L’Africa per la salvezza della famiglia: «Parlare chiaro, parlare forte»

Ma perché la Chiesa avrebbe paura o avrebbe vergogna a vivere la sua differenza con il mondo? Perché la Chiesa rinuncerebbe a essere per il popolo la luce di verità?

Sta per uscire nelle librerie Africa la nuova patria di Cristo (Cantagalli), opera collettiva di otto cardinali e vescovi africani, sotto la direzione del card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Tutti gli interventi trattano il tema della famiglia. Proponiamo alcuni brani dell’intervento di apertura di Robert Sarah, centrato su un esame critico dei Lineamenta preparatori dell’assemblea sinodale sulla famiglia del 4-25 ottobre di quest’anno. La Relatio Synodi di cui si parla è quella relativa all’assemblea sinodale straordinaria dell’ottobre 2014.

La verità della fede non è più creduta dappertutto e da tutti in seno alla Chiesa, e la si vuole regolare in base alla legge della maggioranza sociologica. Ma la verità della fede non può essere sottomessa a tale legge. (…) I media che amplificano la questione della “voce della maggioranza” dimenticano di dire che la maggioranza dei cristiani praticanti non si trovano più ormai nei paesi del Nord, ma nelle Chiese giovani. Cerchiamo di ascoltare queste Chiese giovani maggioritarie nelle questioni che impegnano il divenire di tutta la Chiesa? Niente è meno sicuro di questo. Si dà loro a malapena la parola, se addirittura non si cerca di chiudere loro la bocca nelle questioni presentate come “tabù”!

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Trattandosi dell’evoluzione dell’agire pastorale, coloro che gridano alla rigidità da parte della Chiesa in materia di morale sessuale, ritengono che il Dio che si è rivelato nel tempo come il Dio d’amore e di tenerezza abbia usato una pedagogia alla quale la Chiesa non sembra più essere attenta. Far evolvere la pastorale non significherebbe cambiare la dottrina – sostengono – ma permettere alla Chiesa di rendere più trasparente e accessibile questo cuore amorevole di Dio. Ma come è possibile pensare seriamente che i vescovi e i cardinali che hanno lanciato l’allarme sul reale pericolo di deviazione dottrinale abbiano una concezione irrigidita della pastorale?

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Nel momento in cui nelle giovani Chiese, i pastori si ostinano a esortare i giovani, che, molto spesso, per ragioni non legate alla tiepidezza della fede o al relativismo, ritardano il matrimonio sacramentale (pressione sociale legata alla fertilità e al potere economico) non si può che essere sconcertati di leggere nei Lineamenta, dopo averlo ascoltato all’Assemblea Straordinaria, che sia raccomandata una fase di matrimonio “civile” come fase di maturazione delle relazioni. In molte regioni dell’Africa, dove gli usi prescrivono un «matrimonio tradizionale indissolubile», quindi più stabile del matrimonio civile, la Chiesa locale non si permette neanche di usare un linguaggio di questo tipo. Se lo facesse, non soltanto rovinerebbe la sua pastorale familiare ma si troverebbe anche in contraddizione con il Vangelo e scandalizzerebbe i pagani.

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La pastorale della Chiesa, che i suoi pastori si sforzano di condurre nelle Chiese giovani, non ha mai messo al bando dalla comunità coloro che sono in situazioni matrimoniali difficili. Al contrario, essi sono, nella maggior parte dei casi, soggetti attivi della vita ecclesiale. Il fatto che non possano accedere alla comunione sacramentale – che non è per loro un semplice pasto comunitario da cui si sentirebbero esclusi – non smorza per questo il loro profondo desiderio di servire Gesù e la sua comunità ecclesiale. Certamente, non mancano di soffrire per la loro situazione – poiché vogliono ricevere in verità il Corpo di Cristo – ma non disperano. Tutta la comunità cristiana, in effetti, li aiuta con la preghiera e il modo di comportarsi nei loro riguardi, nel mantenere ferma la speranza di riallacciare i rapporti con la Santa Tavola prima della loro morte, quando sarà eliminato dalla propria vita l’impedimento oggettivo. Appartengono definitivamente alle comunità ecclesiali: comunità ecclesiali di base e comunità parrocchiali, e in seno a esse, gruppi di preghiera e di devozione, associazioni caritative, movimenti di azione cattolica, movimenti carismatici ecc. Questa vita pastorale è viva e calorosa, poiché è sostenuta dalla fede semplice e fiduciosa dei fedeli di Cristo. Hanno coscienza che la vita non è un momento piacevole insieme; ma in mezzo ai drammi e al combattimento spirituale, si sentono sostenuti da Madre Chiesa che essi non giudicano, come sfortunatamente si vede oggi in non pochi paesi che fino a poco tempo fa sono stati proprio quelli che ci hanno portato il tesoro della fede.

