La riforma del Terzo settore: il parere (ottimista) di Stefano Zamagni

Per “fare del bene”, da ora in poi, non bisognerà  più chiedere il permesso allo Stato, ma si potrà  farlo e basta. Prima era possibile tirare avanti solo attraverso le donazioni, adesso, invece, si potrà ricorrere alla finanza sociale.

«La riforma del Terzo settore, con la stesura e l’entrata in vigore del Codice, è la prima del genere in 70 anni di vita repubblicana. Finora la legislazione era varia e non organica. Chi non concepisce questo, non capisce il resto». Sono chiare e decise le parole dell’economista Stefano Zamagni, ex presidente dell’Agenzia per il Terzo settore nonché uno degli ispiratori della riforma. Tante le novità  introdotte dalla nuova normativa, e non solo a livello pratico, ma anche ti tipo concettuale, e quindi pure per quanto riguarda l’approccio a questo mondo sempre più in espansione.

Il riconoscimento dallo Stato

«Una delle novità  principali –  spiega Zamagni  – sta nel fatto che, per la prima volta, il Terzo settore passa in Italia da un regime concessorio al riconoscimento vero e proprio di quanto i corpi della società  decidono di fare. E’, questa, una rivoluzione copernicana, perché il regime concessorio é tipico del totalitarismo e infatti nel nostro Paese venne imposto durante il fascismo. Ciò implica che per “fare del bene”, da ora in poi, non bisognerà  più chiedere il permesso allo Stato, ma si potrà  farlo e basta. Cosa che in Europa e nel resto del mondo viene già  riconosciuta da tempo».

Altra innovazione: agli enti non verrà  più riconosciuta solo una soggettività  di tipo sociologico, ma anche di natura economica. Avranno quindi la possibilità  di produrre reddito e bene comune. «Anche qui, per la prima volta –  prosegue l’intervistato –  agli enti viene finalmente riconosciuto il fatto di contribuire, concretamente, al Pil nazionale. Di conseguenza, se i soggetti della società  civile vorranno realizzare delle attività economiche produttive senza scopo di lucro, ora potranno beneficiare anche degli stessi vantaggi messi a disposizione delle imprese. Prima era possibile tirare avanti solo attraverso le donazioni, ma queste non sono sufficienti per poter organizzare delle attività  di natura economica. Adesso, invece, si potrà  ricorrere alla finanza sociale, e cioè l’attività finanziaria che non fa solo speculazione, ma sostiene chi opera nelle cooperative o nelle fondazioni».

Le valutazioni di impatto sociale

La terza novità  della riforma è costituita dal suggerimento ”rivolto a tutti gli enti” di realizzare una propria Valutazione di impatto sociale (Vis), e cioè di calcolare l’influenza e le ripercussioni che la propria attività ha sul territorio o nell’ambito in cui si opera. La Vis può essere inserita nelle pagine web di presentazione della propria associazione, o essere utilizzata ad altri scopi, al fine di farsi conoscere ancora meglio dal mondo esterno. «Un suggerimento che alcuni hanno iniziato a seguire – commenta l’economista. Ed è un bene, perché in questo modo il bene viene fatto conoscere, mentre non farlo conoscere diventa un male. Lo stesso Vangelo lo dice: non si mette la lampada sotto il moggio, ma in cima alla stanza per illuminarla tutta».

Una legge tutta rose e fiori, insomma? «Ovviamente ci sono delle questioni migliorabili, ma possiamo dirci soddisfatti” è la risposta: il Codice è frutto di un lungo lavoro condiviso dove tutte le realtà coinvolte hanno dato il proprio contributo, rinunciando a sua volta a qualcosa, vedendo eliminate alcune delle proprie richieste. Ovviamente, qualche lamentela c’è stata. Ma sono dell’idea che, in tutto questo, deve prevalere il bene comune: intanto abbiamo la nuova legge. Ora sarà possibile intervenire, con l’adozione delle misure necessarie a migliorarla».

Un nuovo impulso per la società 

Da qui la domanda: sarà  dunque il Codice del Terzo settore artefice di un nuovo impulso per il mondo del volontariato italiano che ”lo dicono anche le statistiche” sta invecchiando? «Assolutamente sì», è la risposta fiduciosa di Stefano Zamagni. Per più motivi: «Innanzitutto perché la società non ce la fa più ad andare avanti con la dualità Stato/Mercato. E’ evidente in tutti i Paesi occidentali. Serve, oggi, una terza gamba: quella del Terzo settore. Nei prossimi anni ci sarà sempre più richiesta di servizi erogati dagli enti del Terzo settore». E il Codice sembra voler fornire gli strumenti adeguati. «Ora bisogna vedere se ci sarà la risposta. Ma sono fiducioso: bisogna sempre ricordare che il volontariato è nato proprio in Italia, e più precisamente in Toscana, nel 1200, con Le Misericordie, che ancora oggi si occupano di assistenza sanitaria». Nel nostro Dna, insomma, secondo l’ex presidente dell’Agenzia per il Terzo settore, c’è tutto, compresa l’inventiva e il piacere di lavorare in autonomia per far rinascere e rifiorire questo ambito. «Grazie soprattutto al riconoscimento della soggettività di natura economica –  conclude – sono convinto che molti giovani saranno attratti verso il mondo del Terzo settore anche per fini lavorativi, portando con sé tutte le loro competenze, trovando dignità  nel proprio lavoro e, soprattutto, lavorando in ambienti caratterizzati non solo dal fine produttivo, ma anche dalla presenza di precisi valori».



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