L’antilingua che modifica la realtà

I totalitarismi modificano le parole per rimodellare le coscienze e imporre il loro credo: ecco tutte le subdole tecniche utilizzate

Tra realtà e linguaggio c’è un legame profondo: il linguaggio ha la funzione di esprimere e comunicare il mondo, quindi di rivelarlo. La parola serve per designare la realtà ed è perciò strumento di verità. Prima c’è la verità e poi la parola che la esprime. Occorre quindi chiamare le cose con il loro nome.

Le ideologie di ogni tempo invece non vogliono riconoscere la realtà per quello che è (nel ventre della madre c’è un bambino, un maschio è per natura attratto da una femmina), ma vogliono creare una propria realtà, inventarla (nel ventre della madre c’è un grumo di cellule e un maschio per natura può essere attratto da un altro maschio): la realtà non è quella che è, ma è quella che vorrei che fosse. Chiamasi razionalismo: costruzione di una realtà esistente solo nella testa di chi l’ha ideata e che vuole sovrapporre, anzi imporre, alla vera ed unica realtà.

Per creare una nuova realtà, occorre da una parte demolire quella vecchia e quindi i termini che la indicavano per impedire altre forme di pensiero.

LA STERILIZZAZIONE LINGUISTICA

Sull’atro versante è necessario costruire un nuovo mondo anche con l’ausilio di nuovi termini, un nuovo vocabolario che indichi realtà prima inesistenti. Ecco quindi l’elaborazione di un’antilingua (termine inventato da Italo Calvino) o di una neolingua (neologismo di George Orwell).

Iniziamo dalla pars destruens. Occorre seppellire un mondo di valori, di visioni di vita (Weltanschauung), di prospettive filosofiche, di coordinate culturali. Per raggiungere lo scopo sul piano linguistico ci possono essere tre strade da percorrere. La prima: la semplice cancellazione del termine, senza sostituirlo con nulla. Oggi ci sono delle parole che sono dei veri e propri desaparecidos linguistici. Pensiamo a termini propri della filosofia metafisica come essenza o natura umana o lo stesso lemma metafisica; termini di carattere morale: virtù, castità, fortezza, mitezza, umiltà, verginità, nobiltà, lealtà; termini di carattere religioso: giudizio, inferno, paradiso, purgatorio. Da qui passa anche la sterilizzazione linguistica: togliere le armi linguistiche al nemico togliergli i concetti forti. Occorre candeggiare la lingua così da renderla debole, inefficace alla lotta dialettica. L’involuzione della lingua verso un suo impoverimento porta poi le persone a parlare male. E chi parla male pensa anche male, pensa in modo acritico. Lo ricordava Orwell: “Il depauperamento del linguaggio è un vantaggio, giacché più piccola è la scelta, minore è la tentazione di riflettere”.

LA SOSTITUZIONE LINGUISTICA

Altra modalità di carattere semantico per annientare un mondo vecchio al fine di costruirne uno nuovo: cancellare alcuni termini e sostituirli con altri. Cambio le parole che indicano la realtà, cambio il percepito della realtà stessa. Questo processo serve essenzialmente per due scopi. In primo luogo se la realtà è troppo ruvida e sgradevole è meglio edulcorarla. Il criminale nazista Adolf Eichmann al processo a Gerusalemme si difese dicendo che non si trattava di deportazioni di ebrei, ma di “emigrazione controllata” Analogamente il Parlamento italiano ha preferito usare l’espressione “unioni civili” e non “matrimonio omosessuale” perché il popolino non è ancora pronto per accettare quest’ultimo. Troppo indigesto per la sensibilità attuale.

