Il sapore della letteratura giuliana

La cultura e la vita letteraria di ogni luogo hanno una risonanza speciale. Come mutano i climi e i paesaggi, così mutano i linguaggi e le mitologie che un luogo fa crescere nella mente e nel cuore dei suoi abitanti. Ad ogni mappa geografica si sovrappone una mappa culturale e spirituale con le sue coordinate […]

La cultura e la vita letteraria di ogni luogo hanno una risonanza speciale. Come mutano i climi e i paesaggi, così mutano i linguaggi e le mitologie che un luogo fa crescere nella mente e nel cuore dei suoi abitanti. Ad ogni mappa geografica si sovrappone una mappa culturale e spirituale con le sue coordinate e i suoi punti cardinali. La nostra letteratura, quale ci viene puntualmente narrata e suggestivamente evocata da Irene Visintini nel suo ultimo saggio “Pagine di letteratura e di vita giuliana” (Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, Trieste-2013, pp. 222, euro 12,00), si distingue per la compresenza insieme aspra e armoniosa di molteplici voci, diverse negli intenti e nelle forme ma unite nella comune aspirazione al vero, sia esso interiore o esteriore. Come traspare da ogni saggio del libro, il “vero”, quale lo intende e lo coltiva la nostra tradizione letteraria, non va confuso con un concetto metafisico e trascendente di verità. Scorrendo le pagine della Visintini, ci troviamo di fronte una galleria di ritratti di grandi scrittori e uomini di cultura che hanno arricchito e affinato la letteratura del ‘900, in molti casi anche a livello europeo, facendo propria la temperie decadente e postmoderna del secolo appena trascorso e respirandone il pessimismo, la perdita di identità dell’uomo, l’incombere di forze inconsce oscure e incontrollate, lo smarrimento e l’erranza senza fine. La Visintini riesce a cogliere con fine intuito e acume critico questa matrice dei nostri scrittori, da Italo Svevo a Giani Stuparich, da Bruno Maier a Claudio Magris e a Fulvio Tomizza, fino alle pagine pittoresche e colorite di Manlio Cecovini e all’affascinante saga “Il gelso dei Fabiani” di Renato Ferrari. Anche in questi due ultimi autori, apparentemente lontani da una visione crepuscolare e tormentata della vita, è sempre questa nuova sensibilità del frammento e della deriva del reale a innescare l’umorismo, il gusto del bozzetto e la sfaccettata, scoppiettante ispirazione del primo e la continuità narrativa del secondo, che trova nella pianta del “gelso” il baricentro di una vicenda umana altrimenti naufraga nel mare incognito del tempo.

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