La vita secondo Havel

L’anno che sta per chiudersi, tra le altre cose, ha visto ricorrere il venticinquesimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989). In questa rubrica ne abbiamo già parlato ma ci sembra tuttavia quantomai opportuno dedicare l’ultima puntata dell’anno a una delle figure più carismatiche della resistenza e della lotta per la libertà […]

L’anno che sta per chiudersi, tra le altre cose, ha visto ricorrere il venticinquesimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989). In questa rubrica ne abbiamo già parlato ma ci sembra tuttavia quantomai opportuno dedicare l’ultima puntata dell’anno a una delle figure più carismatiche della resistenza e della lotta per la libertà Oltrecortina, lo scrittore dissidente praghese – poi statista e due volte Presidente della Repubblica – anticomunista Vàclav Havel (1936-2011). L’occasione la fornisce la diffusione internazionale del film-documentario di Andrea Sedláčková (“La vita secondo Havel”) che in poco più di un’ora ripercorre le fasi salienti della straordinaria vita del drammaturgo e filosofo ceco sottolineando i principali leitmotiv del suo impegno civile: anzitutto la passione per la difesa della libertà della persona e per il rispetto della dignità umana. Peculiarità del lavoro della Sedláčková – una produzione europea ceco-franco-tedesca – è la voce narrante di Havel stesso che quib non viene raccontato da terze persone (fossero pure dei famigliari o degli amici stretti) ma a partire proprio dalle sue interviste e dalle sue dichiarazioni pubbliche, soffermandosi in modo particolare sulle varie iniziative di resistenza civile che l’hanno visto maggiormente protagonista, dalla redazione del documento-manifesto Charta 77 (del gennaio 1977) in difesa dei diritti umani ripetutamente violati in Patria alla partecipazione attiva alla “Rivoluzione di velluto” (novembre-dicembre 1989) che finì per rovesciare – in modo del tutto incruento, come noto – uno dei regimi più liberticidi che la storia mitteleuropea abbia mai conosciuto nelle sue terre. Il documentario, la cui anteprima è liberamente visibile sul canale Youtube (http://www.youtube.com/watch?v=VVGSdjad_3o) è insomma l’ultimo grande omaggio a una figura che passerà alla storia per aver raccolto – da posizioni originariamente non religiose – la grande idea di Giovanni Paolo II secondo cui il comunismo sarebbe crollato nel momento in cui i rispettivi popoli avrebbero iniziato a interrogarsi sul rapporto – individuale e collettivo – con la dimensione della verità, cioè con la grande espulsa delle società forzatamente atee e materialiste dell’Europa dell’Est. Anche Havel in effetti a suo tempo aveva intuito che il crimine più grande allora – molto più, paradossalmente, di quelli pure efferati compiuti dai sicari dei regimi al potere – era quella “dittatura della menzogna” che mirava a imporre la bugia, l’ipocrisia e la falsità come comportamenti socialmente illuminati e persino di degni di valore e riconoscimento pubblico. La vera battaglia era cioè sul terreno morale e spirituale prima che politico-partitico perché non si erano mai viste nella storia delle società costruite sul non-senso e sulla negazione dei fini naturali, come lo stesso scrittore dirà in quello che resta il suo più profondo e attuale testamento ideale, Il potere dei senza potere, ripubblicato meritoriamente nei mesi scorsi dalle edizioni de La Casa di Matriona.

Sappiamo poi che sul finire della sua vita Havel aveva intrapreso pure un cammino di conversione che l’aveva portato infine a riconoscere compiutamente la Verità cristiana in tutta la sua forza liberante ed è noto che alla sua morte un telegramma particolarmente sentito arrivò da Benedetto XVI in persona, i cui libri (già da cardinale) erano da tempo nella biblioteca di famiglia di Havel. A venticinque anni dalla caduta del Muro della vergogna e a tre dalla sua scomparsa ci piace insomma ricordare Havel proprio perchè da non cattolico la sua riflessione ha attraversato instancabilmente pressoché tutti i grandi temi del Magistero sociale giovanpaolino e ratzingeriano finendo in ultima analisi per darne ragione proprio con le evidenze fornite dalla sua stessa singolare esperienza biografica e di consumato impegno civile. Quasi un apologetica a contrario, se si vuole, fatta persuasivamente con pazienza giorno dopo giorno da uno che forse dell’apologetica vera non aveva mai sentito parlare in vita sua. Se ne volete un gustoso assaggio, una rilettura delle sue migliori pagine può essere allora un bel regalo di Natale: per salutare degnamente l’anno che volge al termine e soprattutto per onorare la memoria di tutti quei protagonisti dimenticati e quindi più ‘scomodi’ (non quelli oggi autoprodotti pro domo sua dal mercificante mercato dello star-system) che ci hanno aiutato a capire in profondità – da cristiani immersi nel mondo, ma non ‘del mondo’ – non solo il recente passato ma anche il difficile, quantomai enigmatico, presente della nostra amata Mitteleuropa.



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