LA MUTAZIONE LINGUISTICA

La mutazione linguistica è utile anche perché il possesso delle parole è possesso delle coscienze e della realtà. Se il nascituro è solo un “prodotto del concepimento” sarà impossibile difendere i diritti del nascituro dato che un prodotto non ha diritti. E così abbiamo non omicidio del consenziente o aiuto al suicidio ma eutanasia, dolce morte, biodignità, ecomorire, finecosciente (queste ultime espressioni sono state coniate da Piergiorgio Welby nel suo libro “Lasciatemi morire”); non sindrome a-relazionale ma stato vegetativo per suggerire che 1’uomo da persona è diventato vegetale e quindi lo possiamo uccidere come quando recidiamo un fiore con le forbici; non fecondazione artificiale ma procreazione medicalmente assistita, espressione che rappresenta in modo falso la realtà dato che il medico non aiuta le coppie a procreare ma si sostituisce ad essa in questo atto; non selezione eugenetica ma diagnosi genetica preimpianto; non marito e moglie ma semplicemente coniuge n. 1 e 2, termine che annulla in sé le differenze di sesso potendo essere i coniugi entrambi maschi o entrambe femmine; non marito e moglie ma compagno e partener usati in modo indistinto sia per i coniugi che per i conviventi perché matrimonio e convivenza pari sono; non pillola abortiva ma contraccezione di emergenza; non fidanzato, ma ragazzo, tipo, fino al “mi vedo con uno” per rendere i rapporti sempre più liquidi e meno responsabili. Sostituendo un termine con un altro le parole occultano la realtà, se ne allontanano sempre di più perdendosi in un mondo linguistico astratto e artefatto. E chi non conosce la realtà non può giudicarla rettamente.

DEPOTENZIARE LE PAROLE

Terza modalità per seppellire un mondo vecchio: depotenziare i termini, uno dei tanti addentellati del cosiddetto pensiero debole.

Natura, da termine di carattere prima di tutto metafisico, è diventato solo un sinonimo di ambiente; anima si è svilita in un termine tra il romantico e il New age e non indica più la forma razionale dell’uomo; amore non è più volere il bene dell’altro o non significa più donazione totale, ma solo un moto emozionale. Anche gli stessi termini di “bene” e “male” hanno perso di oggettività – e quindi di forza e vigore contenutistico – e indicano solo opinioni soggettive. Il filosofo Thomas Hobbes (1588-1679) lo spiegava con lucidità nel suo Leviatano: “Bene e male sono nomi che significano i nostri appetiti e le nostre avversioni”. Contenitori semantici vuoti che ognuno riempie a piacere: per me l’aborto è male, per te è bene. Depotenziare significa svilire e quindi la parola porta con sé un’aura di stigma sociale che va al di la del suo significato e colpisce chi la usa. Parole come “autorità”, “famiglia”, “pudore” suscitano o repulsa o ilarità o scherno oppure riprovazione.

MONDO NUOVO, PAROLE NUOVE

Transitiamo alla pars costruens. Un mondo nuovo, ha bisogno di parole nuove per descriverlo. Tale processo può articolarsi attraverso le seguenti pratiche linguistiche. L’uso dei neologismi. Oggi viviamo in una selva di neologismi: “genitore sociale” (per indicare una persona, spesso omosessuale, che ha frequentato i figli di un’altra persona a cui è legata affettivamente); “donna- biologica” per indicare ii transessuale uomo che ha subito la rettificazione sessuale; “omofobia” termine inesistente in letteratura scientifica ma coniato ad hoc per sdoganare l’omosessualità ed attaccare la famiglia; “eco-morire” perché il termine “eutanasia” farebbe capire a tutti che si tratterebbe di un omicidio; “femminicidio” per far intendere che siamo di fronte ad un nuovo genere di omicidio di dimensioni spaventose quando invece la Relazione del Ministero dell’Intero al Parlamento ci informa che il numero di donne uccise decresce e invece il numero di vittime maschili è superiore a quelle femminili e in continua crescita; “animali non umani” per far intendere che le bestie sono persone e le persone bestie. Una seconda tecnica linguistica efficace per erigere un mondo nuovo è quella di mutare un termine da un ambito proprio ad uno improprio. Spieghiamoci con alcuni esempi. Le unioni civili vengono definite dalla legge 75/2016 come “formazioni sociali” ex art. 2 della Costituzione. Ma le formazioni sociali, minute alla mano dei lavori preparatori dei padri costituenti, sono invece i partiti politici, le confessioni religiose, i sindacati, etc. non certo le coppie omosessuali. La furbizia linguistica sta nel fatto che si mutua una espressione da un ambito e la si trasferisce in un altro ambito snaturandone però il senso. Caso poi paradigmatico è il lemma “genere”. Questo termine è stato prelevato a forza dalla grammatica latina dove abbiamo appunto i generi maschile, femminile e neutro e introdotto in psicologia e sociologia per far credere che esiste anche il sesso/genere neutro. Operazione linguistica ideata dal prof. John Money che fonda nel 1965, all’interno dell’Università John Hopkins, la Clinica per l’identità di genere.

