Letture di Dante al San Marco

Insegnare a scuola i grandi classici della letteratura è impresa molto ardua. Le loro personalità sono spesso presentate come dei monumenti di grande imponenza: alcuni dati biografici, i titoli delle opere più importanti, un corretto inquadramento storico, una rassegna delle interpretazioni criticamente più accreditate della loro esistenza e del loro lavoro. Filologia, esegesi, storicismo, nozionismo […]

Insegnare a scuola i grandi classici della letteratura è impresa molto ardua. Le loro personalità sono spesso presentate come dei monumenti di grande imponenza: alcuni dati biografici, i titoli delle opere più importanti, un corretto inquadramento storico, una rassegna delle interpretazioni criticamente più accreditate della loro esistenza e del loro lavoro. Filologia, esegesi, storicismo, nozionismo soprattutto e sempre un occhio privilegiato all’erudizione. Questi dati, che per la loro stessa natura non possono da soli penetrare l’essenza umana e spirituale più segreta dei grandi scrittori del passato, se non vengono poi dilatati in un discorso esistenziale e personale finiscono per depositare su questi astri del cielo letterario uno strato spesso di polvere e di freddo grigiore.

Per quel che ricordo, a scuola Dante (1265-1321) non mi ha mai entusiasmato. Con questa affermazione non intendo screditare l’insegnamento ricevuto. Credo che una buona parte di responsabilità sia da accreditare anche ai giovanissimi studenti che hanno ben altro per la testa che memorizzare le terzine di Dante e scoprirne i complessi riferimenti metafisici e storici che vi si nascondono.

Va da sé che le ore di insegnamento sono quelle che sono e che non è materialmente possibile esaurire tutti gli strati di senso impliciti in un grande autore e nelle sue opere. Si danno delle indicazioni, si disegna una mappa sommaria, lasciando poi agli studenti l’iniziativa di procedere la navigazione per proprio conto, studiando gli aspetti che ognuno reputa più affascinanti. Questa congiuntura felice non sempre si realizza, sia per la quantità e la qualità delle lezioni sia per l’interesse non propriamente vivace di chi ne è il destinatario.

Come rendere appassionante la “Divina Commedia” a degli studenti delle superiori? La domanda mi ritorna in mente tutte le volte che nella nostra cultura cittadina si propongono iniziative sul “sommo poeta”, come l’ultimo ciclo di letture del poema «al quale hanno posto mano e cielo e terra» (Paradiso XXV, v. 2) inaugurato al Caffè San Marco.

La mia passione per Dante è una di quelle affezioni tardive e per questo tanto tenaci e intense: ciò che non ho avuto modo di capire sui banchi di scuola, lo capisco appena adesso, dopo un lungo percorso di studi, di approfondimenti, ma soprattutto di esperienze concrete e spirituali. Si è venuta così a creare quella felice congiuntura tra studio del testo e del suo autore e ricerca personale di direzioni, di senso, di risposte vitali. Ad un certo punto Dante mi si è presentato privo dei panni accademici del vate incoronato di alloro: un’immagine ieratica e distante che respinge più che avvicinare. Dietro il poeta, ho visto allora il volto di un uomo capace di rispecchiare nei suoi tratti la fisionomia di tutto l’uomo, l’uomo inteso in senso universale, con la panoplia completa delle sue tensioni terrene e metafisiche, diviso tra la tenebra dell’errore e le fronde rigogliose della grazia. Il mantello pesante, a volte ruvido, spesso anche ingombrante, intessuto con i dati storici precisi, che avvolge lo strato più superficiale del poema, si è poco a poco smagliato e sciolto, denudandone il cuore potente, colto nel suo battito ora sofferente ed oppresso ora serafico e angelico, ora gravato da una notte senza scampo, ora sciolto in un canto supremo di silenzio celestiale.

Solo quando sono riuscita a incontrare questo nucleo incandescente del viaggio dantesco, mi ha colto un intenso desiderio di calcare le orme del poeta e di imbarcarmi con lui sul fragile vascello che immerge l’inizio del poema nelle onde nere dei  fiumi infernali. Non li attraversiamo anche noi questi fiumi, tutti i giorni, spesso anche più volte in uno stesso giorno? E non approdiamo anche noi con il poeta, nella trama delle nostre consuetudini senza infamia e senza lode, ora sulle gentili balze cosparse di erba tenera del Purgatorio, ora sugli orli sfavillanti della rosa mistica che danza ai piedi dell’Altissimo? Una lettura sapienziale, applicata alla nostra esistenza considerata in tutte le sue sfumature, nella diversità delle sue stagioni, nella sua dinamica di crescita e di evoluzione: è forse questo l’ascolto che più ci coinvolge e scava in profondità dentro i nostri sensi fisici e spirituali assordati dal fragore dell’insignificanza, fino a renderli estremamente sensibili alle voci più intime del nostro essere.

Non ci siamo trovati tutti noi una volta nella vita, o forse anche più volte, sprofondati nella caligine di un venerdì santo particolarmente amaro e all’apparenza invalicabile, con la sola prospettiva di una “selva oscura” annunciatrice di morte? E non abbiamo attraversato la paura, lo sgomento, il senso di solitudine proprio a tutti i luoghi oscuri e di pena che disseminano il cammino di ogni uomo?

Eppure, se ben ricordiamo, qualcuno ha teso sempre verso di noi la sua mano, visibile o invisibile, proprio nel momento in cui la selva si infittiva aggrovigliandosi in una barriera di roveti e pietre taglienti che rendevano impossibile continuare la ricerca di una via d’uscita. Nell’intreccio di simboli del poema, questo aiuto inatteso è offerto di volta in volta dalle grandi figure della tradizione cristiana — la Vergine in primis, Santa Lucia, il pagano Virgilio e una lunga schiera di santi aureolati di carità infinita e di gloria—, pronte ad afferrare la mano del poeta stordito e confuso che sprofonda di girone in girone, “cadendo come corpo morto cade” tutte le volte che la visione si fa insostenibile e tremenda. L’uomo conosce più volte nella sua vita questa esperienza di profondo torpore che lo stordisce e lo fa vagare lungo vie tortuose e appannate, come in un brutto sogno a cui non è dato sottrarsi con un semplice sforzo della volontà. I grandi asceti, mistici e sapienti del nostro passato hanno narrato innumerevoli volte questo viaggio che parte dall’abisso e anela alle profondità della fiammeggiante volta celeste. Un viaggio ripetutamente giunto a buon fine e ripetutamente ritornato al punto d’inizio per ricominciare un’altra volta ancora, senza fine, finché siamo qui, in un corpo mortale che, a dispetto di qualsiasi slancio ed elevazione, rimane pur sempre opaco. La trasparenza agognata, la leggerezza alata e il senso di pienezza che a volte ci sorprendono sono solo attimi, frammenti di luce incuneati nella terra e che attendono di essere un giorno liberati.

Dietro il viaggio ultraterreno di Dante rappresentato con gli elementi canonici dell’escatologia medioevale e della teologia tomista, si dipanano in filigrana i fili di un altro ordito: quello mistico, valido per l’uomo di ogni tempo e di ogni latitudine, errante e assetato di eternità allora come oggi. A questo livello il poema comincia a parlare il linguaggio trasfigurato dell’anima alla ricerca di Dio: prima le piogge di fango e di fuoco dei mille inferni umani, che traducono in simbolo la straziata sofferenza per la lontananza spirituale dalla fonte prima di ogni bene, «L’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso XXXIII, v. 145); poi le acque tranquille e lievemente increspate delle tante soste in Purgatorio, immagine della tregua pensosa e velata di quieta malinconia che precede l’alba, fino ai petali radianti della rosa mistica che ci afferrano e ci stringono nell’estasi beata della purezza momentaneamente raggiunta.

Ma ciò che Dante rappresenta avvenuto una volta per tutte, ovvero il cammino dell’anima dalla colpa alla grazia liberante, è un potente simbolo delle dinamiche che animano la nostra esistenza limitata e perfettibile e che si alternano ogni giorno, traghettandoci a volte in pochi istanti da acque buie e fangose alle sorgenti limpidissime e ineffabili del giardino di Dio, oltre le nubi delle nostre imperfezioni. Di caduta in caduta, di risalita in risalita, per poi discendere ancora e ancora slanciarsi con rinnovato zelo, in un pellegrinaggio senza fine che conosce in pari tempo tormenti e appagamento, verso un orizzonte sempre in fuga che più rapida si fa la nostra corsa più si fa lontano e si nega.

Un inquadramento storico e filologico è senza dubbio necessario in prima battuta per orientarci nella lettura del poema e per saperne discernere l’involucro temporale, con tutti i suoi condizionamenti, i suoi linguaggi e la fittissima trama di allusioni a personaggi, situazioni, idee e credenze allora immediatamente decodificabili ma oggi non del tutto trasparenti, molte volte indecifrabili. Ma questa è solo una parte, minima, dell’equipaggiamento necessario al viaggio. Con noi, una volta aperto il libro e iniziata la lettura, dobbiamo sempre portare le nostre domande, le nostre inquietudini, la nostra ricerca di senso e la nostra stessa conoscenza di noi stessi e delle nostre ferite. Solo così riusciremo a percepire le risposte sacre che Dante ci sussurra terzina dopo terzina, con i loro echi e le loro immense capacità di illuminare e guidare: «O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, / mirate la dottrina che s’asconde / sotto ‘l velame de li versi strani» (Inferno IX, vv. 61-63). Parole, queste, che Dante sembra rivolgere proprio a noi, deponendo nelle nostre mani una bussola misteriosa che indica dei punti cardinali nuovi ed ignoti, che vanno ben oltre le coordinate di questo mondo e superano i più vasti confini di ogni nostra conoscenza.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *