L’amore insegnato a scuola e l’esigenza di un muro laico tra stato ed educazione

Mentre la società è naturalmente differenziata da culture in tensione tra loro, una scuola statalizzata tende a farsi monopolitica. Il cortocircuito tra obbligo scolastico, programmi definiti politicamente e docenti funzionari pubblici

L’intervento di Costanza Miriano sulla proposta d’introdurre l’educazione sessuale a scuola pone un problema molto serio, dato che quel progetto implica – com’è evidente – una certa idea dell’uomo, del senso del suo rapportarsi con gli altri, dell’amore stesso. Implica una ben chiara visione della vita e di ciò che è oltre la vita stessa. La polemica tra cattolici e no rinvia, però, pure a questioni più generali e in particolare mostra la necessità di una nuova e coerente laicità, la quale alzi un “muro” tra lo stato e il sistema educativo, tutelando quest’ultimo da ogni pretesa del potere e aprendo a un’istruzione più plurale.

La formula del muro evoca temi caratteristici del dibattito americano: dato che quella metafora era stata utilizzata da Thomas Jefferson in una sua ben nota lettera. L’idea è che una società libera non possa ammettere l’istituzione di una chiesa ufficiale (e imposta), da un lato, ma richieda pure che la libertà religiosa e di espressione venga garantita al massimo grado, dall’altro. Una chiesa non può farsi stato, ma nemmeno uno stato può farsi chiesa. È così, da noi, nell’ambito dei rapporti tra società e potere pubblico? Non esattamente. Da un lato, infatti, ci troviamo in un quadro normativo che impone di mandare i propri figli a scuola, nella convinzione che il modello vigente sia l’unica forma di paideia legittima. Eppure altrove non è così e basta ricordare la celebre sentenza della Corte costituzionale americana in merito agli Amish, che si opponevano all’obbligo scolastico oltre una certa età, per ritrovare logiche ben più plurali.

Oltre a ciò, i ragazzi sono costretti a formarsi sulla base di programmi ministeriali e quindi definiti politicamente. Un ragazzo italiano del liceo, ad esempio, studia Storia della filosofia per tre anni, e non già Filosofia (come in altri paesi), solo perché ancora oggi perdura una riforma che fu impostata da Benedetto Croce e poi realizzata da Giovanni Gentile: e per lo storicismo neoidealista la filosofia era inscindibile dallo sviluppo storico e dallo Spirito assoluto che si dispiegava nel tempo. Non bastasse questo, gli spazi di una scuola libera sono molti ristretti dalla costrizione a finanziare, con le imposte, il sistema d’insegnamento statale. Chi sceglie una scuola privata, in effetti, paga due volte: la scuola pubblica con le tasse e quella privata con le rette. Per questo solo quanti hanno determinati redditi possono facilmente accedere a questi istituti e ciò spiega la debolezza di un sistema d’educazione privata troppo spesso confinato ai margini.

La specifica questione denunciata dalla Miriano (la pretesa di avere una sorta di visione ufficiale di cos’è l’amore, del rapporto tra affetto e sessualità) esige allora che si fissi lo sguardo su un conflitto più generale: perché mentre la società è naturalmente differenziata e attraversata da culture in tensione tra loro, una scuola statalizzata tende a farsi monopolitica. Ed è normale che un’istruzione gestita da funzionari statali sulla base di leggi approvate dal Parlamento tenda a selezionare di volta in volta ciò che è funzionale alla cultura egemone. E se nel Ventennio si insegnava alle ragazze che dovevano generare soldati per la Patria, oggi – in maniera non del tutto diversa – i giovani vengono introdotti ai valeurs républicaines, ai miti dell’ecologismo radicale, alle parole d’ordine del giustizialismo e all’ossequio per la Costituzione del 1947.

È allora un’aberrazione che una famiglia sia costretta a delegare a un docente di stato l’introduzione del proprio figlio ai misteri del rapporto amoroso, ai rischi e alle opportunità dell’affetto, al legame tra anima e corpo, tra generosità e procreazione: con tutte le implicazioni che ciò comporta. Ma sullo sfondo c’è la necessità di costruire quel muro di cui si è detto: garantendo un vero pluralismo educativo, religioso e culturale che si lasci alle spalle ogni teologia politica e ogni pretesa di “fare gli italiani” seguendo questo o quel progetto.

di Carlo Lottieri

Fonte: http://www.ilfoglio.it



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