L’eugenetica “liberale”

Si possono trovare “esperti”, “filosofi”, “psicologi” che sostengano più o meno qualsiasi teoria, per quanto assurda. Il campo della bioetica è particolarmente fertile in questo senso. Abbiamo avuto bioeticisti come Minerva e Giubilini che hanno sostenuto pubblicamente la moralità dell’infanticidio (muovendo logicamente, bisogna dire, dalle premesse dell’aborto); abbiamo un numero sempre crescente di psicologi che […]

Si possono trovare “esperti”, “filosofi”, “psicologi” che sostengano più o meno qualsiasi teoria, per quanto assurda. Il campo della bioetica è particolarmente fertile in questo senso. Abbiamo avuto bioeticisti come Minerva e Giubilini che hanno sostenuto pubblicamente la moralità dell’infanticidio (muovendo logicamente, bisogna dire, dalle premesse dell’aborto); abbiamo un numero sempre crescente di psicologi che punta a normalizzare la pedofilia; e ora abbiamo un sociologo che sostiene la bontà dell’ eugenetica di Stato.

In un articolo recente, apparso sul Journal of Applied Philosophy, il sociologo Tim Fowler sostiene la bontà di eventuali iniziative eugenetiche promosse direttamente dallo Stato. Secondo l’autore corrisponderebbe al carattere di uno Stato liberale la possibilità di “potenziare”, dal punto di vista fisico o cognitivo, i bambini.

L’eugenetica sarebbe un po’ come l’educazione. Come lo Stato ha un ruolo sempre più rilevante nell’educazione dei bambini (ahimè), e in questo senso determina un loro “potenziamento” intellettuale, così lo Stato potrebbe agire in via anticipata sui geni per liberare nuove “potenzialità”: “Se si accetta la premessa che il “potenziamento” e la educazione sono simili dal punto di vista morale, allora in certe circostanze la decisione di non potenziare [tramite l’eugenetica] assomiglia precisamente a quella di non educare”.

Per Fowler questa non è una decisione da lasciare ai genitori. In questo ci trova d’accordo: nessuno dovrebbe “giocare” con i geni dei bambini, modificandoli a piacimento; un intervento sul genoma o sull’embrione in generale è lecito solo se ha una funzione terapeutica per l’embrione stesso, quindi per eliminare un grave difetto fisico o una malattia (nel rispetto del principio di proporzionalità e quello di precauzione). Ma il sociologo non vuole dire questo: lo Stato dovrebbe decidere “when, and how, to enhance” (“quando e come potenziare”).

Questo non avrebbe nulla in comune con l’eugenetica nazista, sostiene il sociologo. Proprio nulla, e chi lo potrebbe mai pensare? Ormai non si uccidono più esseri umani perché “inferiori” (quanto alla razza, al sesso, alla capacità fisica, o perché portatori di malattie genetiche, ecc.). Assolutamente. E’ noto che oggi nel mondo intero si rispetta la vita di tutti gli esseri umani, dal concepimento alla morte naturale.

“Indubbiamente”, scrive Fowler, “c’è grande preoccupazione davanti all’idea che lo Stato debba avere un ruolo nella scelta del tipo di persone che possano esistere, nella manipolazione del loro codice genetico …”. Tuttavia l’eugenetica proposta da Fowler sarebbe “positiva”: “la creazione di politiche che promuovano la tolleranza, l’autonomia e le opportunità [si ricordi che parliamo di interventi eugenetici, NdR], aldilà delle obiezioni dei genitori [questo ci ricorda qualcosa, NdR] non è cosa illiberale ma è in realtà il frutto di un profondo impegno nel senso dei valori liberali”.

E conclude in modo mirabile: “L’aggiunta della parola “liberale” a “eugenetica” trasforma una dottrina malvagia in una dottrina moralmente accettabile”.

Aggiungete, cari lettori, un nuovo termine al vocabolario della neolingua: “eugenetica liberale”.

di Alessandro Fiore

Fonte: http://www.notizieprovita.it



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