La vana fuga dagli dei

Oggi nessuno si sognerebbe di credere all’esistenza degli dei greci. Le loro storie vengono narrate per lo più in libri per l’infanzia o presentate in conferenze di interesse storico e culturale come il recente incontro avvenuto al Circolo della Stampa sulla figura di Ercole e sul famoso mito delle sue dodici fatiche, illustrate da Adriano […]

Oggi nessuno si sognerebbe di credere all’esistenza degli dei greci. Le loro storie vengono narrate per lo più in libri per l’infanzia o presentate in conferenze di interesse storico e culturale come il recente incontro avvenuto al Circolo della Stampa sulla figura di Ercole e sul famoso mito delle sue dodici fatiche, illustrate da Adriano Obersnel.

La conoscenza degli dei, se non altro nei nomi, è un fatto popolare. Ho sentito di cagnolini minuscoli chiamati dai loro amici umani — gente semplice, senza alcuna posa intellettuale — con il nome di Zeus a indicare comicamente la sproporzione tra un animaletto tanto piccolo e il potente e maestoso re degli dei, figura entrata nell’immaginario collettivo. Questa conoscenza diffusa è stata senz’altro favorita da una serie di cartoni animati, che narravano le storie degli dei in un modo adatto ai ragazzi, e soprattutto dai numerosi film che continuano ad uscire con successo e che rivisitano con assoluta libertà la mitologia greca e anche egizia. Ricordiamo ancora la moda dei film mitologici degli anni ’60 del secolo scorso. Un’infarinatura dunque esiste a tutti i livelli.

Ma oggi che cosa rimane effettivamente dell’Olimpo greco, al di fuori di queste reinvenzioni televisive e cinematografiche?

L’idea che gli dei e le loro storie siano solo delle favole è antica, forse già serpeggiante nella Grecia classica che aveva dalla sua, per spiegare la realtà e l’universo, la filosofia e accanto ad essa, per poter vivere una religiosità più intima e personale, i sacri misteri di iniziazione legati soprattutto a divinità agricole. Tuttavia nel popolo, anche dopo la diffusione del cristianesimo, gli dei conservarono il loro posto, specie presso i popoli “barbari” che a lungo lasciarono coesistere gli antichi dei con il Nuovo ed unico Dio. Negli ultimi anni con il new age si è avuta una rinascita di queste credenze e sono tornati alla ribalta tanti dei e figure magiche dell’immaginario popolare, in particolare quello del misterioso popolo celtico.

Ritornando alla nostra domanda sulla sopravvivenza e sul significato della mitologia greca, è indubbio, come hanno dimostrato anche alcuni psicologi e filosofi del ‘900, che dietro gli dei e le loro storie si celino in forma metaforica e simbolica delle verità profonde della vita. Se leggiamo le “Metamorfosi” di Ovidio oppure i grandi poemi di Omero o le tragedie classiche, ci accorgiamo subito che l’impressione potente di verità che sentiamo non riguarda affatto le divinità ma ciò che esse rappresentano. In questo senso non sono tanto delle favole, quanto delle figure molto vivide delle dinamiche tragiche o meno dell’esistenza.

Ogni dio risponde ad una facoltà dell’intelligenza e dell’anima umana: Eracle la forza fisica, Atena la ragione, Apollo il mistero della luce e del sogno, Ermes (Mercurio) l’intraprendenza e l’astuzia, Afrodite la dolcezza amorosa, Ares (Marte) l’aggressività e gli impulsi violenti. Insieme essi disegnano un pantheon figurato dell’uomo e della sua complessione fisica e psicologica. Forse questa evidenza plastica aiutava gli uomini di allora a orientarsi nel labirinto misterioso della vita e delle forze individuali. Le storie poi, sempre straordinarie, vissute dagli dei e dagli eroi rivelano la medesima potenza simbolica: non vi è situazione umana, passione, tragedia, inquietudine o domanda che non venga rispecchiata e a suo modo risolta dai miti greci. Non dimentichiamo che i poemi omerici furono in epoca arcaica la palestra per la formazione dei giovani aristocratici che in quelle opere scoprivano i valori della società del loro tempo, le virtù da imitare e i vizi da evitare, i codici nobili e quelli ignobili, le ragioni per cui vivere, lottare e affermare la propria personalità.

Con l’avvento del cristianesimo una nuova luce è scesa sugli uomini. Alle soglie del ‘900 il filosofo, teologo e poeta russo Vladimir Solov’ëv (1853-1900) andò ben oltre questo spartiacque e approdò ad una visione in cui, dopo approfonditi studi di filosofia e storia delle religioni comparate, la rivelazione cristiana non ha solo illuminato gli uomini nati e vissuti dopo la sua epifania ma ha anche baluginato in precedenza nelle altre religioni, come quella indù, greca ed egiziana le cui intuizioni e credenze erano una visione ancora offuscata e acerba della verità di Cristo: i semina verbi di cui parlò un secolo dopo il Concilio Vaticano II.

