La sinfonia delle cose

Nella mia vita di tutti i giorni mi dà molto sollievo dalle preoccupazioni e dalle fatiche dedicare un’attenzione speciale ai piccoli dettagli, alle loro risonanze, ai segreti collegamenti che una situazione, un incontro o anche un oggetto suscitano nella mia mente. Venerdì, passeggiando in una libreria cittadina, ho trovato letteralmente nascosto in uno scaffale molto […]

Nella mia vita di tutti i giorni mi dà molto sollievo dalle preoccupazioni e dalle fatiche dedicare un’attenzione speciale ai piccoli dettagli, alle loro risonanze, ai segreti collegamenti che una situazione, un incontro o anche un oggetto suscitano nella mia mente.

Venerdì, passeggiando in una libreria cittadina, ho trovato letteralmente nascosto in uno scaffale molto appartato un libricino dall’aspetto dimesso. Appena ho letto il nome dell’autore e il titolo, la mia attenzione si è subito destata: “Fondamento dell’alpinismo” di Spiro Dalla Porta Xydias (Luglio editore, 2012, pp. 32, euro 5,00). Il testo fa parte di una collana intitolata “Etica dell’alpinismo”, che è stata aperta proprio da questo primo Quaderno. Sfogliando le pagine e leggendo qua e là qualche frammento si entra subito in una dimensione speciale: la spiritualità del corpo e del suo movimento, segnata nella nostra epoca da un paradossale destino che la condanna o alla cancellazione completa o ad una parossistica esaltazione che finisce per cancellare proprio l’elemento spirituale. La prossima settimana mi ripropongo di entrare più nei dettagli di questo piccolo gioiello cesellato da un profondo e originalissimo scrittore, alpinista infaticabile e mistico autentico, qual è il nostro Spiro.

Domenica mi sono avventurata in una lunga passeggiata tra i boschi del nostro Carso, assaporando tutti i profumi, i suoni e i colori del primo mattino, smaglianti e cristallini. Sembrava che la mano di un orafo li avesse rifiniti con uno smalto particolare, una sorta di argento liquido che palpitava, guizzava, scompariva e poi ritornava ancora più splendente e vivo. La fatica del corpo, l’aria fredda sul viso e i profondi respiri che rischiarano anche la mente più offuscata, immersi nella bellezza naturale, mi parlavano di quella stessa meravigliosa sintonia raccontata da Spiro: l’armonia tra corpo e spirito, quel nesso inscindibile che fa trascorrere dall’uno all’altro i nutrimenti terrestri e spirituali. Ciò che nutre il corpo, nutre anche lo spirito e viceversa. Sottolineo questo legame perché oggi molto alto è il rischio di trascurare il corpo con stili di vita sbagliati indotti dal consumismo e nello stesso tempo di appesantire lo spirito per le medesime ragioni.

Siamo in tempo di Quaresima, un tempo per riaprire e affinare non solo i nostri sensi spirituali, ma anche quelli corporei che sono una sorta di scala concreta, visibile, palpabile che ci permette di elevarci tanto più in alto e agevolmente quanto più i suoi gradini sono integri, solidi, sicuri.

In fondo siamo tutti stanchi di sentir parlare di diete e di esercizio fisico fini a se stessi, oppure subordinati a un culto della forma o della forza che alla fine ci appaga ben poco. Abbiamo bisogno di ritrovare anche in questi gesti elementari del nostro esistere una dimensione più profonda e significativa.

All’inizio parlavo dei nessi tra impressioni, emozioni e pensieri suscitati dalle cose. Ecco, la scoperta di questo piccolo libro e la mia rinfrancante passeggiata domenicale, mi hanno risvegliato queste riflessioni che il digiuno del mercoledì della ceneri ha ulteriormente affinato e chiarito.

Questa mia rubrica si intitola “Il falò delle vanità”. Questo titolo non va intesto tanto in un senso critico e polemico, ma piuttosto nel senso di una riscoperta e valorizzazione dei semi e dei frutti della vita e della cultura che crescono e ci fanno crescere dopo che i campi delle nostre vite sono stati purificati e preparati dai falò dell’autunno. Ci ripromettiamo infatti più di puntare lo sguardo sui frutti e i fiori della pianta rinata, che non di scuotere la pianta inaridita per far cadere a terra e calpestare foglie avvizzite e frutti ormai immangiabili. Vogliamo rischiarare un po’ i nostri occhi infatti e donare qualche raggio di luce anche agli occhi degli altri.



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