L’arte di scrivere a Gorizia

Chissà perché l’immagine della classica penna d’oca intinta nell’inchiostro — quale possiamo ritrovare in un film storico, in un dipinto o in qualsiasi altra immagine legata al passato — continua a destare, nell’epoca di internet e del dominio dei “tasti”, degli schermi e dei pulsanti, un fascino inestinguibile. A Gorizia è stata allestita una mostra […]

Chissà perché l’immagine della classica penna d’oca intinta nell’inchiostro — quale possiamo ritrovare in un film storico, in un dipinto o in qualsiasi altra immagine legata al passato — continua a destare, nell’epoca di internet e del dominio dei “tasti”, degli schermi e dei pulsanti, un fascino inestinguibile.

A Gorizia è stata allestita una mostra dal titolo “Dalla penna d’oca alla macchina da scrivere”, accompagnata da una ricca serie di eventi culturali che tratteranno l’argomento dalle più diverse angolazioni. Si potrà visitare fino al 16 settembre. Credo proprio che ne valga la pena, specie per chi ama i codici, le pergamene, i diversi tipi di scrittura antica, i sigilli e tanti altri elementi che fanno parte dell’universo della scrittura.

Il fatto che non si scriva quasi più a mano, ma solo con la tastiera del computer — rivoluzione iniziata con la macchina da scrivere —, ha portato molte conseguenze, positive e negative.

Quelle positive sono la rapidità con cui si scrive, la possibilità di correggere senza sbavature e macchie, l’ordine e la chiarezza del testo scritto, elementi questi ultimi che facilitano il pensiero nel suo svolgimento. Questi stessi pregi tuttavia possono trasformarsi nella controparte negativa, rendendo troppo meccanico, rapido e stringato sia l’atto di scrivere sia l’articolarsi stesso del pensiero.

Abbiamo perso quasi del tutto l’abitudine di scrivere a mano, e visto che quando una funzione decade, piano piano, non essendo più necessaria, viene accantonata fino a sparire del tutto, con la capacità di scrivere manualmente sparirà anche la complessità del pensiero ad essa connessa. Pensiamo agli scrittori di una volta, agli autografi lasciati ai posteri e tanto utili, anche nelle loro lacune e cancellature, per capire lo svolgimento stesso delle loro meditazioni e analisi. Un testo scritto a mano è come un volto che nelle pieghe, nelle rughe e nei segni che il tempo imprime, racconta la storia di una persona, il suo carattere, il suo stato d’animo. Che cosa resterà delle tappe di un ragionamento e di un processo di sviluppo di una riflessione colta in fieri nella scrittura, via via che rimarranno solo labili tracce sulla memoria di un computer? Sembra che un testo scritto al computer offra garanzie di stabilità e di sicurezza, mentre a volte è vero il contrario. Esso serve per un tempo limitato, ed è destinato ad essere cancellato da un altro testo quando è venuta meno la sua necessità. Senza contare la labilità di una memoria artificiale, che in ogni momento, anche per accidenti di poco conto, può andare in tilt e svanire.

Pensiamo agli innumerevoli sms che scriviamo nel corso della giornata. Essi, insieme a tutti gli altri mezzi di comunicazione e relazione messi a disposizione dalla tecnica digitale, hanno quasi completamente sostituito la vecchia buona lettera. Chi scrive più lettere o bigliettini di auguri? Eppure la lettera, scritta rigorosamente a mano, è una preziosa possibilità per conoscere noi stessi e il nostro interlocutore, per misurare il nostro cammino esistenziale, i nostri progressi e le nostre cadute, le nostre potenzialità e i nostri limiti. Quanta parte di mondo e di vita generazioni di persone hanno potuto conoscere, senza mai spostarsi di casa, grazie ad una corrispondenza costante con amici, parenti e conoscenti. È vero che con il computer oggi possiamo viaggiare ovunque, vedere virtualmente tutti i luoghi che vogliamo o conoscerli attraverso il racconto orale che ce ne fanno gli amici una volta tornati dalle vacanze. Ma che abisso separa l’esperienza che prende forma in una lettera ben concepita, come era uso un tempo, e una serie di immagini digitali, bellissime quanto fredde e lontane, o una chiacchierata occasionale senza molte pretese!

