La scristianizzazione che ci interpella

Bastano quindici minuti a settimana per diventare un campione? La scristianizzazione ci interpella su come siamo credenti e se lo siamo davvero.

Si parla da più parti di “società che si sta scristianizzando”, di “declino del cristianesimo” in Europa, di “fine della cristianità”.

Certamente c’è qualcosa di vero in questo, però credo che sia necessario che riflettiamo su qualche punto.

Quando parliamo di “societas cristiana” ci riferiamo a quando nel 313 dopo Cristo l’imperatore Costantino ha fatto diventare il Cristianesimo “religione di stato”. In quel momento certamente il cristianesimo è diventato libero, ma nello stesso tempo è diventato anche religione “civile”, a volte anche imposta.

Quell’evento ha segnato la fine del catecumenato della prima chiesa, come luogo e tempo in cui una persona poteva scegliere da adulto se diventare cristiano, con un cammino decisamente impegnativo. Il catecumenato è stato ripreso dal Concilio Vaticano II come iter significativo per l’iniziazione degli adulti, ma certamente è rimasta ancora la consuetudine del battesimo dei bambini, cioè di persone che non scelgono di diventare cristiane, ma che ricevono il sacramento in nome della (presunta) fede dei genitori o del padrino.

E allora la domanda che ci facciamo è questa: perché dovremmo avere paura di tornare a un cristianesimo di persone che lo scelgono? Stiamo ancora misurandoci con i numeri, con i “quanti siamo?” E’ forse questa la nostra paura: perdere “clienti”?

Come secondo elemento invece credo che se stiamo vivendo una crisi, essa è un periodo fecondo per tornare alle domande fondamentali del cristianesimo.

Credo profondamente al valore delle crisi. Illuminante a tal proposito questo brano di un libro che ho trovato particolarmente interessante: Non siamo meschini, abbiamo coraggio, parliamo del buon uso delle catastrofi, dei drammi, dei diversi naufragi in cui possiamo incorrere. Nel corso del cammino della mia vita io ho raggiunto la certezza che le crisi e le catastrofi avvengono per evitarci il peggio. Il peggio, come potrei esprimere cos’è? Il peggio è di aver attraversato la vita senza naufragi, cioè di essere sempre restato alla superficie delle cose, di aver danzato al ballo delle ombre, persi nella evanescenza, nell’inconsistenza, di avere sguazzato nelle paludi dei “si dice”, delle apparenze, dei luoghi comuni, di non essere mai precipitato, andato a fondo in una dimensione altra e profonda di sé e delle relazioni. In mancanza di maestri, nella società in cui viviamo sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci ad entrare nell’altra dimensione, della profondità che da senso alla vita. Nella nostra società tutto concorre nel senso di distoglierci da ciò che è importante e centrale, come se ci fosse un sistema di fili spinati e di interdizioni per non accedere alla propria profondità, è un’immensa cospirazione, la più immensa, di una civiltà contro l’anima, contro lo spirito”. (Christianne Singer, Sul buon uso delle crisi)

La crisi quindi è un segno che siamo vivi e che forse le risposte che davamo alle domande della fede non bastano più. Occorre tornare alle domande fondamentali e trovare, nello Spirito, nuove risposte.

La terza riflessione mi viene dall’incontro con un grande uomo di Chiesa: Ernesto Olivero, marito e padre, e fondatore dell’Arsenale della pace – Sermig di Torino.

Parlando proprio del tema della scristianizzazione lui faceva questa considerazione: “Come si fa a diventare un grande calciatore o un grande giocatore di un qualsiasi sport? Con un grande allenamento!

Se penso a un grande campione dello sport e voglio diventare come lui, cosa faccio? Vado da lui e gli dico: fammi diventare come te… però io ti do quindici minuti della mia settimana!

Come farà questa persona a diventare un campione in quindici minuti a settimana? impossibile! Per diventare un campione occorrono mesi e mesi di allenamento e una vera e propria conversione dello stile di vita…

E allora come faremo a vivere il cristianesimo ed essere credibili se ci alleniamo così poco in cristianesimo? Quanti sono i cristiani che non hanno mai letto neppure i quattro vangeli tutti insieme una volta nella loro vita? Come si fa ad amare e a vivere ciò che non conosciamo? E allora di cosa stiamo parlando?”

Credo che non servano parole dopo questa testimonianza di Ernesto Olivero. Penso che il risultato migliore dopo questo articolo sia quello di chiudere il giornale e metterci a leggere il Vangelo. Forse potremo iniziare a fare qualcosa non per cambiare il mondo, ma per cambiare il nostro cuore e domandarci davvero se siamo cristiani perché abbiamo l’etichetta oppure perché lo siamo veramente.

Concludo con un brano di un grande prete protestante ucciso nei campi di concentramento, che può aiutarci a riflettere sulle nostre paure di fronte alle nuove sfide dell’evangelizzazione. Così scriveva proprio durante la prigionia: Io credo che Dio può e vuole far nascere il bene da ogni cosa, anche dalla più malvagia. Per questo, egli ha bisogno di uomini che sappiano servirsi di ogni cosa per il fine migliore. Io credo che in ogni situazione critica Dio vuole darci tanta capacità di resistenza quanta ci è necessaria. Ma non ce la da in anticipo, affinché non facciamo affidamento su noi stessi, ma su di lui soltanto. In questa fede dovrebbe esser vinta ogni paura del futuro. Io credo che neppure i nostri errori e i nostri sbagli sono inutili, e che a Dio non è più difficile venirne a capo, di quanto non lo sia con le nostre supposte buone azioni. Sono certo che Dio non è un Fato atemporale, anzi credo che egli attende preghiere sincere e azioni responsabili, e che ad esse risponde” (Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa).

Allora…viviamo il presente con passione, guardiamo il passato con gratitudine, abbracciamo il futuro con speranza.

Siamo in un anno pieno di grazie : l’anno della vita consacrata , l’anno del Sinodo sulla famiglia, l’anno della chiusura del nostro Sinodo Diocesano, voluto con tanto entusiasmo dal nostro Arcivescovo Giampaolo e condiviso da tanti preti e laici.

Ciò che la nostra società quasi post-cristiana non offre più nel tessuto quotidiano e normale delle comunicazioni, dei significati, dei valori di riferimento è lasciato alla nostra responsabilità e coerenza.



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