LA PERSUASIONE LINGUISTICA

Infine esiste una terza tecnica comunicativa utile agli ideologi: la persuasione linguistica. Non è sufficiente inventarsi parole nuove, importarle da altri contesti o sostituire quelle vecchie con altre, è indispensabile anche che tali nuovi lemmi siano accettati dal popolino. Per raggiungere lo scopo ci sono molte soluzioni. Qui ne esaminiamo solo due. La prima fa riferimento all’uso degli slogan. Questi ultimi servono per sintetizzare un pensiero complesso – e quindi per loro natura rappresentano una tecnica comunicativa valida – ma spesso dietro lo slogan c’è poco o nulla.

Lo slogan non di rado diffonde un modo di pensare senza fondamento e proprio perché è sintetico è necessariamente ambiguo, allusivo: dice tutto e niente, quindi di suo è difficile da attaccare perché devi spiegare molte cose per smontarlo. Lo slogan è invettiva e quindi è una freccia scoccata al lato emotivo della persona, al suo cuore, al suo immaginario, ai suoi sogni e desideri. È teso più ad eccitare gli animi, a persuadere che a descrivere e a provare la fondatezza di una tesi.

Gli slogan servono per suggestionare, per persuadere e convincere, ma spesso dietro gli slogan c’è il vuoto, non ci sono argomentazioni valide. Ecco alcuni esempi di ieri e di oggi; Dio è morto, falce e spinello cambiano il cervello, siamo realisti esigiamo l’impossibile, l’utero è mio, love is love, diritto al figlio, vietato vietare, carpe diem, la morale cambia, l`amore può finire, va’ dove ti porta il cuore, meglio divorziare che far soffrire i figli, essere se stessi, rispettare l’opinione degli altri.

Una seconda strategia per persuadere le folle è l’uso di termini talismano. Ve ne sono alcuni con accezione positiva, parole correlate “da un’aura di prestigio per cui quasi nessuno osa discuterli” (Lopez Quintas). È sufficiente accostarle a qualsiasi parola e questa diventa positiva. Sono il Re Mida linguistico, il passepartout per ribaltare il senso morale di alcune condotte. Oggi le più usate sono libertà e diritto. E così abbiamo il diritto di abortire, ad avere un figlio, di “sposarsi” per le persone omosessuali, i diritti degli animali, la liberta di morire, di cambiare sesso, di divorziare, etc. Per tacere di altri termini talismano molto in voga in casa cattolica come accoglienza, misericordia, inclusione, incontro, dialogo, etc. Ma esistono anche le parole talismano di senso negativo, termini la cui accezione è solo dispregiativa e che condannano socialmente la realtà o i soggetti a cui sono riferiti: “reazionario”, “conservatore, “moderato”, “revisionista” (ma la storia può essere oggetto di revisione), “fideista”, “integralista cattolico” (è un complimento, perché il cattolico deve accettare la dottrina integralmente e viverla integralmente). O anche semplicemente “cattolico”.

di Tommaso Scandroglio

Fonte: Il Timone, novembre 2016 (n.157)

Fonte on-line: http://www.bastabugie.it



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *