lo Ius Soli non è un comandamento divino

Il cardinale filippino Louis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis, ha definito lo Ius Soli una “norma di civiltà” e, per i credenti, un “mandato da non tradire”. Intervistato da La Repubblica a margine della presentazione di Share the journey-Condividiamo il viaggio, la campagna della Caritas per l’accoglienza degli emigranti e […]

Il cardinale filippino Louis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis, ha definito lo Ius Soli una “norma di civiltà” e, per i credenti, un “mandato da non tradire”. Intervistato da La Repubblica a margine della presentazione di Share the journey-Condividiamo il viaggio, la campagna della Caritas per l’accoglienza degli emigranti e dei rifugiati, “non è solo Gesù a essere esplicito in merito – ha detto – anche l’Antico Testamento parla chiaro”.
Se lo Ius Soli è davvero volontà divina, sono centinaia di milioni nel mondo i cattolici che “tradiscono il mandato”: tutti quelli che, a quanto pare sbagliando, rispettano lo Ius Sanguinis e non vedono il bene nel sottrarre alla nazionalità dei genitori un neonato, a maggior ragione se figlio di rifugiati ansiosi di rientrare in patria, una volta conclusa la crisi che li ha indotti a espatriare.
“Bisogna aprire le porte, abbattere i muri – ha poi spiegato monsignor Tagle passando al tema dell’accoglienza – questa si chiama sana politica. Aprendo si aiutano i migranti e i rifugiati e questa integrazione arreca beneficio anche al Paese ospitante. Accogliere, insomma, è per il bene del Paese” perchè ogni immigrato arricchisce la comunità che lo accoglie.
Ecco la confusione che regna sovrana. I rifugiati innanzi tutto si devono accogliere, anche se comporta dei sacrifici, perchè ne hanno bisogno, non perchè è un bene per il paese, non perchè arricchiscono la comunità che li riceve. Accoglierli, in secondo luogo, significa metterli al sicuro e assisterli, là dove arrivano e chiedono aiuto, come si fa con i 40 milioni di profughi interni. Qualche rifugiato raggiunge l’Italia. Per tutti gli altri, che sono quasi 20 milioni concentrati in Africa e Asia, al dovere di accoglienza si assolve provvedendo alle spese per proteggerli e prendersene cura.
Integrazione? Il Protocollo di intesa firmato a gennaio da Cei, Comunità di Sant’Egidio e governo italiano per il trasferimento in Italia di alcune centinaia di rifugiati ospitati nei campi profughi dell’Acnur in Etiopia ha il merito – spiegava monsignor Galantino nel presentarlo – di essere un progetto di “integrazione e inclusione nella società italiana”. Ma per i rifugiati la priorità è tornare a casa, prima possibile, non l’integrazione in vista di un esilio permanente, definitivo. Gli autori del Protocollo non se ne rendono conto, e neanche monsignor Tagle.
Quanto ai migranti, l’accoglienza caritatevole, indiscriminata delle porte aperte e dei ponti è fuori discussione. Un emigrante fa il proprio bene e quello del paese ospitante quando, come succede di solito, si dirige verso paesi in crescita, in cui c’è richiesta di forza lavoro e in cui quel che sa fare gli assicura un’occupazione. Se invece deve dipendere del tutto o in parte dall’assistenza pubblica e privata, se non trova lavoro, se accetta di lavorare in nero o sottopagato, se svolge attività illegali e vive di espedienti, emigrare è un danno per lui e per il paese che sceglie come destinazione. Il fenomeno del tutto anomalo di centinaia di migliaia di emigranti diretti verso l’Europa senza prospettive di integrazione economica e quindi anche sociale ne è la prova: flussi di giovani senza futuro abbagliati da promesse di accoglienza che è impossibile mantenere.
La fiducia di monsignor Tagle nell’accoglienza, per la ricchezza che sempre ne deriva, forse in parte si spiega perchè ha in mente la situazione dei suoi connazionali immigrati in Italia. La comunità filippina, si legge nel rapporto 2016 sugli immigrati in Italia a cura del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, è stata una delle prime a raggiungere l’Italia, favorita dal fattore religioso: le Filippine sono uno stato a maggioranza cristiana, con una percentuale dell’80,9% di cattolici. Attualmente risiedono in Italia quasi 170.000 filippini titolari di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza degli immigrati sono donne che – dice il rapporto – hanno saputo rispondere al fabbisogno di manodopera nell’ambito dei servizi domestici e familiari, per farsi raggiungere, una volta acquisita un’adeguata stabilità economica e sociale, dal resto della famiglia. Si deve in gran parte a loro l’alto tasso di occupazione della comunità filippina: 81,3%. Da rilevare è l’incremento delle cittadinanze acquisite: nel 2015, 3.050 rispetto alle 894 del 2012. Ad aumentare sono state soprattutto le acquisizioni per residenza (+463%) e per trasmissione/elezione al 18° anno (+218%).
Rispondendo alle domande postegli da Radio Vaticana, monsignor Tagle ha sottolineato i fenomeni negativi legati all’emigrazione, tra cui le nuove forme di schiavitù. “Noi vogliamo ricordare al mondo – ha detto – che c’è un’umanità che non è una questione astratta, ma una questione che riguarda la dignità della persona. Questa campagna della Caritas è un appello alla conversione, al cambiamento di mentalità tramite gli incontri personali, perchè quando incontriamo un migrante come persona…i miei occhi si aprono; non vedo solo una statistica o un numero, ma una persona vera che è un fratello, una sorella, un mio prossimo”.
Ma il mondo, un certo mondo non ascolta e l’ossessiva attenzione ai nostri difetti di accoglienza impedisce di vederlo. Proprio gli emigranti filippini tanto bene accolti e integrati nel nostro paese, in Arabia Saudita e negli altri paesi del Golfo sperimentano invece la violenza e l’umiliazione della soggezione da schiavi: sfruttati, esposti a continue violenze fisiche, sessuali e psicologiche, perseguitati perchè cristiani.
di Anna Bono
Fonte: http://www.lanuovabq.it



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