L’intollerabile mercato

Sentir dire che tutto questo – utero in affitto, coppia committente, aborto previsto per contratto – si tratta di una questione di libera scelta e autodeterminazione delle donne è intollerabile.

(di Assuntina Morresi, da Avvenire del 20 agosto 2013)

Certe storie non sono facili da raccontare, e ancora meno da ascoltare, specie se assomigliano ai nostri incubi più cupi. E cosa c’è di peggio, per una donna, che prepararsi a partorire sapendo che quel figlio in pancia le sarà portato via subito, appena nato, e per sempre? La lunga inchiesta che Avvenire ha condotto sulle «maternità surrogate» ha cercato di mostrare come purtroppo questo incubo sia una realtà diffusa e lucrosa. Per ironia della sorte, uno degli eventi più tragici che possa accadere a una madre – vedersi togliere un figlio appena partorito, sapendo che sarà qualcun altro a crescerlo – viene giustificato proprio in nome di un grandissimo “desiderio” di avere figli, che si trasforma nel “diritto” di averli a ogni costo.

Utero in affitto: questa l’espressione comune per descrivere quel che accade. Parole crude, che rendono bene l’idea di una donna ridotta al suo apparato riproduttivo, per soldi. Più precisamente, come abbiamo visto nell’inchiesta, stiamo parlando del fatto che una coppia – omo o eterosessuale – commissioni una gravidanza a una donna disposta a cedere il bambino che nascerà. Il piccolo può avere un legame genetico con uno, con entrambi, o con nessuno dei due che predispongono la gravidanza. La donna che accetta la gestazione conto terzi, solitamente, ha un partner e già dei figli, perché deve dimostrare di essere fertile e non interessata a tenere il nuovo bambino per sé.

Sono accordi complessi, che possono coinvolgere in vario modo molte persone (neonato escluso), e molto costosi: nonostante si cerchi di distinguere ipocritamente una maternità surrogata “altruistica” (che consentirebbe solo il pagamento di spese ragionevoli) da una “commerciale” (che invece prevede espressamente una ricompensa): senza il giogo e la necessità di soldi è rarissimo, quasi impossibile, trovare madri pronte a affrontare una gravidanza e un parto per poi rinunciare al figlio.

Difficile immaginare signore benestanti, donne in carriera o ricche possidenti disposte a fare da madri conto terzi, mentre è molto facile che facoltose siano le coppie che “commissionano” la gestazione. Le rotte della “maternità in affitto” seguono, insomma, una geografia antica: i ricchi cercano donne povere per farne gestanti surrogate, e a volte acquistano anche gameti sul mercato più conveniente. Ed è sempre più difficile che tutte le persone coinvolte vivano nello stesso Paese. È la natura stessa della “maternità in affitto” che porta facilmente chi intraprende questo percorso ad attraversare le frontiere.

Che una madre abbia il diritto di vivere con il figlio che ha tenuto in pancia e dato alla luce, è evidente: solo una donna privata della propria libertà, oppressa e schiavizzata può essere obbligata a un atto tanto crudele come quello di cedere ad altri il bambino che ha portato in grembo. Per questo nei Paesi occidentali, dove il diritto e le istituzioni democratiche vantano una storia antica, e la tutela di certi diritti personali è oramai un consolidato patrimonio comune, un iter come quello della “maternità in affitto” è oggi intrinsecamente meno accessibile: la sua legalizzazione non può non tenere conto di diritti acquisiti e non più discutibili, come quelli di genitori e figli.

In Paesi con istituzioni democratiche più recenti e più fragili, invece, è più facile che percorsi come la gravidanza conto terzi vengano regolamentati con meno tutele per le parti più vulnerabili – le donne e i bambini, in questo caso – e quindi siano più accessibili. È più probabile che sia una donna povera occidentale a essere consapevole di avere dei diritti (per esempio quello di tenere il bambino, o di non abortirlo se la coppia committente lo richiede), rispetto a una indigente in un Paese povero. E infatti, come abbiamo visto nella nostra inchiesta, molto spesso le coppie occidentali preferiscono cercare madri surrogate in Paesi poveri e con una fragile tradizione di rispetto di diritti umani: dall’India al Guatemala passando per i Paesi dell’Est europeo.

Sentir dire, su tutto questo, che si tratta di una questione di libera scelta e autodeterminazione delle donne è intollerabile.

 



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *