La pittura di Annamaria Ducaton

Quale rapporto intercorre tra arte e malattia? E come interpretare un’esposizione di opere d’autore nei corridoi di un ospedale? Mi è capitato qualche giorno addietro di imbattermi, con mia grande sorpresa, in una serie di dipinti bellissimi appesi alle candide pareti del reparto di radiologia dell’Ospedale Maggiore. Sulle prime ho pensato che si trattasse di […]

Quale rapporto intercorre tra arte e malattia? E come interpretare un’esposizione di opere d’autore nei corridoi di un ospedale? Mi è capitato qualche giorno addietro di imbattermi, con mia grande sorpresa, in una serie di dipinti bellissimi appesi alle candide pareti del reparto di radiologia dell’Ospedale Maggiore. Sulle prime ho pensato che si trattasse di pitture scelte per decorare semplicemente i corridoi.

Tuttavia questa spiegazione non mi appagava. Prima di tutto perché i quadri rivelavano già al primo sguardo una mano speciale, abile e ispirata, quella della pittrice triestina Annamaria Ducaton. Poi perché ogni tela era accompagnata da un titolo spiazzante: “L’angelo delle erbe sottili”, ad esempio, il primo quadro da me visto. Non poteva certo trattarsi di una semplice decorazione riempitiva con un titolo e una raffigurazione simili!

La medesima impressione mi è stata confermata dalle successive tele: immagini oniriche, alcune luminose, altre cupe, quasi ricalcate sugli incubi del grande Kafka. Angeli, messaggeri, deserti dalla sabbia d’oro, ma anche sinistre figure colte nell’attimo nero della congiura, tutte vestite di scuro, dietro torri algide e fortezze impenetrabili. Il lato verdeggiante e radioso della vita si confonde con il lato lunare, notturno, ove germinano mostri nati “dal sonno della ragione”. I colori, specialmente, sono di una particolarità unica: dai colori di base, con sapienti combinazioni, escono delle tinte irreali che esprimono il linguaggio dell’anima, del sogno ma anche dell’incubo.

Perché questi quadri in un reparto di ospedale, dunque? Posso solo immaginare, andare a tentoni, avvalendomi delle mia visione personale. So soltanto che quando mi sono soffermata a guardarli mi sono dimenticata di tutto, in primis delle ragioni per cui mi trovavo lì quel giorno.

Né gioia né tristezza, solo uno sguardo perduto dentro i paesaggi surreali di quei dipinti, dentro i suoi colori ora smaltati e vividi ora tenebrosi, dal verde cupo al nero bluastro, dall’ocra al bianco spettarle dei volti dei congiurati, macchie di luce malata sul nero profondo dei tabarri.

Quando si entra nella contemplazione artistica, sia essa tramite di un messaggio gioioso o dolente, si va oltre ciò che si prova in quel momento a livello emotivo e si entra nella sfera estetica, in cui incontriamo i simboli, i significati universali, gli archetipi che narrano le dinamiche chiaroscurate dell’esistenza. Anche la malattia e il suo dolore per un poco sembrano tacere e noi siamo quelle figure, quei colori, quei disegni. Li respiriamo, li inglobiamo nella nostra anima, ci nutriamo del loro significato. Un bravo pittore sa esprimere con i suoi strumenti l’itinerario dalla vita alla morte di ogni uomo, con le sue paure, le sue speranza, i suoi punti di arresto, il suo declino e il suo rifiorire fino all’ultimo istante di nuova speranza. Anche il dolore acquista un senso, perché non vi è vita dove non c’è morte, non c’è luce dove non c’è anche tenebra. Capire il senso del nostro percorso terreno è impresa necessaria. L’arte in questo ci aiuta. L’arte, quella autentica, riporta l’uomo alle sorgenti del proprio essere, al perché del proprio esistere e del proprio soffrire. Gli indica l’approdo, il limite dove qualcosa si scioglie per essere poi ritessuto in un nuovo arazzo, con gli stessi fili, solo trasfigurati da una luce che non muore.

Se vi trovate, e vi auguro per cose da nulla, ad aspettare una visita al nostro Ospedale Maggiore, provate a recarvi in questo reparto. Lì troverete questi quadri. Meditateci sopra e mettetevi per un poco in pacifico ascolto.



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