L’Italia ce la farà?

Nel Caminetto dell’Arcivescovo pubblicato sul numero di Vita Nuova dell’8 novembre, Mons. Crepaldi ha fatto alcune riflessioni sul nostro Paese, sulla sua stanchezza morale e sulle sue importanti risorse da rimettere in circolo.

MA L’ITALIA HA LE RISORSE PER TORNARE AD ESSERE SE STESSA?

Conversazione del nostro Direttore con mons. Crepaldi sul futuro del Paese

 

Eccellenza, in questi tre anni il Caminetto si è occupato molto di cose triestine, sia dal punto di vista ecclesiale che sociale. Con la conversazione di oggi vorrei iniziare ad allargare la visuale ai grandi temi della vita del nostro Paese e del contributo che la Chiesa vi può dare. Come vede la situazione?

In Italia il processo di secolarizzazione religiosa e morale è molto avanzato. Questo produce un pluralismo eccessivo: i cittadini seguono ognuno il proprio percorso di vita, la tenuta morale della società entra in crisi, i settori della società non capiscono più le loro relazioni, per esempio non si comprende come la capacità di educare della scuola, e non solo di istruire, abbia un nesso concreto e vivo con il mercato del lavoro e con la ripresa economica. I diversi livelli della politica si sovrappongono, si ostacolano, configgono tra loro per la mancanza di un coerente quadro di insieme.

Molti osservatori dicono che il popolo italiano è stanco…

In effetti da molti segni sembra che gli italiani non credano più in se stessi  e che abbiano tagliato i ponti con il proprio passato e  con il proprio DNA di nazione. Invecchiamo progressivamente, ci permettiamo da troppo tempo una colpevole inerzia, ci arrocchiamo a difesa delle nostre piccole rendite di posizione, tutti si chiedono come entrare nel sistema piuttosto di come cambiarlo in meglio.

Di solito alla stanchezza si associa l’appiattimento…

Si può dire questo, credo, anche per l’Italia. C’è un Paese sotterraneo e promettente che non trova le fessure per emergere. Poche persone, sempre quelle, e pochi concetti, sempre quelli, hanno in mano il Paese. Con eccessiva facilità ci si è tolti di dosso istituzioni e modalità di vita considerate a torto retrograde. Alcune generazioni di genitori non si sono più sentite di educare i figli agli stessi valori ai quali erano stati educati loro. L’assottigliarsi del tessuto religioso non ha lasciato il campo ad un aumento dei legami civici e lo stesso associazionismo di base, così tipico della società italiana di un tempo, stenta a trovare rimpiazzo nelle nuove generazioni. C’è in giro una forte omologazione del pensiero e dei comportamenti.

Di questo si incolpa spesso il ceto politico. E’ sufficiente?

Anche la società civile, che spesso è presentata come la soluzione di tutti i mali, risulta in realtà porosa e scarsamente amalgamata. In molti casi essa esprime giudizi critici verso la politica, ma in realtà ne condivide pregi e difetti perché il rapporto non sempre corretto tra società civile e politica è uno dei nodi irrisolti del Paese, che pregiudica le potenzialità positive di ambedue. La società civile vive spesso dell’assistenza della politica e la politica si nutre dei suoi rapporti ambigui con la società civile.

Della società civile fanno parte anche le imprese e le organizzazioni sindacali. Anche in questi casi si nota un non limpido rapporto con la politica?

La rappresentanza sindacale nelle aziende è condotta con metodi adatti alla vecchia società industriale. Spesso il sindacato è troppo ideologico. La politica ha fatto pochissimo per adeguare il sistema Paese alle necessità delle imprese. Questo non crea solo lentezze e inadeguatezze, ma la difficoltà a far circolare nel Paese l’iniziativa personale, comunitaria e politica. C’è un sistema ingessato.

Non ritiene di essere troppo pessimista?

Bisogna essere realisti perché sarebbe irresponsabile non vedere le difficoltà: le realtà sovranazionali sembrano dettare legge, gli Stati perdono di potere anche nel campo dell’integrazione sociale o della educazione dei cittadini ai valori umani, il meticciato culturale diventa non di rado relativismo etico e religioso. Però, detto, questo, bisogna aggiungere che le risorse per cambiare ci sarebbero.

Ci può indicare alcune di queste condizioni favorevoli alla ripresa?

