La risacca dell’anima di Gabbani

“Io volevo la luna per me, ma stasera per me c’è la risacca dell’anima”   In una delle sue canzoni un po’ meno conosciute: “Per tornare liberi”, Francesco Gabbani faceva riferimento al desiderio di libertà frustrato ed alle condizioni di impedimento: “Siamo tutti liberi di restare legati così ai nostri lividi peggiori, cercando il senso […]

“Io volevo la luna per me, ma stasera per me c’è la risacca dell’anima”

 

In una delle sue canzoni un po’ meno conosciute: “Per tornare liberi”, Francesco Gabbani faceva riferimento al desiderio di libertà frustrato ed alle condizioni di impedimento: “Siamo tutti liberi di restare legati così ai nostri lividi peggiori, cercando il senso proprio negli errori”. Il cantautore carrarese manifestava apertamente di poter guarire dai lividi, dalle cicatrici esistenziali: “Io volevo la pace…volevo bagnarmi di gocce, ma stasera per me c’è una cicatrice perché siamo tutti liberi di volare lontano da qui senza più alibi o segreti, godendo appieno dei momenti lieti”. Nell’attesa di un tempo per tornare liberi, Francesco Gabbani ha posto all’inizio di : “Occidentali’s Karma”, canzone vincitrice al Festival di Sanremo 2017, un dubbio amletico ambiguo: “Essere o dover essere il dubbio amletico come l’uomo del neolitico”. Nel dramma shakespeariano il dilemma era posto infatti in altri termini, cioè tra “essere e non essere”. Amleto era incerto sul come affrontare l’ingiustizia patita, Gabbani sul come interpretare il problema dell’evoluzione dalle movenze di una scimmia: “L’evoluzione inciampa, la scimmia nuda balla Occidentali’s Karma”. Nella canzone egli si fa beffe delle mode tra oriente e occidente, che costringono comunque al vivacchiare in una gabbia da animali: “Nella tua gabbia 2 x 3 mettiti comodo… la folla grida un mantra, l’evoluzione inciampa…tutti tuttologi del web, coca dei popoli, oppio dei poveri…”. Gabbani replica alle false motivazioni mondane: “L’intelligenza è demodé, risposte facili, dilemmi inutili…” per spiegare nel finale la triste resa alla condizione pre-evolutiva della scimmia: “Quando la vita si distrae cadono gli uomini. La scimmia si rialza”. L’anno precedente, sempre al Festival di Sanremo, Gabbani aveva vinto nella sezione Nuove proposte con un altro brano tra il sacro e il profano, dal titolo significativo: “Amen”. Con questa canzone ironicamente drammatica, il polistrumentista  toscano aveva manifestato tutta la sua disillusione e l’incapacità di credere in un disegno divino: “E l’uomo si addormentò e nel sogno creò il mondo; lì viveva in armonia con gli uccelli del cielo e i pesci del mare. La terra spontanea donava i suoi frutti in abbondanza, non c’era la guerra, la morte, la malattia, la sofferenza, poi si svegliò”. Quel brusco utopistico risveglio era espresso all’inizio del brano nella condanna della proposta cristiana, condensata in un amaro Amen pieno di risentimento e rancore: “Astemi in coma etilico per l’infelicità, la messa è ormai finita figli, andate in pace…dimentichiamo tutto con un Amen”. Cantando si impara con Gabbani a considerare con attenzione, come suggerisce il titolo di un’altra sua canzone, le piccole cose: “Mentre passa il tempo, piano piano scolorisce il senso delle piccole cose. Quando lanci un sasso che va giù, l’acqua è scura e non si vede più, ma lascia cerchi che si allargano”. Cantando si impara con Gabbani a comprendere le risacche dell’anima, come tratteggiato nel testo della canzone: “Il vento si alzerà”, dove il ricordo di un rapporto difficile con la madre impedisce il librare dell’anima: “Il mantello nero dell’incomprensione con la madre continua ad affliggermi come resina sulle ali di un’aquila che stormo non ha. Nonostante il tempo sia trascorso assieme all’abbondare di esperienze, rimango come freccia tesa nell’attimo prima di scoccare”. Parole non semplici né banali che descrivono, contrariamente all’apparenza un po’ irrisoria e scanzonata, un animo tormentato in cerca di un sostegno e di un appoggio più fermo dinanzi all’instabilità del mondo: “I nostri tentativi per cercare sicurezza sono inutili e aberranti; è proprio il rischio di tuffarsi nell’ignoto che ci fa sentire vivi come non lo siamo stati mai”. La ricerca della pace interiore è rimarcata in altri suoi brani, ad esempio in: “Come l’aria”, dove Francesco Gabbani non esita a mostrare il suo più acceso desiderio: “Voglio soltanto la pace dentro, tu come un fiore sopra il cemento hai cancellato l’esaurimento delle giornate passate a stento”.

 



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