La perdita della Riparazione, problema capitale del Cristianesimo mitteleuropeo (e latino)

C’è un’idea fondamentale che è sempre stata al centro della costruzione della teologia sociale e anche politica delle comunità cristiane nel corso della storia e che invece oggi nella cristianità mitteleuropea (ma anche latina) è andata completamente persa: il fatto che il peccato – ogni peccato – sia sempre anche sociale e richieda, quindi, una […]

C’è un’idea fondamentale che è sempre stata al centro della costruzione della teologia sociale e anche politica delle comunità cristiane nel corso della storia e che invece oggi nella cristianità mitteleuropea (ma anche latina) è andata completamente persa: il fatto che il peccato – ogni peccato – sia sempre anche sociale e richieda, quindi, una riparazione da parte della società stessa. Ogni offesa a Dio, fon dall’alba della Chiesa primitiva, è stata sempre vista come una ferita seria da curare da parte della comunità a cui il peccatore apparteneva che quindi si proponeva poi determinati atti di riparazione. Chi scrive non è poi così tanto vecchio da ricordare che nel Paese da cui proviene la sua famiglia fino a non pochi decenni fa si usava ancora – per fare un esempio semplicissimo – rispondere con delle giaculatorie, dei ripetuti “Gloria” e dei segni della croce in pubblico a chi passando per strada si trovasse a imprecare contro il Cielo, o pronunciasse un bestemmia, mentre nell’entroterra rurale meridionale bavarese c’è ancora chi ripete un vecchio adagio che in tedesco suona così: “An Gottes Segen ist alles gelegen”. Cioè, più o meno: “Tutto dipende dalla benedizione di Dio”. Ecco, se si va a vedere invece le radici ultime della crisi spirituale della Mitteleuropa, ma in fondo anche dell’Italia, si scoprirà che al centro di ogni problema alla fine c’è proprio questo: la rimozione pressoché totale della Riparazione come dimensione ordinaria della vita pratica dei cristiani. Joseph Ratzinger da Papa una volta disse che il dramma del Cristianesimo moderno era che questo fosse diventato “individualistico”. Un fatto personale, insomma, che certamente finiva poi anche in un ripiegamento orizzontale intimistico e dunque privato della fede divina, ma che all’origine aveva in sé proprio il problema della perdita della consapevolezza sociale della dimensione del peccato. Così, senza neanche bisogno di tirare fuori interpretazioni ideologiche o di comodo della teologia politica, persino nei migliori casi si poteva vedere dei buoni fedeli e anche dei buoni pastori persino con una eccellente vita spirituale che però al massimo pensavano a salvare la propria anima e a santificare se stessi – il che va benissimo – ma lasciando stare completamente il mondo circostante, a partire dal proprio cortile, per capirci. Alla fine la quintessenza del liberalismo religioso, anche cosiddetto ‘cristiano’ (!), dei tempi moderni è proprio questo: sposare la convinzione che nessuno è responsabile della salvezza dell’anima altrui e quindi che i peccati altrui riguardino appunto gli altri ma non me, in quanto fedele.
Eppure le ultime due grandi catechesi celesti dell’epoca contemporanea, le apparizioni di Fatima e le rivelazioni di Santa Faustina Kowalska, sottolineano entrambe decisamente proprio questa dimensione della vita cristiana: in Portogallo i pastorelli sono chiamati a pregare e a fare penitenza perché “molte anime” vanno all’Inferno senza che nessuno si preoccupi per il loro destino, in Polonia la religiosa della Misericordia è chiamata ad espiare per i peccati del suo popolo tra cui – basta leggere le pagine del suo Diario – quelli dell’aborto procurato, che le provocano dolori lancinanti e la obbligano a stare a letto per giorni e giorni di seguito. E’ quantomeno incredibile che – con tutta la letteratura a disposizione che c’è sui due fenomeni epocali – le considerazioni su questo aspetto principale del Magistero celeste siano relativamente scarse. Come se la decisione dei piccoli pastorelli – per esempio – di non bere acqua nei giorni del massimo caldo lusitano fosse una particolare fissazione mentale loro dovuta chissà a quale spirito masochistico particolare di sofferenza volontaria. Ma chi ha mai visto un bambino amare lo spirito di sofferenza? Solo una raccomandazione particolarmente convincente – come solo la Madonna, da Mamma buona, poteva essere – poteva riuscire a determinare una scelta del genere nel cuore dei bambini. Quello che nessuno dice è che alla riparazione non erano chiamati solo i pastorelli e Santa Faustina, o padre Pio, ma tutti i cristiani battezzati, indipendentemente dal loro stato nel mondo: la vera urgenza, oggi, a Nord come a sud del Danubio, a parere nostro invece è proprio questa: recuperare la dimensione pubblica della riparazione delle offese verso Dio che poi vanno – socialmente e praticamente parlando – gerarchicamente, dal rispetto dei princìpi non negoziabili all’osservanza del Decalogo biblico, né più, né meno. Il resto, tutto il resto, credeteci, verrà di conseguenza. Se ci chiedete chi ce l’ha detto, la risposta la trovate al Salmo 126: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città invano veglia il custode”.



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