L’attuale ossessione germanica per la morte

Una delle cose che più impressionano dei tempi che ci sono dati da vivere è il vero e proprio iato – come i Pontefici non si stancano di ripetere, così a occhio almeno dai tempi di Paolo VI – tra la fede e la cultura intesa come l’insieme più ampio possibile delle attività sociali di […]

Una delle cose che più impressionano dei tempi che ci sono dati da vivere è il vero e proprio iato – come i Pontefici non si stancano di ripetere, così a occhio almeno dai tempi di Paolo VI – tra la fede e la cultura intesa come l’insieme più ampio possibile delle attività sociali di una determinata comunità. A ben pensarci, la stessa predicazione sui princìpi non negoziabili non è che un’ulteriore, ennesima chiarificazione magisteriale di questo dramma contemporaneo. Ma siccome assistiamo ormai quasi quotidianamente – e da decenni – all’avanzata dirompente di questo processo che pare inarrestabile, il rischio (se non teniamo alta la guardia e restiamo vigili, come il Vangelo ci esorta peraltro a fare, sino alla fine dei tempi) è quello di abituarsi al fatto compiuto e anzi iniziare a credere che la normalità sia la barbarie e l’antropologia e la morale naturale siano l’eccezione.

Vediamo di spiegarci meglio. In Germania nelle ultime settimane, come ha notato la specialista di cose tedesche de Il Foglio, la viennese Andrea Affaticati, si parla molto di suicidio, assistito o meno, attivo e passivo, insomma variamente declinato. Se ne parla perché c’è una legge vigente da qualche anno che lo permette in casi estremi e a certe condizioni: di per sé sarebbe già troppo. E invece no. Perché c’è la solita magistratura politicante e politicizzata che ha emesso proprio recentemente sentenze più estensive (cioè pro-morte), poi ci sono i quotidiani nazionali che ne parlano un giorno sì e l’altro pure (compresi quelli meno allineati tipo die Welt, e se lo dicono loro…), quindi ci sono i talk-show della sera in tivvù, insomma è tutto un parlare di morte. Morte di qua, morte di là, morte di sù, morte di giù. Come morire meglio e come morire peggio, morte bella e morte brutta. Vi sembriamo cinici? Beh, meno male, perché è proprio qui che volevamo portarvi.

Giacché il solo fatto di parlarne in continuazione, e parlarne in questi termini poi, ci pare esemplificativo della fine che fanno le civiltà avanzate che si auto-definiscono ‘motore d’Europa’, o altisonanti cose simili, dopo avere cacciato Dio elegantemente, prima dalla porta e poi dalla finestra. Perché si sa, da queste parti fanno comunque le cose per bene. E poi, i treni almeno, quelli sì passano sempre in orario. Per davvero, non come da noi. Vuoi mettere. E poi, lì qualitativamente si vive meglio, non ci sono problemi di raccolta differenziata e ipertrofico traffico automobilistico cittadino. Così, si dice in giro. Ne converrete. Però poi il tema del giorno è la morte: e non la morte in generale come tema filosofico o esistenziale che comunque ogni comunità deve elaborare per poter dire di sé qualcosa di decisivo, sulla sua identità e sul suo futuro in rapporto con il mondo che abita. No, ma proprio la morte come la via d’uscita istituzionalmente obbligata quando la forza per ballare in pista da matti come ai bei tempi inizia venire meno, se ci passate l’immagine stereotipata. Allora, quando viene quel momento, e prima o poi arriverà per tutti, cari noi e cari voi, meglio non pensarci. Una bella dose al posto giusto e andrà tutto bene, vedrete. Arrivederci, anzi, addio. Così, senza troppe storie. Perché, comunque, the show must go on. La spaventosa svolta epocale e la cesura radicale dal senso umano e cristiano stanno proprio qui, ci pare: nessuna civiltà degna di questo nome si è mai posta in questo modo pulsionalmente irrazionale e obiettivamente aberrante verso il dramma (e il mistero) della morte in quanto tale. Chi pure lo ha fatto, magari per disperazione, lo ha fatto singolarmente. Non era certo un tema istituzionale all’ordine del giorno del dibattito politico. Con il Cristianesimo, poi, il salto di qualità nell’ethos che tiene insieme la cosa pubblica è stato enorme: il paganesimo non conosceva affatto parole come carità e misericordia, né nella sua versione greca, né in quella romana. La socializzazione, per così dire, delle cosiddette ‘buone opere’ evangeliche è stata un fenomeno tra i più rivoluzionari (in senso positivo) dell’intera storia dell’umanità. All’interno di contesti evangelizzati, per la prima volta, la vita umana ha cominciato ad essere considerata e stimata indipendentemente da quello che valeva esteriormente, perché per i cristiani l’incarnazione del Figlio di Dio aveva redento anche quella carne, persino quella più abietta fisicamente, e quindi aveva dei riflessi immediati anche sull’hic et nunc. L’attesa della vita eterna nell’aldilà per la prima volta non distoglieva dalla materialità concreta delle cose di quaggiù ma anzi spingeva a prendersene cura al massimo, in tutta la loro estensione, proprio per guadagnarsi il desiderato premio nel Giorno del Giudizio. Se si fosse onesti intellettualmente, soltanto questa banale considerazione ‘sociologica’ dovrebbe smontare definitivamente ogni obiezione moderna sull’inutilità pratica di una disciplina raffinata come la teologia. Ma non è di questo che volevamo parlare. Volevamo invece riflettere sulla profonda tristezza di una società che ha abbandonato deliberatamente Cristo, al punto che persino la legittimità della morte procurata può diventare un tema da prendere seriamente in considerazione nei posti più impensati. Come disse un grande del secolo scorso: il contrario di una società cristiana non è una società atea ma una società triste. Perché persino l’ateismo professo ha i suoi idoli. Ma gli idoli non salveranno mai dalla tristezza, al massimo la posticipano. In ogni caso, c’è di che meditare. Così, anche chiacchierando serenamente tra noi, sulla supposta grandezza dei nostri vicini di casa. In effetti c’è chi dice che più a Nord si viva sempre e comunque meglio. Più si sale sulla cartina geografica e meglio sarebbe. Per molti motivi. Può essere che, nello specifico, per la qualità e l’efficienza generale di alcuni servizi pubblici spesso sia davvero così. Ma in definitiva non è questo che a noi interessa. C’interessa molto di più un’altra cosa che l’odierna ossessione germanica (ma anche olandese, o scandinava) per la morte fulminea procurata ci spinge a pensare: per quanto attraente e fascinosa possa essere osservata con i grafici degli economisti più letti à la page, non è un posto per cristiani.



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