Le vogliamo bene, Santità!

Al mondo che oggi si chiede smarrito che cosa resta, Benedetto XVI risponde serenamente che resta quello che abbiamo seminato nelle nostre anime immortali, e che ci accompagnerà per tutta l’eternità.

Adesso comincerà il toto-Papa e tutti a voler dire la loro, dal panettiere al tabaccaio. Su radio e tv per la verità il tormentone è già cominciato. Sia chiaro, non c’è niente di male in sé, la fede è anche un fatto di popolo e la Chiesa comunque è una presenza pubblica che vive nel mondo. Ma, come spesso di dice, non è del mondo. Vive nel mondo ma non è del mondo. E questo cambia tutto. Perché la Chiesa è anzitutto il luogo privilegiato della Grazia, il mezzo indispensabile e necessario della santificazione dell’umanità, con la sua vera sede che è in Cielo e il suo Fondatore, divino, che è Cristo. Ecco, in questi momenti non dovremmo mai dimenticarcelo. Quando pronunciamo quella parola, “Chiesa”, dovremmo tutti sciacquarci la bocca, contare fino a mille, fare un lungo respiro, pensare a quello che si sta per dire e poi, solo poi, andare avanti con la frase. A quel punto forse, se siamo onesti con noi stessi, come disse una volta un santo sacerdote, capiremmo che nel 90% dei casi quello che stiamo per dire è talmente ridicolo che faremmo più bella figura a tacere. Stiamo parlando dell’unica cosa che Dio ci ha lasciato, l’unica per davvero (perché anche le Scritture sono ispirate, non dettate), e ci permettiamo di sparare la prima cosa che ci passa per il cervello come se stessimo a parlare della nazionale di calcio al bar sotto casa. Siamo di fronte a un miracolo che si perpetua da oltre duemila per grazia di Dio, alla casa mirabile dove sono passati umilmente, in silenzio e in punta di piedi, Mistici e Dottori, Santi e Beati e poi arriva il primo pinco pallino qualsiasi e dovremmo pure starlo a sentire. Segni dei tempi. Ma il senso profondo e la ragione stessa della vita della Chiesa non è in ciò che si vede, magari superficialmente. Così, tanto per parlare chiaro, non è nei salotti televisivi, non è nelle interviste ai vaticanisti e non è neanche nei commenti sui giornali di qualche ecclesiastico. Il senso della sua vita è nell’elargizione della Grazia sacramentale che si propaga ogni giorno che il Padreterno manda in terra. Santa Teresina lo espresse icasticamente, in parole mirabili: “se la gente vedesse che cosa accade realmente sull’altare durante la Santa Messa, gli ingressi delle Chiese dovrebbero essere presidiati dalla forza pubblica”.

Voleva dire che la Chiesa è un dono che ci è stato fatto, inestimabile, di cui non si dirà mai bene abbastanza. Per questo servire la Chiesa è un onore. Un onore straordinario. Il senso della rinuncia di Papa Benedetto è anche qui: al vertice della Chiesa visibile, militante, come si dice in termini più pregnanti, c’è il Pontefice, ma il Pontefice, lo suggerisce il nome stesso, è un ponte tra Cielo e Terra, un mezzo – il Vicario per l’appunto – di Cristo. Benedetto XVI l’ha servita instancabilmente e siccome non c’è nulla di più prezioso da servire qui su questa terra vuole essere certo che neanche per un attimo la Sposa di Cristo possa apparire meno bella di quella che realmente è. E che il messaggio arrivi in tutta la sua grandezza. Perché alla fine è questa l’unica cosa che conta. L’aveva detto nell’ultima omelia da cardinale lui stesso: “tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità”. Al mondo che oggi si chiede smarrito che cosa resta, Benedetto XVI risponde serenamente che resta quello che abbiamo seminato nelle nostre anime immortali, e che ci accompagnerà per tutta l’eternità. Perché la vera vita è quella dell’eternità. La scena di questo mondo passa in fretta, sembra ripeterci il Papa con San Paolo, e stavolta lo fa con un gesto gigantesco. Alla fine “tutto passa, solo Dio resta”, scriveva già Santa Teresa d’Avila nel Cinquecento. A volte, forse, noi stessi rischiamo di dimenticarcelo.      

L’altra cosa che non deve sfuggirci in queste ore confuse è che il Pontefice ha compiuto il gesto nel giorno in cui la Chiesa universale ricordava solennemente l’apparizione dell’Immacolata a Bernadette, a Lourdes nel 1858. L’apparizione viene inaugurata (come poi sarà anche a Fatima) da un triplice comando imperativo: “Penitenza, penitenza, penitenza”. Sarà in seguito a queste parole che la piccola Bernadette berrà l’acqua torbida mischiata a fango che usciva dalla terra, mangiando dell’erba, nei pressi della grotta. Difficile non vedervi un qualche richiamo. Non solo. Nel suo breve annuncio di commiato il Papa ha detto: “Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”. Proprio così: soffrendo e pregando. Non è quindi facendo chissà che cosa che si salva l’umanità ma tornando anzitutto ai fondamenti della spiritualità evangelica. E da notare anche l’ordine in cui il Papa mette le due cose: prima la sofferenza, poi la preghiera. Ecco, un cristiano normale, ascoltate queste parole, sa già che cosa deve fare. Senza perdersi in chiacchiere. Perché per quanto assurdo possa sembrare agli altri, il destino della Chiesa non si gioca nei salotti mediatici e nelle infinite dispute radiotelevisive ma davanti a quei Tabernacoli in cui in queste ore tutte le comunità claustrali sparse ai quattro angoli del mondo stanno pregando e vegliando, digiunando e quindi soffrendo, per il Pontefice e il Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. E’ davanti alle candele che si spengono una dopo l’altra nel silenzio delle notti, mentre il resto dell’umanità dorme e va avanti come nulla fosse che si decidono le sorti del mondo. Non alla Casa Bianca, all’Eliseo o a Palazzo Chigi. Certo, chi non ha il dono della fede si ammazzerà dalle risate a leggere cose del genere ma l’ultima lezione di Benedetto XVI pare essere proprio questa: sofferenza e preghiera sono le vere armi che salvano il mondo. Queste armi, volendo, le abbiamo tutti. Il resto, ora più che mai, non conta nulla. Anche queste righe allora lasciano il tempo che trovano. C’è ben altro da fare, che è poi l’unica cosa necessaria. Non prima di avere detto un’ultima cosa però. Dal profondo del cuore: Le vogliamo bene Santità.



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