L’embrione umano: uno di noi

Paolo Pesce, Carlo Cirotto e Giovanni Grandi hanno spiegato perché l’embrione umano è “uno di noi” ad un incontro promosso da Scienza & Vita di Trieste in collaborazione con altre associazioni e centri culturali.

(articolo di Francesca Gadaleta)

Martedì 17 settembre, nella Sala “Tiziano Tessitori” del Consiglio Regionale, si è tenuta la conferenza promossa da Scienza&Vita in collaborazione con l’Uciim, FederVita F.V.G. e il Centro Culturale Bellomi dal titolo “L’embrione: Uno di noi?”.
L’incontro è stato una riflessione sia scientifica sia antropologica sull’inizio della vita condotta dal dott. Paolo Pesce, nuovo Presidente di Scienza&Vita di Trieste, da Carlo Cirotto, ordinario di Citologia e Istologia all’Università degli Studi di Perugia e da Giovanni Grandi, docente di Antropologia Applicata all’Università degli Studi di Padova.
Data la campagna di raccolta firme a sostegno dell’iniziativa europea “Uno di noi” il dott. Pesce ha voluto questo incontro, a carattere formativo e culturale, per aiutare a capire cos’è veramente un embrione e perché si ritiene che debba essere tutelato. L’iniziativa, infatti, intende chiedere alla Commissione Europea che il riconoscimento del bambino concepito e non ancora nato sia sancito da un esplicito atto legislativo per porre fine ad attività che prevedano la distruzione di embrioni umani.
Paolo Pesce ha spiegato inizialmente che tutti i problemi sono sorti attorno all’embrione a causa dell’avvento della fecondazione assistita. L’embrione, da quel momento, può difatti essere manipolato a fini di eugenetica, ma selezionare embrioni sani significa distruggere altri “malati”. Esiste poi il problema degli embrioni che, non essendo stati impiantati, vengono congelati e “messi via”. Anche il discorso delle cellule staminali e delle pillole abortive ha fatto sorgere dei dubbi perché prevedono la distruzione dell’embrione.
Il prof. Cirotto, con grandissima chiarezza, ha spiegato la formazione di un embrione. Tutto l’organismo umano è composto di cellule che, a loro volta, sono degli organismi autonomi. Tutte queste cellule sono ben “incastrate” e coordinate tra loro in maniera perfetta. In un bambino tali cellule sono in quantità minore rispetto a un adulto, ma sono identiche. Inizialmente tutti noi siamo una sola cellula cioè la cellula uovo che è fecondata e che, grazie al combinarsi dei geni paterni e materni, crea l’embrione.
Carlo Cirotto ha specificato che tale embrione non è costituito da un “grumo casuale” di cellule ma esse occupano posizioni ben precise, sono tra di loro legate. In seguito l’embrione cresce, rompe il guscio che lo protegge e si “attacca” alla parete dell’utero. Già alla fine del secondo mese di gravidanza, l’embrione ha tutti gli organi, da quel momento deve continuare solo a crescere. Un ciclo straordinariamente unico e perfetto che mostra una sapienza profonda.
Il prof. Grandi ha condotto il suo discorso utilizzando e spiegando ciò che diceva il grande Aristotele più di duemila anni fa e che, per i nostri giorni, è più che attuale perché diceva, solo con parole diverse, quello che scientificamente il prof. Cirotto aveva da poco spiegato. Si è perciò concentrato su due domande: «L’embrione ha un’anima? Essa rimane la stessa dal bambino all’adulto?».
Secondo il filosofo, quando guardiamo la realtà, ne individuiamo prima la forma, non il contenuto. È la nostra intelligenza che individua la forma e l’anima è quella forma: «L’anima è la forma del corpo naturale che ha la vita in potenza, un organismo che va auto-costruendosi». Perciò se un vivente è un’anima, dal punto di vista filosofico, anche l’embrione avrebbe la sua anima, anzi esso è un’anima.
L’embrione è uno di noi perché, ragionando sempre in termini aristotelici, se noi guardiamo direttamente la forma, non dobbiamo aspettare che l’individuo nasca per sapere se è effettivamente un uomo, ma lo sappiamo già. A volte dimentichiamo quello che possiamo vedere con la nostra intelligenza, ci stiamo dimenticando che «quel piccolo non esiste se non c’è il grande intorno». «Non ci sono ragioni quindi — ha detto, concludendo, il prof. Grandi — per cui si debba negare ad anime dello stesso tipo lo stesso trattamento dal punto di vista dei diritti fondamentali. Riconoscere l’embrione come uno di noi è una battaglia di civiltà».



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *