La rivoluzione della donna come nuovo totalitarismo

Questa presunta “rivoluzione” è in realtà un nuovo totalitarismo che si illude di sovvertire le leggi di natura con tutti i loro limiti e di creare una nuova condizione umana, sganciata da ogni condizionamento e limite naturali.

“La donna nella rivoluzione – La Rivoluzione della donna”: è questo il titolo del “VI Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo” dell’Osservatorio cardinale Van Thuan, presentato sabato 22 novembre presso la galleria Al Tergesteo, alla presenza del nostro vescovo, mons. Giampaolo Crepaldi e del direttore di Vita Nuova Stefano Fontana. Il titolo si riferisce al tema centrale del Rapporto per l’anno 2013 che non viene mai scelto a priori o secondo modalità astratte, ma a partire dall’osservazione concreta e dallo studio approfondito dei fatti. Il tema di quest’anno è dunque in continuità con i temi dei due precedenti Rapporti, che avevano al centro problematiche legate ai preoccupanti cambiamenti in atto nella società, nella politica e nella cultura a seguito del diffondersi dell’ideologia del gender. Il problema di quest’anno viene trattato nel “VI Rapporto” in un ampio intervento dell’on. Eugenia Roccella, molto puntuale, rigoroso e chiaro. Dove ci troviamo e in quale direzione stiamo andando con la battaglia femminista e l’affermazione dei diritti delle donne? A partire da questa domanda Roccella svolge la sua analisi che sviscera i nodi più intricati dell’intera questione. Passando in rassegna le diverse anime del femminismo, che comunque ha apportato contributi positivi, si vede che si è passati dalle prime legittime rivendicazioni di parità di diritti con gli uomini, all’affermazione negli anni ’70 della specificità femminile da valorizzare proprio nella sua identità differenziata anche nel mondo della politica (le famose “quote rosa”), fino ad una sorta di ripensamento delle differenze negli anni ’80. Anni, questi, in cui la differenza tra uomo e donna è stata interpretata come una ricchezza, in quanto il femminile possiede una sua fisionomia che fa la differenza in senso positivo e stimolante. In questi anni si è sviluppato anche un dibattito vivace intorno al concetto di “individuo” affermatosi come punto di riferimento su cui modulare la vita politica e il dibattito culturale. Un concetto messo in discussione dall’ondata femminista della differenza di questo lasso di tempo, a cui si è preferito il più realistico concetto di “persona”. La parola “individuo” infatti, nella sua origine latina, significa “che non si può dividere”, mentre la parola “persona” indica un “risuonare attraverso”, “un venire all’essere” attraverso un medium che è in se stesso vita e insieme sorgente di altra vita. Ma i recenti cambiamenti di scenario sembrano travolgere non solo questa imprescindibile connotazione del femminile come donatrice di vita, ma anche la visione della creaturalità dell’uomo e dei limiti del suo esistere Infatti anche la dimensione antropologica, propria alla cultura occidentale e alle sue radici cristiane, sintetizzata nella formula ricorrente nelle Sacre Scritture “nato da donna”, rischia di essere cancellata da una nuova cultura, cui corrisponde una precisa prassi politica, legislativa e giuridica. Sostenuti dalla tecnoscienza e dalla genetica, l’uomo e in particolare la donna tendono sempre più a dimenticare i limiti della propria condizione e ad agire come se tutto fosse possibile, anche superare questa legge inderogabile e sacra del “nato da donna”, con tutte le conseguenze materiali e spirituali che ne derivano (non accettazione del limite, della maternità secondo le leggi naturali che la aprono al rischio, all’imprevisto, alla sorpresa di nuove vite a loro volta limitate, disegnate dal volere di Dio ed esposte alla caducità, all’errore e alla morte). Dietro tutto questo agisce da un paio di anni l’ideologia del gender che ha trasformato l’identità sessuale maschile e femminile determinata dalla natura in una nuova identità culturale, fluttuante e ondivaga, ambigua e pericolosa. La persona non è più una creatura che viene all’essere con un’identità sessuale e un destino già definiti e che in alcun modo si possono scavalcare, ma il risultato di una decisione personale e culturale. Io posso essere ciò che voglio, non nasco più come parte di un progetto che mi supera e mi guida, ma posso sempre scegliere che cosa essere e quale identità sessuale avere. Le ripercussioni di questo sovvertimento delle leggi di natura si fanno sentire in tutta la loro drammaticità proprio nell’universo femminile, in particolare nell’esperienza della maternità. La donna, “vittima” di questa nuova ideologia sostenuta dal progresso scientifico, finisce per essere espropriata del proprio corpo e di tutta la propria vita. La maternità, il figlio, le relazioni famigliari, tutta la vita della donna ne escono stravolti. La donna crede così di essere finalmente libera, di poter liberamente decidere chi essere e cosa fare, grazie anche al progresso scientifico che mette a sua disposizione strumenti sempre più evoluti di modellamento del proprio corpo secondo ogni personale capriccio e desiderio. La legislazione e i tribunali danno il loro suggello all’intero processo di snaturamento e disumanizzazione legalizzandolo e difendendolo da ogni possibile attacco o dissenso. La donna raggiunge così una ben tragica libertà, in quanto non si è affatto liberata, ma si è lasciata rinchiudere in una prigione ben più pericolosa: il suo corpo e il suo essere non sono stati veramente liberati, se per libertà intendiamo la realizzazione del disegno di Dio su di noi e il suo costante dono di luce e Verità. La donna non dispone più neanche del proprio corpo che è stato sequestrato dalla tecnoscienza, dalla biologia e dalla genetica. Queste sempre più spostano la maternità dal suo alveo naturale a stanze fredde di ospedale dove tutto avviene in modo asettico e desolato. Si affermano nuovi diritti calibrati solo su nuovi desideri: il diritto al figlio, il diritto al figlio sano, costruito a tavolino secondo i propri gusti. Il diritto a crescere da sola il proprio figlio, o con altri soggetti diversi dal padre. Così tutta una tradizione rimasta immutata per millenni in quanto fedele alla natura e alle sue leggi per la prima volta viene cancellata e calpestata, riscrivendo la mappa dell’universo e delle sue dinamiche. La fecondazione eterologa e l’utero in affitto espropriano la donna della propria fecondità e dell’insostituibile legame con il proprio figlio. Il figlio a sua volta non è più un dono a cui aprirsi incondizionatamente, ma un desiderio del momento, una chimera di perfezione di cui scegliere tratti fisici, temperamento e intelligenza. Persino il linguaggio è stato investito da questa rivoluzione: riproduzione al posto di maternità, genitore in luogo di mamma e papà, progetto parentale anziché “famiglia”. Questa presunta “rivoluzione” è in realtà un nuovo totalitarismo che si illude di sovvertire le leggi di natura con tutti i loro limiti e di creare una nuova condizione umana, sganciata da ogni condizionamento e limite naturali. Ma la donna, che è il soggetto e insieme l’inerme oggetto di questa “rivoluzione”, è anche capace di rispondere con la sua forza e la sua anima femminile e materna, a questa degenerazione che non l’ha liberata, ma degradata e avvilita, sfigurata nel suo volto più vero che è quello materno. Solo ripartendo dalla riconquista della propria natura e del proprio ruolo, la donna riuscirà a ritrovarsi, in conformità al proprio essere che è nel profondo un “prendersi cura di”, un donarsi generosamente e una costante ricerca di armonia e bellezza nelle relazioni. Da questo dipende il nostro futuro: dalla ricostruzione paziente da parte della donna di quella rete di relazioni e di reciproca cura, di affetto e amore coltivati alla luce della Verità e del disegno divino, che è la famiglia. È questa la vera libertà femminile: la “cura”, l’intessere nell’opera amorevole e costante dei giorni la tela di una vita degna di essere vissuta , curata, nutrita , illuminata e guidata verso il giusto fine.



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