È l’interiorità che crea l’esperienza, che l’elabora, la trasmette, la fa rivivere anche negli altri. Lo stesso gusto del narrare, proprio alla grande letteratura di ogni tempo, ha qui la sua origine. L’arte di evocare come presenze reali e percepibili ai sensi luoghi, persone ed esperienze vissute appartiene alla fiaba, ai vari novellini, ma anche alla lettera scritta a mano, dallo svolgimento più lento e ponderato.

La bellezza dell’immagine antica di una nobile mano che regge un’elegante piuma d’oca — fregio che campeggia nel manifesto realizzato per l’evento di Gorizia — suscita una strana nostalgia. Nostalgia della quiete, del tempo disteso, del silenzio e del profumo di tante albe e tante notti passate a pensare, immaginare, scrivere o sognare, sul filo sottile di un pennino intinto in inchiostri preziosi. In questa bellezza è determinante anche la calligrafia, ovvero l’arte di scrivere in modo bello, tanto cara soprattutto ai popoli dell’Oriente, con la loro millenaria tradizione viva tutt’ora. L’alfabeto fatto di ideogrammi proprio alle scritture orientali ha favorito questa vocazione della scrittura a farsi fregio elegante, segno di poesia, bellezza e spiritualità.

Si sono scritti manuali su manuali sull’arte della calligrafia nel mondo del Sole Levante, sul suo significato artistico, intellettuale e spirituale. Tracciare con eleganza e sicurezza, con un solo movimento del pennello, senza mai staccarlo dalla superficie, un ideogramma — l’equivalente delle nostre parole —, è nella tradizione di questi popoli un esercizio di raffinatezza, una prova di saggezza, perfino una pratica ascetica. Con la concentrazione della mano che compie il movimento e della mente che lo guida e lo modella, è possibile entrare in quello stato di meditazione profonda in cui domina un eterno quieto presente senza turbamenti. La bellezza, il bene, l’armonia e la compostezza regnano sovrani in quest’arte antica ma praticata ancora oggi. I pannelli in seta con sopra dipinti gli ideogrammi — ciascuno tracciato secondo criteri ben precisi che ne disciplinano ogni tratto di pennello, con la sua larghezza e lunghezza, le sue proporzioni e le sue curve — sono considerati opere d’arte e in effetti lo sono.

Il passaggio dal manuale al meccanico non investe solo la scrittura, ma le arti e la cultura in generale, oltre che tutte le nostre attività quotidiane— un bene in questo senso, non c’è dubbio! Ma con il rischio di livellare tutto, di degradare l’opera d’arte a processo tecnico e anonimo in cui si valorizzano solo le risorse del computer. Un pizzico di invenzione, di personalità, di fantasia creativa e di gusto artigianale non deve mai mancare nelle cose fatte dall’uomo, come non deve mai mancare un pizzico di sale nei cibi che cuciniamo. Tutto diventa insipido senza il sale dell’inventiva, senza l’apporto personale e fantasioso delle nostre mani la cui impronta è unica e insostituibile. Basta confrontare i disegni impressi in serie sui nostri abiti e sui nostri tessuti con i ricami eseguiti a mano.

Del resto, tornando alla scrittura, ancora oggi molti scrittori concepiscono le loro opere con una prima stesura a mano, che è quella originaria, spumeggiante di idee, di possibilità, non disturbata dal ticchettio ossessivo della tastiera, ma dolcemente avvolta dal silenzio. In sottofondo sussurra appena appena il fruscio della carta e della penna che scorre, lieve lieve come un’ala che fende l’aria aprendosi in volo sul mare. Il mare delle cose, incontaminate, da rinominare ogni volta in modo muovo.



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