L’Europa vista da Gonzague de Reynold

Gli amici svizzeri spesso ci ricordano quanto la loro identità locale sia stata forgiata da incontri imprevisti tra popoli e culture di lingue molto diverse al punto da creare una sorta di unicum nel Continente. Uno Stato, il loro, che infatti a tutt’oggi non fa parte dell’Unione Europea, mantiene una propria moneta, si considera costantemente […]

Gli amici svizzeri spesso ci ricordano quanto la loro identità locale sia stata forgiata da incontri imprevisti tra popoli e culture di lingue molto diverse al punto da creare una sorta di unicum nel Continente. Uno Stato, il loro, che infatti a tutt’oggi non fa parte dell’Unione Europea, mantiene una propria moneta, si considera costantemente neutrale negli affari internazionali guardando sia a Est che alla Nato con equidistante indifferenza. E tutto ciò, stando, come si suol dire, proprio nel bel mezzo dell’Europa geografica. In realtà, però, se tutto questo è vero é pure vero che storicamente sono esistite anche altre prospettive all’interno della Confederazione dei Cantoni, in significativa controtendenza. Prendete lo storico di Friburgo – di lingua francese – Gonzague de Reynold, ad esempio. Le edizioni D’Ettoris mandano in libreria in questi giorni un suo saggio quantomai interessante sia per tenere vivo il dibattito sulla costruzione dell’identità europea sia per sostenere – per l’appunto – l’esistenza di un’anima elvetica convintamente entusiasta delle proprie origini nel Sacro Romano Impero e dunque nel pluri-secolare sviluppo della civiltà spirituale occidentale (cfr. G. de Reynold, La casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità, D’Ettoris, Crotone 2015, Pp. 281, Euro 22,90). La tesi di fondo – argomentata in sei parti che ricalcano in ordine cronologico la formazione identitaria del Continente – è che l’Europa non sia un concetto geografico o politico quanto piuttosto un luogo culturale, muovendo qui dall’idea fondamentale che la cultura sia, prima di essere un mondo composito di biblioteche, musei ed archivi, ciò che definisce lo spirito di un mondo. Brilla insomma in controluce la stessa convinzione più volte espressa da Giovanni Paolo II, da ultimo in quella sorta di manifesto programmatico dell’anima europea che è l’enciclica Ecclesia in Europa laddove il Pontefice si riferisce alla cultura continentale appunto come a una ‘casa’ che ha letteralmente ‘fatto’ la comunità materiale dei popoli europei. I momenti, identificati con dei luoghi simbolici, che hanno dato origine a questa costruzione sono tre: Gerusalemme, Grecia e Roma, esattamente in quest’ordine. Ovvero la Rivelazione cristiana, compimento delle attese messianiche di Gerusalemme, la filosofia classica che con la Rivelazione dialogò fruttuosamente e a lungo dando origine di fatto alle forme prime pensiero europeo in senso proprio, infine il diritto romano che di questa ragione creatrice – il Lògos della Genesi per dirla a modo nostro – fece la sua bussola per costruire i mattoni del vivere civile organizzando le relazioni sociali, la giustizia dei rapporti pubblici e privati, e inaugurando quello che poi sarebbe diventato il diritto civile dell’Occidente. Tutto già noto, allora? Sì e no. Anzitutto perché lo studioso verga queste riflessioni svariati decenni prima che si sviluppasse il dibattito specifico sul riconoscimento delle radici cristiane nel preambolo del testo fondativo dell’Unione Europea. Poi perché qui il respiro delle riflessioni è sistematicamente più ampio e argomentato e rispetto anche agli esponenti politici più benintenzionati non c’è quella smania di giustificare a tutti i costi il presente semplicemente perché è il presente. Lo sguardo dello scrittore può far ricordare in certi passaggi anzi la visione di Christopher Dawson, il grande storico britannico della cultura che gli fu peraltro contemporaneo. In effetti, tra i due vi è più di una somiglianza: l’idea che l’Europa sia comprensibile molto più studiando le traduzioni nazionali della Bibbia che le guerre – interne ed esterne – che l’hanno progressivamente indebolita, l’idea che il Cristianesimo viaggiando – cioè, impiantando concretamente le sue missioni – abbia generato quell’insieme di modi di vivere e relazionarsi con il diversamente altro che hanno poi dato luogo ad ambiti ben definiti della vita comunitaria organizzata, l’idea che interi ambiti che noi consideriamo istintivamente profani siano in realtà stati generati dall’applicazione pratica della dottrina cristiana in nuovi (al tempo) campi. Dal modo di concepire i rapporti commerciali internazionali, ad esempio, alla visione alta di una disciplina e di un’arte fine della persuasione intellettuale come la diplomazia, alla diffusione della sanità pubblica gratuita, un portato sociale evidente della diffusione delle opere di misericordia corporali nell’evangelizzazione dell’Occidente. Oppure, sul piano delle idee, la convinzione che la politica spessissimo non sia stata altro che la faccia profana ‘più bassa’ di conflitti teologici o spirituali e – quindi – in ultima analisi religiosi. Per argomentare tutto questo, naturalmente, ci vuole una grande preparazione e una spiccata conoscenza non solo della storia politica o istituzionale europea, latina o germanica che sia, ma anche e soprattutto un dialogo disinvolto con discipline quali la storia sociale, quella del folklore e soprattutto quella religiosa, il che in Europa vuol dire cattolica, se non fosse altro per il semplice fatto che se il Medioevo è l’apogeo del cattolicesimo organizzato, il Rinascimento e poi l’Illuminismo sono stati la crisi interna e poi la protesta esterna contro questo mondo. Come qualcuno ha detto, da Valdo a Lutero a Calvino tutti hanno avuto comunque bisogno del cattolicesimo per affermarsi. In opposizione e contestazione radicale, certamente, ma sempre in riferimento alla storia e alla struttura peculiarissima della Catholica: altrimenti, che cosa mai avrebbero contestato? Senza la Catholica, semplicemente, non sarebbero esistiti. Il vero dramma della cultura europea moderna e poi postmoderna, a ben vedere, è stato proprio che – secolarizzandosi come mai prima aveva fatto, espellendo il dato religioso dalla pubblica piazza – ha consapevolmente impedito la lettura della propria carta d’identità, da cui le schizofrenie che oggi la contraddistinguono. E’ stato, in ultima analisi, una negazione del principio di realtà e non è un caso che nel pensiero occidentale da allora la metafisica sia stata praticamente defenestrata. Per tutto questo, e molto altro ancora, la lettura del saggio potrebbe far bene a molti smemorati di professione che ci sono in giro perché – citando un altro adagio famoso – a un’idea si potrà sempre contrapporre un’altra idea, opposta e speculare, ma all’evidenza innegabile della realtà che cosa si potrà mai opporre?



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