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) nella seconda metà dell”800scrisse un saggio folgorante: “La nascita della tragedia” che capovolse i fondamenti e i metodi della filologia accademica del tempo. Partendo da due divinità greche, Dioniso e Apollo, il filosofo ne distillò, con una sorta di procedimento alchemico, due principi vitali che regolano il corso della vita e la manifestazione delle pulsioni umane. Dioniso è la lacerazione originaria dell’essere, il dolore di vivere, l’ebbrezza che spalanca le porte della percezione e lascia libero corso ad un sapere misterico e iniziatico che può anche distruggere chi lo riceve. Apollo è il dominio luminoso e quieto della ragione che regna sovrana, il sogno chiaroveggente e la misura, la forza ordinatrice operante anche nell’arte allorché trova le giuste e calibrate forme per dare espressione a intuizioni anche oscure, come quelle dionisiache. Dall’unione dei due principi nasce la tragedia i cui contenuti sono ispirati da Dioniso mentre la loro armonizzazione e comunicazione in una forma chiara e logica è guidata da Apollo, il sole della mente che tutti i contrari mantiene in perfetto equilibrio.

Tra la prima e la seconda metà del XX secolo si pone un ulteriore sviluppo nell’elaborazione del mito greco e questa volta nell’ambito della psicologia con lo psicoanalista, saggista e filosofo statunitense James Hillman (1926-2011), allievo di Jung da cui riprese e rielaborò in forma personale il tema degli archetipi. Nel suo affascinante saggio “La vana fuga dagli dei” (1986) Hillmann identifica gli archetipi junghiani che regolano la vita psichica con gli antichi dei, sempre interpretati in chiave simbolica e allusiva. Per Hillmann gli antichi dei greci nell’uomo moderno sono diventati delle entità psichiche che esigono un tributo da parte dell’uomo. Guai a trascurarli o eluderne le esigenze. Le forze psichiche e animiche incarnate dalle divinità greche sono qualcosa di ancestrale e di universale che regola la parte conscia e inconscia dell’individuo e della collettività. Logicamente la strada indicata dallo psicanalista statunitense non è quella dell’abbandono irrazionale a queste potenze della psiche, ma quella dell’alleanza pacifica ed equa tra le diverse pulsioni regolate dalle diverse divinità. Un esempio: ci hanno insegnato che l’aggressività non è una bella cosa. Eppure io sento in me stesso questa forza e soffro a soffocarla, specie se subisco dei soprusi. Se persevero nell’ignorare i tumulti di queste mie emozioni dentro di me, allora il dio Ares (il Marte latino, dio della guerra) si scatena — divinità in senso di potenza psicologica, di archetipo psico-somatico — e mi fa stare male. Il mio corpo e la mia mente si ammalano e perdono l’equilibrio. Per guarire allora è necessario riconoscere la “divinità” che regola la mia psiche predominando sulle altre e scendere a patti con essa, come fece Oreste con le Erinni da cui si liberò grazie alla mediazione di Atena, la dea della ragione. Rappresentando gli dei tutte le potenze psichiche dell’uomo, nel bene come nel male, la terapia si avvale di sottili intrecci e collaborazioni, temperando la dominante di una divinità con la forza opposta, moderatrice o regolatrice di un’altra.

Per Hillmann non dobbiamo trascurare nessuna di queste forze: il pantheon greco è completo e perfetto perché mette in scena lo spettro intero delle forze che muovono e fanno vivere l’uomo. Quando sorge qualche disturbo psichico c’è un problema interno che turba l’equilibrio tra le energie e che richiede un riassetto generale che ristabilisca secondo logica e misura gli spazi dovuti ad ogni divinità, senza favorirne nessuna. L’armonia si crea là dove tutte le divinità vengono ugualmente ascoltate e soddisfatte: allora la mente sta bene perché la concordia tra gli “dei” è concordia tra opposti e diversi impulsi, emozioni e sentimenti il cui accordo è garantito dal fatto che tutti vengono ascoltati allo stesso modo e allo stesso modo vengono tenuti in considerazione e soddisfatti.

Dall’Olimpo e dal mito alla poltrona nello studio di uno psicoanalista: questa evoluzione la dice lunga sul nostro tempo e sul suo spirito. Lasciando da parte il discorso religioso, una cosa va comunque sottolineata: mai, in nessun periodo della storia dell’uomo e in nessun luogo l’uomo ha potuto vivere senza una sua fede in qualcosa o in qualcuno di superiore. Ciò che di assolutamente inedito sta segnando a fuoco i nostri tempi è la quasi totale eclissi del sacro. Non si crede più nella trascendenza, nell’Oltre. Pochi ormai si preoccupano di cercare un senso, di capire e di porsi le grandi domandi della vita, le questione radicali su “perché l’essere e non piuttosto il nulla?”, come si chiedeva il filosofo tedesco Martin Heidegger. “Essere o non essere?”, alla fin fine è sempre questo il problema

 



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