La “sala dei matrimoni” e il Comune di Trieste: la guerra delle parole

La Cirinnà equipara le unioni civili al matrimonio, ma le chiama unioni civili e non matrimonio. Ma allora le equipara o no? Nella questione triestina della “sala dei matrimoni” la guerra la si fa anche con le parole. Chi le chiamava unioni civili ora le chiama matrimonio e chi le chiamava matrimonio ora le chiama unioni civili.

Il caldo mese di agosto è stato tra l’altro caratterizzato dalla polemica sulla “sala dei matrimoni” dato che il Comune di Trieste si è rifiutato di concederla alle coppie gay. Non voglio ripescare qui la polemica fuori tempo massimo. Ognuno ha detto la sua e ognuno si è fatto un’idea. Voglio solo fare due chiose a margine, su due aspetti interessanti e importanti della questione.

Prima di tutto una osservazione sul linguaggio. Tutti ricorderanno che quando si stava dibattendo sulla Cirinnà e Camera e Senato era infuocati dal confronto tra tesi opposte, i fautori del riconoscimento delle unioni gay dicevano che NON erano un matrimonio. In questo esercizio erano soprattutto impegnati i cattolici di sinistra e di centro che avevano già deciso di votare la legge e che avevano bisogno, per giustificarsi davanti all’opinione pubblica cattolica, che non si trattasse di una equiparazione al matrimonio tra un uomo e una donna. Coloro, invece, che erano contrari alla Cirinnà sostenevano che anche se il testo di legge le chiamava “unioni civili” e non “matrimonio” di fatto erano nella sostanza analoghe ad un matrimonio. Di questo parere era ed è anche il sottoscritto. Chi la pensava così adoperava frasi del tipo: “no ai matrimoni gay”.

Ebbene, ora accade il contrario, come testimonia il caso di Trieste. Ora i fautori della Cirinnà dicono di pretendere la “sala dei matrimoni”, altrimenti si tratterebbe di discriminazione, intendendo quindi che anche quello gay è un matrimonio. I contrari, invece, dicono che non si tratta di una matrimonio, perché la legge usa l’espressione “unioni civili” e non “matrimonio”, distinguendo quindi in modo netto tra le due cose. Non concedere la “sala dei matrimoni” non è una discriminazione perché quello non è un matrimonio.

Io do ragione al Comune. Però devo prendere atto – come del resto era prevedibile – che su questi temi ci sarà una guerra continua, che si avvarrà anche delle parole e dei giochi ad esse connessi. La legge Cirinnà obbligherà le amministrazioni comunali serie a fare lo slalom tra articoli e commi affinché le loro politiche per la famiglia non vadano anche a vantaggio di famiglie che tali non sono. Ci sarà bisogno di caparbietà, costanza e molta inventiva.



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