Le scuole paritarie cattoliche non sono attività commerciali

«Dal Trentino alla Sicilia, delle 13.625 scuole di fine anno 2013 – dice Virginia Kaladich – ne contiamo oggi 13.000: oltre 600 paritarie cattoliche, quindi, hanno chiuso i battenti, strozzate dalla crisi.

Già nello scorso febbraio Virginia Kaladich, neoeletta Presidente della Fidae – Federazione Istituti di Attività educative – aveva detto di voler dare una svolta alla costante, ma non troppo efficace, azione di difesa delle scuole paritarie. La sopravvivenza delle scuole paritarie cattoliche – dichiarava sul sito della Fidae – «dipenderà in primo luogo da noi, dalla nostra capacità di raccontare chi siamo e che cosa facciamo».

E una difesa, anche robusta dell’educazione privata, serve eccome. Lo Stato batte cassa, ora più che mai, specialmente quando si tratta di attività imprenditoriale, di libero spirito d’iniziativa, d’ingegno, di promozione disinteressata delle proprie idee. Le scuole paritarie cattoliche, in particolare, stanno collassando sotto i colpi del fisco. Stefano Zurlo, che su Il Giornale ha chiesto un parere alla Kaladich, parla di «un’emorragia inarrestabile», di «chiusure su chiusure», di «un piccolo mondo antico al servizio dei ragazzi» che si sta disintegrando, «dal Trentino alla Sicilia». Delle 13.625 scuole di fine anno 2013 – dice Virginia Kaladich – ne contiamo oggi 13.000: oltre 600 paritarie cattoliche, quindi, hanno chiuso i battenti, strozzate dalla crisi.

La questione sull’importanza di questi istituti privati è nota da tempo. Le vessazioni ai danni di questo tipo di realtà – spiega la Kaladich sul sito Fidae – si gioca tutta sulla «presunta incostituzionalità dei contributi» statali che le scuole ricevono. L’articolo n. 33 della Costituzione italiana, infatti, dichiara tra l’altro: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Ed è vero che lo Stato eroga contributi a favore di questi Enti, ma li eroga in maniera irrisoria rispetto alle cifre enormi che risparmia, proprio grazie alle paritarie: l’Agesc (Associazione Genitori Scuole cattoliche) parla di un risparmio pari a «circa 6 miliardi di euro all’anno».

Eppure la Kaladich è dell’idea che «recriminare e rivendicare risorse senza creare una cultura corretta della nostra presenza sul territorio è inutile, se non dannoso». C’è sì bisogno di una «svolta», ma di tipo «culturale»: quando – osserva – «gli italiani si dicono contrari al finanziamento della scuola non statale, dimostrano di essere non bene informati sul ruolo, sul lavoro e sugli enormi sforzi che la maggioranza di questi istituti compie ogni giorno per stare accanto alle famiglie» e per «assicurare loro una più ampia libertà di scelta educativa».

Sembra dunque che in gioco ci sia proprio la libertà di educazione, repressa con tutta evidenza dalla continua ipertassazione di tipo patrimoniale. Ne sa qualcosa anche l’Arcivescovo di Ferrara Luigi Negri, che si è recentemente mosso in difesa delle scuole paritarie diocesane, alle quali è stato richiesto un pagamento pari a centomila euro, per via di arretrati Ici non saldati. Mons. Luigi Negri e la Curia hanno fatto ricorso: non intendono pagare, perché gli Enti in questione non sarebbero “attività commerciali”.
Se invece il ricorso non fosse accolto – dice l’Arcivescovo a La Stampa – sarebbe resa «precaria l’esistenza stessa di molte scuole, a partire dalle scuole paritarie dell’infanzia». Mons. Negri è giunto persino a scrivere una lettera al premier Matteo Renzi, nella quale rivendica per le scuole paritarie «libertà di educazione», in quanto «nel suo valore di bene sociale, capace di realizzare nell’offerta formativa, lavorativa e nel servizio alle famiglie, il principio fondamentale della sussidiarietà».

È chiaro che se le scuole paritarie dovessero pagare gli arretrati Ici o la nuova Imu, si troverebbero costrette ad aumentare la retta a carico delle famiglie. In questo caso, molte di esse non potrebbero più pagare, e all’istituto non resterebbe che la via della chiusura.
Nell’ultimo comunicato stampa, l’Agesc riconosce che «l’Italia si colloca al 47° posto su 136», quanto alla «libertà di educazione nel mondo». Urge quindi – si legge – «rivedere il rapporto “Stato-cultura” e “Stato-società” e il significato vero da attribuire all’educazione, all’apprendimento, all’insegnamento e allo stesso concetto di libertà». Non solo, ma «al Governo si chiede un atto di coerenza politica», nel «rispetto della gerarchia dei valori: persona, famiglia, scuola, Stato».



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *