La scuola è per i bambini, ma loro sono di Dio. Don Stefano e l’avventura di Alleanza parentale

Stefano Bimbi aveva tutto quello che può desiderare un adolescente: una vita comoda e piena di opportunità, benessere, una famiglia unita, tutte le esperienze della modernità a portata di mano. Eppure arrivato all’età di 25 anni si accorse che non era sazio. Qualche cosa mancava. Oggi che si chiama don Stefano Bimbi ed è parroco […]

Stefano Bimbi aveva tutto quello che può desiderare un adolescente: una vita comoda e piena di opportunità, benessere, una famiglia unita, tutte le esperienze della modernità a portata di mano. Eppure arrivato all’età di 25 anni si accorse che non era sazio. Qualche cosa mancava. Oggi che si chiama don Stefano Bimbi ed è parroco a Staggia Senese, ha colmato quel vuoto con il miracolo più grande che poteva accadergli: la conversione. Una vita piena, nella sua dimensione di sacerdote e cristiano che non scende a compromessi, deve fare per forza qualche cosa di grande perché in fondo non è più lui che vive, ma c’è una presenza che si chiama Cristo che orienta i suoi passi.

Così accanto all’attività di parroco che svolge nel piccolo paese alle porte di Siena don Stefano sta dando una risposta alla drammatica carenza di educazione nel mondo della scuola. E ha promosso, nella sua parrocchia, la nascita di una scuola parentale, cioè fatta dai genitori: una scuola a misura di famiglia e di bambino.

Di Alleanza Parentale si parlerà domenica 9 ottobre nel corso della Giornata della Nuova BQ. Scuole famigliari anche se sarebbe meglio dire Istruzione parentale.

Una scuola davvero libera che promuova il diritto costituzionale del primato dell’educazione che spetta ai genitori. Purtroppo lo Stato non è più in grado di garantirlo. La paritaria non è mai completamente tale. Così ci pensano i genitori. Forti del dettato costituzionale. Articolo 34: “L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. Quindi è l’istruzione ad essere obbligatoria, non la scuola. La “scuola dell’obbligo” non esiste. Articolo 30: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”. Ciò significa che l’istruzione dei figli è in primis una responsabilità dei genitori, non dello Stato. Un’avventura, ma anche una vocazione educativa.

Don Stefano, quali sono i frutti?

Il frutto è vedere che siamo tornati all’educazione di un tempo quando c’era la maestra-mamma con i bambini che hanno entusiasmo a venire a scuola.

Facciamo un esempio di questo entusiasmo…

Una bambina alle elementari che è molto chiusa e che non si entusiasma mai a niente. Con l’esperienza dell’istruzione parentale torna a casa entusiasta, racconta tutto e ha trovato un ambiente bellissimo. Ecco, credo che il frutto sia quello di permettere ai bambini di uscire da sé.

Andare volentieri a scuola è già un successo visti i tempi…

Oppure quella bambina che alla domenica sera aveva vomitato 4 volte e chiedeva alla mamma: “Però domani ci vado a scuola, vero?”. Questo è il centro della nostra esperienza: la certezza che il bambino stia bene, sia custodito, che si possa costruire un rapporto di fiducia tra maestra e genitori.

Non è limitante il fatto di essere un’esperienza ispirata ad un’esperienza cattolica?

Il contrario! Il fatto che la religione sia vista come una cosa normale, non confinata o ai margini, fa comprendere che ogni aspetto scolastico ha una dinamica religiosa. D’altra pare l’aspetto religioso lo si incontra nell’italiano, nella storia, nella geografia, nella musica etc… Il viverlo serenamente fa sì che la religione torni ad essere protagonista di uno sguardo d’insieme sul particolare di ogni singola materia.

Che cosa significa nell’esperienza dell’educazione parentale quaerere Deum, che è il tema scelto per la Giornata della Bussola?

Anzitutto un’esperienza educativa. Oggi la scuola è troppo spostata sull’attenzione all’alunno, si pensa che la scuola sia per l’alunno, e da un certo puto di vista è vero. Ma se ci pensiamo bene chiediamoci: ma l’alunno di chi è? Ecco che la ricerca di Dio è al centro anche della vita della scuola e si inserisce come ricerca nella quotidianità dei programmi didattici.

Una scuola come una ricerca?

Sì. All’interno della scuola questa ricerca di Dio permette agli alunni di trovare sè stessi. Il bambino, cercando le risposte su Dio, lo vede come alleato della sua crescita educativa. E questo fa capire loro che non sono soli nell’universo.

Esperienza d’avanguardia o di recupero del passato?

Diciamo che questa avventura segna una discontinuità col passato: noi torniamo al tempo in cui negli anni ’50 e ’60 una maestra iniziava col segno di croce e spiegava che cosa era il segno di croce. E si badi: sto citando i programmi ministeriali dell’epoca, non stiamo parlando di catechismo.

Quanto conta l’alleanza con i genitori in questa esperienza?

Al genitore è chiesto molto in questo cammino. Per molti la scuola è vista come un parcheggio dei propri figli, invece anche il genitore è coinvolto. Può rendersi conto di quello che impara e può intervenire per integrare ciò che manca. Ad esempio: nelle nostre scuole non si fa educazione sessuale, perché il tema dell’affettività è di pertinenza dei genitori, è riservato a mamma e papà, i quali devono scegliere i tempi e i modi. Per fare un esempio: noi parliamo del concepimento, ma non spieghiamo come avviene il concepimento.

Don Stefano, come vede questa avventura tra dieci anni?

Vedo che è l’unica possibilità per avere un’educazione a misura di bambino, che non rifiuti Dio per principio e permetta ai genitori di riappropriarsi della responsabilità educativa dei propri figli.

di Andrea Zambrano

Fonte: http://www.lanuovabq.it



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *