La poetessa triestina Marina Moretti

Il rapporto tra il mondo della poesia e la sfera del sacro è antichissimo. Nell’evoluzione dell’uomo, l’elaborazione e il perfezionamento di un uso vieppiù raffinato del linguaggio e la costruzione sempre più complessa di una visione sacra dell’universo procedono di pari passo. Nelle antiche civiltà, come quella mesopotamica e greca, al poema furono assegnate molteplici […]

Il rapporto tra il mondo della poesia e la sfera del sacro è antichissimo. Nell’evoluzione dell’uomo, l’elaborazione e il perfezionamento di un uso vieppiù raffinato del linguaggio e la costruzione sempre più complessa di una visione sacra dell’universo procedono di pari passo.

Nelle antiche civiltà, come quella mesopotamica e greca, al poema furono assegnate molteplici funzioni: religiosa, etica e sociale. Pensiamo al Gilgamesh e all’Iliade e all’Odissea di Omero: due opere che a lungo tennero vive le credenze originarie sul divino e sul suo rapporto con l’umano, tramandando immortali narrazioni di viaggi iniziatici nell’Ade o di ascese celesti ai regni del Paradiso.

In tempi a noi più vicini la poesia ha continuato a nutrirsi di spiritualità, accusando tuttavia gli urti di una modernità sempre più scettica e disillusa. Il Novecento in particolare è stato un periodo molto tormentato in cui grandi poeti come Rilke, Eliot, Ungaretti e Rebora – per citarne solo alcuni – hanno “drammatizzato” il sacro preferendo alle antiche visioni unitarie del mondo una percezione più franta, ombrosa ed inquieta, anche se non meno ispirata. Per quanto riguarda Clemente Rebora (1885-1957), vogliamo segnalare un incontro sulla poesia di questo originalissimo cantore del sacro promosso dall’associazione culturale “Iniziativa Europea”. La conferenza si terrà sabato 27 aprile presso la libreria San Marco e sarà tenuta dalla poetessa triestina Marina Moretti.

Il percorso di questo poeta, che dedicò la sua esistenza a Dio e visse il proprio sacerdozio senza mai arretrare di fronte alle domande e ai dubbi della vita, è indicativo del nuovo modo di fare poesia nel secolo breve.

Rispetto alla compatta e adamantina struttura della “Divina commedia” dantesca, questo monumento della poesia medioevale che ci mostra senza ombre e veli la grandiosa architettura dei regni ultraterreni a cui l’uomo è destinato, la poesia tramata di venature religiose e spirituali del secolo appena trascorso, e più in generale tutta la poesia moderna a partire dal Romanticismo e poi dal Simbolismo, è una vasta vibrazione dell’essere lacerato tra terra e cielo, tra verità e smarrimento, tra disperazione e grazia.

Le poesie di Rebora non sono mai inondate dalla luce piena del mezzogiorno in cui tutte le cose si stagliano nell’aria limpida con contorni chiari e colori smaglianti: la luce dei suoi versi è quella dell’alba o del crepuscolo, quando il sole non è ancora sorto o è appena tramontato, lasciandosi dietro una scia sulfurea di soffusa e pacata lucentezza. Sono le ore chiave del tempo umano, quando la notte si allontana con i suoi terrori e l’alba ci si fa incontro con le sue promesse, o quando il giorno si spegne immergendo poco a poco il mondo nell’oceano dei sogni. Ma sono anche le ore della preghiera, del raccoglimento, della contemplazione, del passo a ritroso ma anche dello slancio in avanti, verso il Dio amico che si intrattiene con noi in un risanante colloquio.

Una così vasta gamma di esperienze interiori, ora infiammate dai dardi del sole ora raggelate dai raggi argentei dell’impassibile luna, trabocca con pienezza dai versi di Rebora che spesso assumono le cadenze ritmiche dei Salmi, sia di quelli di lode e di ringraziamento, sia di quelli in cui il poeta si dibatte tra i lacci del “nemico” e Dio sembra essersi nascosto ritraendo il proprio volto dal volto del mondo.

Questo percorso di discese ripide e di esaltanti risalite, lungo la scala tra gli Inferi e il Regno dei cieli, riflette la concreta esperienza umana da cui il poeta distilla la quintessenza.

Il sacro non è scomparso dalla poesia, come molti profeti di sventura vorrebbero, anzi, è più vivo che mai, nonostante le guerre, le “inutili stragi”, le tragedie che ogni giorno insanguinano la terra e l’amara sfiducia diffusa dai fanatici sostenitori della “morte di Dio”. La poesia nutrita di spiritualità batte sempre nel cuore dell’uomo, respira con lui, ora lo tenta con le inquietudini e i misteri snidati dai suoi arcani linguaggi, ora lo purifica e lo ristora con i fiotti di luce che sgorgano dalle sue parole migliori: quelle che vengono alla fine della notte, quando tutte le cose sono fresche e nuove, simili a fiori appena sbocciati nel giardino di Dio.

 



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