L’ambigua interpretazione del ruolo della coscienza

– Mons. Melina, qual è il cuore della Humanae Vitae? È un orientamento ideale lasciato all’interpretazione della coscienza di ciascuno, come alcuni hanno sostenuto, o è una norma morale vincolante? Il nucleo fondante dell’enciclica Humanae Vitae si trova nei paragrafi 12 e 14. Il n. 12 esprime in termini positivi il principio della “connessione inscindibile, […]

– Mons. Melina, qual è il cuore della Humanae Vitae? È un orientamento ideale lasciato all’interpretazione della coscienza di ciascuno, come alcuni hanno sostenuto, o è una norma morale vincolante?
Il nucleo fondante dell’enciclica Humanae Vitae si trova nei paragrafi 12 e 14. Il n. 12 esprime in termini positivi il principio della “connessione inscindibile, stabilita da Dio, che l’uomo di sua iniziativa non può rompere, tra il significato unitivo e il significato procreativo che sono entrambi inerenti all’atto matrimoniale” – una dottrina, si dice, “spesso esposta dal magistero”. Inoltre, si esprime in termini negativi come norma conseguente, al n. 14: “È esclusa qualsiasi azione che, prima, al momento o dopo il rapporto sessuale, sia specificamente intesa a prevenire la procreazione – sia come fine che come mezzo“. L’atto contraccettivo è infatti definito come “intrinsecamente sbagliato” e “è un grave errore pensare che un’intera vita matrimoniale di relazioni altrimenti normali possa giustificare un rapporto sessuale deliberatamente contraccettivo“.
Queste affermazioni non possono essere interpretate come mere linee guida ideali valide per tutta la vita coniugale, perché l’insegnamento della Humanae Vitae fa esplicito riferimento ad ogni singolo atto coniugale. L’enciclica in questi due punti risponde chiaramente alla questione discussa e respinge la tesi (del ‘rapporto di maggioranza’ della Commissione che consigliava Paolo VI) che, in nome del cosiddetto “principio di totalità”, si pretende non si applichi ai singoli atti, ma solo alla vita matrimoniale nel suo insieme.
– È un insegnamento dottrinale o solo disciplinare e pastorale?
Il n. 4 dell’enciclica del Beato Paolo VI afferma che questa risposta si fonda sulla “dottrina morale del matrimonio”, “fondata sulla legge naturale, illuminata e arricchita dalla rivelazione divina”, di cui il magistero della Chiesa non è l’autore, ma “custode e autentico interprete”. Si tratta quindi di un pronunciamento dottrinale, basato sulla legge naturale, ma che gode anche della luce della rivelazione, data in modo autentico.
Le verità della fede e l’insegnamento morale non possono essere separati. Dal Concilio di Trento, poi dal Vaticano I e dal Vaticano II, la formula in fide et moribus indica l’oggetto di un autentico magistero, dato con l’aiuto dello Spirito Santo, che può essere oggetto di un insegnamento definitivo.
– È infallibile nella Chiesa o discutibile? È riformabile?
Non si deve confondere un atto solenne del magistero con l’infallibilità. Il teologo [Mons. Ferdinando] Lambruschini, quando presentò alla stampa l’enciclica Humanae vitae, pur negando che si trattasse di un atto solenne con la nota dell’infallibilità, la definì come un “pronunciamento autentico” della “dottrina cattolica“, con la qualifica di “non riformabilità“, che quindi chiedeva un “assenso leale e pieno, interiore ed esteriore“. Va anche sottolineato che una dottrina può essere infallibile, anche se non è stata insegnata con un atto solenne del Magistero, che ne definisce la formula. Infatti, il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, disse: “Secondo la definizione del Vaticano I e l’insegnamento del Vaticano II nella Lumen Gentium 25, il magistero del Papa gode del carisma dell’infallibilità quando proclama con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale. Anche l’intero corpo episcopale beneficia della stessa infallibilità, quando conservando il vincolo di comunione in se stesso e con il Successore di Pietro, insegna una proposizione da considerare definitiva. Ciò significa che il magistero può insegnare una dottrina riguardante la fede e la morale come definitiva, o con un atto definitivo (giudizio solenne) o con un atto che non ha la forma di una definizione“ (Introduzione alla Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis, 28 ottobre 1995).
L’insegnamento della Humanae Vitae fu insegnato da Paolo VI, Giovanni Paolo II e dai papi successivi, ricordando il costante giudizio dei vescovi cattolici su questo punto, come appartenente alla legge morale naturale, e quindi come verità definitiva, che la Chiesa non può cambiare. Questa dottrina di Humanae Vitae è stata poi accolta, e lo è stata da 50 anni, dal magistero ordinario dei vescovi, sparsi in tutto il mondo (segno di questo consenso è il Sinodo sulla Famiglia del 1980, e quello del 2014 e 2015). È necessario, quindi, concludere che questo insegnamento è definitivo, il che giustifica le chiare parole di san Giovanni Paolo II: “Ciò che la Chiesa insegna sulla contraccezione non appartiene a questioni liberamente contestabili tra i teologi. Insegnare il contrario equivale a indurre in errore la coscienza morale dei coniugi” (discorso 5 giugno 1987). Queste parole sono valide ancora oggi: chi mette in dubbio il valore irreformabile della dottrina della Humanae Vitae “trae in inganno la coscienza morale dei coniugi”.
– Può esserci un’evoluzione della dottrina di Humanae Vitae?