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Se noi accettiamo alla Sacra Mensa i «fedeli divorziati risposati» civilmente, perché allora la rifiuteremmo ai fedeli diventati poligami? Dovremmo anche eliminare «l’adulterio» dalla lista dei peccati mortali (can. 1856)! Si chiede alla Chiesa di cambiare linguaggio, ma se c’è un cambiamento di linguaggio da fare, ci sembra bene che ciò avvenga da parte di coloro che hanno l’arte di confondere le cose spostando i problemi là dove essi in realtà si pongono. «La comunione da sola non è la soluzione: la soluzione è l’integrazione», ha ricordato Papa Francesco. Si tratta, quindi, del modo di comportarsi dei pastori della comunità intera di fronte a questi fratelli, affinché non si sentano rifiutati, quantunque la loro situazione sia anche causata da loro.

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Il documento sembra dare alla parola dei pastori il potere di risvegliare la fertilità dell’antropologia attuale e ricorre per questo alla nozione così fondamentale di misericordia. Tutti, però, convengono oggi sul fatto che l’antropologia diffusa soprattutto in Occidente è tutto il contrario di quella dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Sembra molto strano che si ritenga fertile questa antropologia postmoderna e, ancor più, che si ritenga tale la parola del pastore che si contenterebbe di giocare sulle parole per risvegliare ciò che si denomina fecondità.

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Se la sua pastorale non deve essere quella di denuncia che brutalizza la persona ferita la cui piaga già sanguina, ma di presenza compassionevole, (la Chiesa – ndr) non può fingere d’ignorare l’esistenza reale dei danni causati dalla piaga e apportarvi il balsamo del suo cuore, affinché questa piaga sia medicata e curata in vista di una vera guarigione. Questa presenza rispettosa, con lo sguardo rinnovato che viene da Dio, non chiamerà, quindi, mai “bene” ciò che è “male” e “male” ciò che è “bene”, come ricorda il Rito dell’Ordinazione Episcopale.

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I fratelli e le sorelle che sono stati toccati dal cuore tenero e misericordioso di Dio potranno trovare, in mezzo al «piccolo resto» delle famiglie cristiane, un «ambiente amichevole» che li accoglie, che vive con loro nella Chiesa, e che con il proprio contatto potrà far rinascere nella loro vita la fiamma del «desiderio di famiglia». Insieme, tutti insieme, questi fratelli e sorelle potranno andare in missione nel mondo secolarizzato, che non crede né a Dio né al demonio, né all’umanità e che rovina i propri fondamenti antropologici. Come autentici apostoli del Signore, potranno testimoniare ciò che la Misericordia di Dio è capace di fare in modo autentico nella loro vita. Mostreranno con il loro stesso stile d’impegno che la nuova pastorale di cui tanto si parla non può che svilupparsi all’interno della dinamica più ampia della nuova evangelizzazione: nuova nel suo ardore, nel suo metodo e nelle sue espressioni.

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Il Signore ha senza dubbio detto, riguardo il pastore che ha perduto una pecora, che ha lasciato le altre novantanove che non si sono smarrite per andare in cerca dell’unica perduta. È per questo che la Relatio Synodi ha scelto di sorvolare un po’ troppo rapidamente sulle famiglie che si sforzano di vivere fedelmente al Vangelo, in casi in modo eroico, per insistere sui casi di famiglie ferite? Ma il Signore non ha detto di colpevolizzare le pecore non smarrite, come se fossero la causa dello smarrimento di quella perduta. E neanche ha chiesto di opprimerle; al contrario, rimprovera ai pastori il maltrattamento inflitto alle pecore forti: «Ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge» (Ez 34, 3). Come le hanno sgozzate? Dando loro un cattivo esempio, dice sant’Agostino, scandalizzandole potremmo aggiungere, con questa pressione che vorrebbe obbligarle a riconoscere valori positivi nelle situazioni contrarie al Vangelo. Per questi pastori, dice sant’Agostino, le sue pecore sono morte e se vivono ancora, è grazie a Gesù Cristo: «Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno»; poiché quello che dicono, lo dicono in nome di Gesù, ma quello che fanno, lo fanno in loro nome. Ma se quello che dicono è contrario a quello che dice il Signore, che tragedia! Nessun cristiano che ami la Chiesa può restare insensibile al fatto che il Sinodo Straordinario, facendo pubblicare il testo della Relatio post disceptationem si è reso complice, suo malgrado, di certi gruppi che, con l’aiuto dei media, hanno gravemente offeso Dio adulterando la sua parola (2Cor 2, 17) e hanno pesantemente oppresso le famiglie che eroicamente seguono Gesù in mezzo a un mondo determinato a distruggere la famiglia. Ascoltiamo ancora sant’Agostino: «Quando i pastori temono di dispiacere a chi li ascolta, non solo non premuniscono i fedeli contro le tentazioni che li sovrastano ma anche promettono una felicità temporale che Dio in nessun modo ha promesso al mondo».

