L’inganno fatale della contraccezione

Quello che rivelano i dati dell’ultimo rapporto del Ministero della salute sull’applicazione della legge 194, che a maggio compirà quarant’anni, può sorprendere solo chi crede che a una maggior diffusione della contraccezione, in particolare quella ormonale, considerata la più efficace, corrisponda necessariamente una diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza. E invece, per quanto sembri scontata […]

Quello che rivelano i dati dell’ultimo rapporto del Ministero della salute sull’applicazione della legge 194, che a maggio compirà quarant’anni, può sorprendere solo chi crede che a una maggior diffusione della contraccezione, in particolare quella ormonale, considerata la più efficace, corrisponda necessariamente una diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza. E invece, per quanto sembri scontata tale correlazione, il caso della Liguria testimonia come sia una certa mistificazione culturale e antropologica la vera radice della pratica dell’eliminazione del feto, indipendentemente dal massiccio ricorso ai metodi contraccettivi.
Come riportato anche dal quotidiano genovese Il Secolo XIX, infatti, la Liguria è «in vetta alle statistiche nazionali per il numero di aborti in proporzione alla popolazione (8.8 interruzioni di gravidanza ogni mille donne in età fertile, quasi 270 aborti ogni mille nati vivi); registra il dato più alto in assoluto per gli aborti tra le giovanissime (4.3 su mille tra i 15 e i 17 anni)» e presenta pure il primato nel ricorso alle tecniche non invasive di interruzione della gravidanza, quali la controversa pillola Ru486, definitivamente approvata in Italia nel 2009, che provoca l’espulsione dell’embrione dopo circa 48 ore dall’assunzione. All’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, addirittura, la percentuale di aborti con la pillola supera il 66%.
Al tempo stesso, però, la Liguria è altresì una delle regioni in cui è più diffuso l’utilizzo della pillola anticoncezionale (da non confondere, appunto, con la pillola abortiva Ru486, che in quanto tale è assunta non per «prevenire», bensì per interrompere la gravidanza). Secondo i dati Istat/Imf, il Settentrione è in generale più disposto all’impiego dei metodi contraccettivi. E se, a livello nazionale, la contraccezione ormonale viene usata dal 16.2% della popolazione femminile, molto meno rispetto alla media europea, la percentuale sale, in Liguria, fino al 20.1%. Dietro soltanto alla Valle d’Aosta, la quale, con il 23%, ha però un tasso di aborti in rapporto alla popolazione soltanto di poco inferiore a quello ligure, e alla Sardegna, con il 30.3% e un’abortività che, invece, è al di sotto delle sei interruzioni di gravidanza ogni mille nati vivi.
Può meravigliare che il collegamento, all’apparenza tanto ovvio, tra incremento della contraccezione e diminuzione degli aborti, sia poi smentito dai fatti. Eppure, quello della Liguria non è nemmeno l’esempio più eclatante. È la Francia a offrire lo scenario più preoccupante. Nella patria del ’68; nella culla della rivoluzione sessuale europea e dell’emancipazione femminile, dove, nel febbraio 2017, fu approvata una legge per l’estensione del reato di «ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza» ai siti web pro-life; nel Paese in cui il 50% delle donne tra i 15 e i 49 anni assume la pillola anticoncezionale, circa una donna su tre ha abortito almeno una volta. Oltralpe, quello dei bimbi non nati è oramai un fenomeno dalle proporzioni bibliche, una vera e propria strage degli innocenti: si parla di quasi 210.000 aborti l’anno, un dato mantenutosi più o meno costante dall’inizio del XXI secolo. Sono cifre fortunatamente lontane da quelle registrate in Italia: nel nostro Paese, nel 2016 sono state praticate circa 85.000 interruzioni volontarie di gravidanza, in calo del 3% rispetto all’anno precedente. Gli aridi numeri, tuttavia, assumono una colorazione diversa nel momento in cui quei feti vengono considerati non più come scomodi fardelli di cui liberarsi, bensì come doni rifiutati, possibilità annientate, vite rubate.
Checché se ne dica sull’efficacia della «liberalizzazione» dell’aborto introdotta dalla legge 194, a spiegare perché, spesso, la contraccezione non riduca le interruzioni volontarie di gravidanza, è la «cultura dello scarto» denunciata da Papa Francesco, quella che ci induce al disprezzo degli «esseri umani più deboli e fragili, cioè i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi». Ed è grave che queste stragi siano gabellate per conquiste di libertà. Così, la soppressione di chi ha contratto una malattia o è portatore di handicap, persona ingombrante, poiché ci ricorda l’abisso di dolore in cui può precipitare l’esistenza umana, viene spacciata per un gesto di pietà e di trionfo dell’autodeterminazione. L’uccisione, nel grembo delle madri, di bambini trattati alla stregua di «grumi di cellule», pratica barbara che, da candidata alla presidenza, Hillary Clinton proponeva di prolungare, in certi casi, persino fino al nono mese, viene infiocchettata con la menzogna della «salute riproduttiva» o della «libertà di scelta» delle donne. Gli stessi slogan cui faceva ricorso Planned Parenthood, la catena americana di cliniche abortiste scoperta a smerciare illegalmente parti anatomiche dei feti. La stessa concezione sbandierata dalle femministe, sedicenti anticapitaliste ma feroci «proprietariste», allorché in ballo c’è il diritto, l’unico vero diritto «indisponibile», alla vita.
Alla fin fine, il paradosso non è tanto che la diffusione della contraccezione non sia immediatamente connessa a una riduzione degli aborti. L’assurdità è che, mentre il nostro Paese raggela in un inverno demografico cui ci si propone di rimediare deportando disperati dall’Africa, dal 1978 si sia impedito di nascere a quasi sei milioni di italiani. Forse non è un caso, se sono tanti quanti gli ebrei massacrati dai nazisti.
di Alessandro Rico (da La Verità)
Fonte: http://www.campariedemaistre.com



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