Lo sviluppo della dottrina può certamente avvenire a condizione che non significhi negazione o contraddizione con quanto il Magistero ha insegnato prima: eodem sensu, eademque substantia(Vaticano I). La coerenza vitale con la Tradizione, senza aggiunte spurie e senza perdita di elementi essenziali, è una condizione per lo sviluppo organico, come insegnò il beato John Henry Newman. Altrimenti, cadiamo nel modernismo, che pretende di trasformare la dottrina dall’interno, adattando le sue formule alla coscienza e all’esperienza religiosa dei tempi. Fu proprio Paolo VI, in un’udienza del 19 gennaio 1972, a denunciare la sopravvivenza del modernismo, che “sotto altri nomi è ancora presente“, perché è espressione di una serie di errori che potrebbero “rovinare totalmente la nostra concezione della vita e della storia”.
Si presume che ci siano “cambiamenti di paradigma” che, pur sostenendo di non cambiare la dottrina, ne distorcono di fatto il significato, poiché rendono buono ciò che prima era male e male ciò che prima era bene. Lo spazio per lo sviluppo della dottrina è quello di un approfondimento antropologico e teologico, come è avvenuto nella “teologia del corpo” di San Giovanni Paolo II. Il limite proposto dalle norme morali negative, che riguarda le azioni intrinsecamente cattive, rappresenta un punto di verifica che uno sviluppo della dottrina non equivalga alla sua perversione. “Il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno”, dice il Signore.
– Qual è il rapporto tra norma e coscienza? In che senso c’è un primato di coscienza?
Il punto decisivo del dibattito attuale riguarda il rapporto tra la norma, insegnata da Humanae Vitae, e la coscienza, alla quale si vorrebbe attribuire il primato. Va ricordato che Papa Francesco in Amoris Laetitia, auspicando un migliore coinvolgimento della coscienza delle persone nella pratica della Chiesa, ribadisce che è necessario innanzitutto “favorire lo sviluppo di una coscienza illuminata, formata e guidata dal discernimento responsabile e serio del proprio pastore” (n. 303). Certamente è il giudizio della coscienza che determina il valore concreto di un atto, ma la coscienza morale deve essere formata nella sua dipendenza dalla verità sul bene e sul male.
Qui il punto decisivo è il magistero di San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor, che non può essere dimenticato o messo da parte. Essa esclude la concezione autonoma o creativa della coscienza, che non è la fonte per decidere ciò che è bene e ciò che è male, poiché “profondamente impressa in essa [è] un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva“ (n. 60), l’espressione della verità sul bene e non un decreto arbitrario e mutevole di un’autorità umana. Per questo motivo “le circostanze o le intenzioni non possono mai trasformare un atto intrinsecamente malvagio in virtù del suo oggetto in un atto ‘soggettivamente’ buono o difendibile come scelta”. (No. 81).
– Per quanto riguarda la discussione nel periodo del Sinodo sulla Famiglia, quali vantaggi ha portato al tema della Humanae vitae?
Se poi si considera lo sviluppo della discussione sinodale, si deve notare che l’ambigua interpretazione del ruolo della coscienza nell’applicazione della norma dell’Humanae Vitae 14, contenuta nello instrumentum laboris (137), preparato per l’Assemblea sinodale del 2015, non solo è stata oggetto di grande protesta (appello di 200 teologi moralisti), ma è stata effettivamente messa da parte dai padri sinodali nel documento finale e ciò indica, al di là delle manipolazioni mediatiche, quale fosse la loro vera intenzione.
– C’è chi afferma che il vero sentimento di Paolo VI sarebbe stato molto più permissivo della lettera della Humanae vitae e dell’interpretazione poi affermata dalla Chiesa.
Paolo VI non era una banderuola meteorologica. Il giornalista della BBC che annunciò la pubblicazione dell’enciclica il 25 luglio 1968, confessò di ammirare il Papa, proprio per il coraggio di andare controcorrente, di fronte all’enorme pressione mediatica (e non solo). Sembra, dunque, veramente meschino e pietoso cercare di far apparire il beato Paolo VI come una persona timida, che per paura si sarebbe arresa alla questione decisiva della Humanae Vitae sotto la pressione curiosa dei tradizionalisti mentre il suo sentimento sarebbe stato diverso, con l’assurda pretesa di riconoscersi oggi come veri interpreti del suo sentimento profondo, (con l’assurda pretesa) che negli anni del dibattito quando lui fu aspramente contestato egli si sia schierato con il dissenso pubblico che tanto lo ha amareggiato.
– Come giudica le interpretazioni sciolte che minano il valore normativo dell’enciclica del beato Paolo VI?
Altrettanto strumentale è l’interpretazione “spiritualista” di un’enciclica, dedicata ad illustrare un ideale e dei principi, ma senza giungere ad alcuna conclusione normativa e pratica (‘il problema della Humanae Vitae – si dice – non può essere ridotto a: pillola Sì, pillola No!’), che sarebbe affidata al primato della coscienza soggettiva.
In realtà la Humanae vitae è l’opposto di questo gnosticismo spiritualistico o di questo “docetismo morale” (R. Brown): È un’enciclica che parla della carne e della sua concretezza della intimità coniugale, perché sa bene che è lì che si decide la verità dell’amore, dell’autenticità delle relazioni e, in fondo, anche del bene comune di una società.
di Edward Pentin
Fonte: http://www.ncregister.com



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