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Ma perché la Chiesa avrebbe paura o avrebbe vergogna a vivere la sua differenza con il mondo? Perché la Chiesa rinuncerebbe a essere per il popolo la luce di verità? Perché non accetterebbe la sua condizione di «piccolo gregge» in mezzo a un mondo senza Dio? Cosa teme? Non è stata forse inviata in questo mondo in cui si trova ma a cui non appartiene, da Colui che l’assicura della sua presenza fino alla fine dei tempi? Cosa potrebbe portare a questo mondo se ciò che già è del mondo diventa la sua norma? Se coloro che ci hanno portato la fede in Africa non hanno più il coraggio di porsi queste domande, noi, rami aggiunti di recente, ci permettiamo di esprimere questi interrogativi, crediamo, per il bene di tutti.

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Di fronte a questa sfida, l’Africa credente vuole modestamente portare il suo contributo. Ma vuole farlo con chiarezza e determinazione, cosciente come è della missione che profeticamente i tre primi Papi postconciliari le hanno lasciato, e che Papa Francesco non cessa di riconfortare invitandola costantemente a resistere alle «nuove colonizzazioni ideologiche» che distruggono la famiglia. Nova Patria Christi, Africa, diceva Paolo VI. Questa affermazione non può non richiamare alla mente l’episodio della fuga in Egitto della Sacra Famiglia, quando re Erode cercava di far uccidere il Bambino Gesù. Al giorno d’oggi, in cui vi sono tanti Erode, anche dentro la Chiesa cattolica, che ricercano in modo risoluto la famiglia per distruggerla, come potrebbe la Chiesa in Africa, che ha cominciato a costruirsi come «Famiglia di Dio», non sentirsi preoccupata? L’Africa sente più che mai la missione di dare asilo alla famiglia e di proteggerla, impegnandosi risolutamente ad accogliere in pienezza il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia, come ce lo ha rivelato Cristo e la Chiesa l’ha sempre insegnato. Nel momento in cui i santi Innocenti continuano a essere massacrati, vorrebbe promuovere l’insegnamento del beato Papa Paolo VI in Humanae Vitae e riproposto da Papa san Giovanni Paolo II in Evangelium Vitae. Facendo questo, non ignora che sul proprio suolo si cerca di promuovere a suon di miliardi l’ideologia del gender, l’accesso universale alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi ormai irrimediabilmente infettati dalla prospettiva della rivoluzione sessuale occidentale, come se la persona umana, specialmente la donna, fosse un animale qualunque. Non dimentica che si è voluto doppiamente uccidere la famiglia africana sul proprio suolo: la Conferenza del Cairo e il Protocollo di Maputo (iniziative multilaterali con contenuti antinatalisti – ndr). In questo combattimento della fede, l’Africa sa che può trovare rifugio e conforto nei palmi delle mani trafitte del Crocifisso, come gli ricordava Giovanni Paolo II. Questo santo Pontefice ha mostrato con la sua vita quanto costa ai discepoli di Cristo impegnarsi per la difesa della famiglia.

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Quando Papa Benedetto XVI diceva dell’Africa che era un continente di speranza e persino il «polmone spirituale dell’umanità», indicava di fatto alla Chiesa in Africa la sua vocazione e la sua missione per questi tempi difficili, in cui più nessuno osa parlare di fronte alla dittatura del relativismo, alla pressione dell’opinione che non crede più a niente. Dal profondo delle nostre savane e delle nostre foreste africane, possiamo parlare, parlare chiaro, parlare forte. Ma la parola che vogliamo far sentire non è la nostra, ma quella che viene da Dio. A questa parola, vogliamo prestare le nostre voci abituate a gridare nel deserto e nelle foreste. Nella loro saggezza, i nostri anziani ci insegnavano, quando eravamo bambini, che per evitare d’incontrare gli animali feroci nella foresta bisogna parlare a voce alta, bisogna cantare durante il cammino, poiché le belve fuggono da un sentiero frequentato dagli uomini. Se sulle vie della Chiesa, la voce dei discepoli di Cristo proclama chiaramente il Vangelo della famiglia, gli animali feroci che cercano di distruggerla, fuggiranno, evitando così alle famiglie, già ferite, di ricevere il colpo di grazia dalla loro ferocità.

di Robert card. Sarah

Fonte: http://www.tempi.it



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