Mi viene in mente prima di tutto la famiglia: gli stili di vita si sono decomposti ma la famiglia tiene, pur nella difficoltà. Da noi non c’è stata ancora l’accelerazione negativa imposta in altri Paesi da raffiche di leggi devastanti. La diminuzione dei matrimoni e l’aumento delle nascite fuori del matrimonio sono fenomeni in espansione, ma ancora in misura non di massa. La famiglia è ancora il luogo del risparmio, è ancora ammortizzatore sociale, è ancora banchiere occulto di tante attività economiche. L’attenzione per l’educazione dei figli e le relazioni intergenerazionali sono ancora aspetti sentiti e vissuti, anche se forti incrinature si manifestano all’orizzonte.

L’Italia ha un grande passato per quanto riguarda la solidarietà sociale. E’ ancora così?

Le relazioni sociali di solidarietà tendono a raffreddarsi, ma la crisi economica ha anche evidenziato interessanti forme di prossimità di cui si è fatta protagonista anche la Chiesa cattolica. Il territorio da noi è ancora espressione di molteplici attività aggregative, di esperienze, di comunicazione, di solidarietà, di coesione. L’Italia dei cento campanili non c’è più ma persiste una vasta gamma di attività locali di carattere culturale o informativo.

 

Anche la Chiesa cattolica costituisce una risorsa per il Paese?

Non c’è dubbio che la religione in Italia non è più un fenomeno di massa, ma è ancora un fenomeno di popolo, oltre che di diffuso riferimento culturale. Molti non si dichiarano cattolici ma fanno riferimento implicito ai valori cattolici. Le nuove generazioni vivono comunque in un contesto postcristiano. Tuttavia la Chiesa cattolica è ancora “presente” con le parrocchie, i movimenti, le realtà associative, la pietà popolare, gli strumenti di informazione, i centri accademici e di ricerca, le case editrici. E’ una realtà spesso frammentata e l’impostazione culturale è tutt’altro che omogenea, ma costituisce comunque una ricchezza, anche civile, che in altri Paesi non si dà.

L’economia sembra in irreversibile declino…

Sul piano economico, l’Italia è rallentata da molti fattori che la appesantiscono, eppure l’esportazione tiene e c’è un settore di imprese che ha saputo rinnovarsi. E’ vero che abbiamo perso molta parte della manifattura, ma c’è ancora una artigianalità di qualità, che riguarda anche le grandi imprese, che ci contraddistingue, insieme ad una significativa creatività imprenditoriale, che non riguarda solo l’industria privata. In alcune aree del Paese c’è una buona collaborazione tra ricerca universitaria, innovazione tecnologica e creatività produttiva che fa ben sperare.

Sul piano politico l’Italia è alla fine di un percorso e all’inizio di uno nuovo. Il quale però non si intravede ancora molto chiaramente. Cosa ne pensa?

La lunga transizione che ci separa dal 1994 è al capolinea. Davanti a noi c’è o il ristagno e la deriva del declino, oppure la ripresa di una fase nuova e promettente. La fine di un percorso e l’inizio di uno nuovo non riguardano, però, solo l’economia o l’assetto politico e istituzionale, bensì l’intero assetto umano e sociale della nazione. Riguarda il senso stesso dell’esserci come comunità nazionale, il motivo stesso della “italianità”, il nostro essere popolo tenuto insieme da dei legami di senso e spinto ad agire da dei fini che, come tutti i fini, sono in fondo sempre anche morali e religiosi. Nella lunga transizione abbiamo sprecato delle chance e abbiamo anche evitato o almeno ridotto dei pericoli. E’ un periodo che non va condannato né rifiutato. Sono emersi con chiarezza i nodi irrisolti del nostro sistema Paese e si è chiarita la strada da percorrere per risolverli. Nel frattempo, però, c’è stato anche un indebolimento morale generale del Paese, un ripiegamento malinconico su se stessi e il progresso è stato scambiato con l’adattamento acritico al nuovo che avanzava. Per questo non si sono fatti molti passi in avanti e non si è sviluppata la capacità di giudizio morale davanti alle grandi sfide del Paese. Non sempre si è avuto coraggio, un coraggio di popolo, per porre il proprio sigillo sulle novità, per esaminarle con discernimento alla luce dei valori che ci hanno resi, finora, “italiani”.

 



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