L’ascesa rivoluzionaria di Caterina Caselli

“Ognuno ha il diritto di vivere come può, per questo una cosa mi piace quell’altra no”.

Questa frase tratta dalla celeberrima “Nessuno mi può giudicare”, cantata al festival di Sanremo del 1966 da Caterina Caselli (in coppia con il cantante statunitense Gene Pitney) rappresentò in quegli anni turbolenti di contestazione giovanile il passaggio da quella che veniva considerata una società autoritaria maschilista a quella di rivendicazione femminista: «Ho visto la differenza tra lui e te ed ho scelto te».

Pur nella consapevolezza del tradimento («La verità mi fa male, lo so») l’anelito “liberatorio” dell’affrancamento dal potere era cantato con veemenza: «Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu». Non sorprende affatto che una canzone di questa portata rivoluzionaria sia stata scelta dal movimento gay come proprio inno. In quello stesso anno, il 1966, al Festivalbar la cantante modenese mitigava la virulenza passionale con una canzone emblematica: “Perdono”, in cui la donna traditrice chiedeva comprensione e implorava le scuse: «Perdono, il male l’ho fatto più a me, perdono, io soffro più ancora di te…».

In quell’epoca beat di grande confusione, dove la società del benessere lasciava trapelare il reale malessere delle nuove generazioni, “Casco d’oro” (come veniva denominata la Caselli per i capelli a caschetto di moda a quei tempi) cantava una filosofia di vita materialista e scettica, come in “Sole spento”: «Io credo a quello che vedo e vedo scuro intorno a me; il bianco è bianco, il nero è nero, nessuno mi imbroglia più…». Fortunatamente Caterina Caselli non credeva, come tanti soloni e “profeti” dell’epoca, neanche lei a quello che affermava nei brani poiché, al contrario della disperazione che aleggiava nei pezzi, è riuscita nel tempo a dimenticare le banalità risibili tanto decantate, diventando una tra le 122 top manager più brave d’Italia (sposando prima un produttore discografico, Pietro Sugar, divenendo poi una talent scout e produttrice di successo a sua volta).

Si potrebbe sottolineare ironicamente che quell’uomo cantato nel pezzo “L’uomo d’oro” del 1966 sia stato effettivamente cercato e trovato: «Un uomo d’oro tutto per me…». Anche nel brano di Francesco Guccini: “Le biciclette bianche” del 1967, la cantante emiliana interpretava il movimento olandese anticonformista di protesta che, contrario alle tecnologie, aveva trovato proprio nelle “biciclette bianche” uno status-symbol.

In quella canzone Caterina Caselli inneggiava alla purezza di un mondo nuovo utopisticamente vagheggiato: «Non è la neve che farà un mondo bianco, ma ciò che credi e ciò che vuoi (…) andremo per tutto il mondo poi su biciclette bianche». Se l’amore vero non era possibile in una società fasulla, ipocrita, piccolo-borghese (secondo le categorie socio-politiche di quell’epoca) non rimanevano che degli incubi spaventosi a tener desta la mente, come nella canzone: “Incubo n.4” del 1967: «Ho sognato che cadeva la pioggia e non la potevo fermare e sulle strade correvano carri armati e non c’erano voci di bimbi a giocare nei prati, non c’erano voci di donne a parlare d’amore ma soltanto sirene ad urlare terrore…».

Cantando si impara con Caterina Caselli a non dar troppa retta agli infelici incubi ed ai sogni troppo irreali ed a considerare la povera e triste umanità per quello che è, sperduta e senza Dio, come nella canzone “L’umanità” del 1970: «L’umanità pensa soltanto a sé, non sa pregare più. La verità è che mi devi amare se nel mondo l’amore non c’è». Parola di Caterina Caselli, che ha saputo cogliere il successo e completare così la sua ascesa rivoluzionaria.



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